Lessico familiare: fatterelli vastesi

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Gira e rigira, prima o poi, ognuno ritorna alle proprie radici, che per me sono quelle di Vasto, ridente cittadina sul medio litorale adriatico, dove sono vissute le mie famiglie di origine. E voglio tornarci riportando alcune espressioni tipiche vastesi, dalla pronuncia forte e larga e raccontando piccoli episodi di vita vissuta, riferitimi da un vecchio zio vastese morto alcuni anni fa. Sono, quindi, fatti di poca importanza ma sono fatterelli veri.“Larica larica famme passà lu latte a mamma ia ì accattà” (largo largo fammi passare il latte a mamma devo andare a comprare): sembra ricordare la canzone cantata da Gianni Morandi.
Alla quale si contrappone, in senso negatìvo: “Cacaccelle in busso all’uiu va alla piazza a fa l’imbruie; ma l’imbruie nin li sa fa, cacaccelle si na rivà” (si direbbe “il furbetto del quartierino”, persona di nessun conto, che non sa fare neppure gli imbrogli). Sempre in questa prospettiva di negatività, il giudizio sulla persona, al di là di qualunque valutazione morale, diventa più concreto, riallacciandosi ad un vissuto familiare. Ecco, allora, “cachinacqua”, di uno zio che si trovava in un collegio a Venezia o semplicemente “cacone inveterato”, cioè di lunga data.

Charlie Chaplin

Simpatica è l’espressione “Cachitosto”, di un lontano parente, ricco ma noto per la sua avarizia. Termini similari sono “scarticato”, penso vestito di scarti; o con riferimento ad aspetti fisici: “Tino tappo”, un parente basso di statura, così come “nu palma e na ficozza” (alto un palmo ed un pugno) od ancora “zio Sciarlò”, con allusione ad un modo di camminare alla “Charlie Chaplin”.

Più oggetto di reminiscenze infantili: “Cicciabbomba” col seguito della canzoncina “…in bicicletta, paraponzipo zipò, ha forato la camera d’aria Cicciabbomba va pell’aria….(di un bambino grasso) , così come vario è il modo di chiamare i figli o i bambini: “ bardascie, criatura, quatrane (di derivazione aquilana, che cammina a quattro gambe), fiulin….”.

Parole onomatopeiche come “cozzico”, lo sporco rassodato nel corpo; “vrettacchine”, usato più in senso figurato come sporcaccione, attribuito come soprannome ad un tipico personaggio degli anni cinquanta.

Belli e significativi sono gli aneddoti raccontati di padre in figlio. Incontrato un vecchio amico il primo fa all’altro “ Giuà, è morte petteme (Giovanni, è morto mio padre) e l’altro risponde “E stu guaie a chi l’accunte (E questo guaio  a chi lo racconti!), che tutto sommato ha aspetti cinici. O di un vecchio zio paterno, che si metteva sul marciapiede di fronte al suo negozio e riceveva parenti ed amici. Tornato da una gita a Roma, tutti gli chiedevano le sue impressioni e lui rispose in forma filosofica : “Roma? Tutte tette e ciummunire (tutti tetti e camini)” per dimostrare l’indifferenza delle cose umane. Venne poi ricevuto a Roma ad una manifestazione importante. Gli  domandavano come aveva fatto, lui che socialmente era un modesto commerciante: “Ho presentato il mio biglietto da visita con l’indicazione di ‘Comm.’” – rispondeva. “Ma non era vero!” – gli ribadivano – “Perché non era vero? Io commerciante lo ero e nessuno mi chiese se ero anche ‘commendatore’, perché anzi tutti mi accolsero con rispetto”.

Significativo è il grado di coscienza sociale del primo dopoguerra vastese. In un piccolo negozio di merceria, sulla porta, comparve in un giorno estivo un cartello con la scritta “chiuso per ferie”. Tutti i vicini ed i concorrenti negozianti si chiesero cosa mai si dovesse intendere per “ferie” anche perché nel centro storico di Vasto il negozio spesso era annesso alla casa di abitazione. Avutane la spiegazione, rimase tuttavia in tutti un forte scetticismo e la cosa ebbe un seguito sintomatico nel senso che, da quel momento, il “progressista” ebbe il soprannome di “le ferie” e così fu chiamato.

Irresistibili fagioli

Una scenetta  gustosa è quella attinta dalla tradizione culinaria. Muore improvvisamente un noto personaggio vastese. Tutti si precipitano nella sua casa. Vanno a trovarlo amici e conoscenti ed uno degli amici più intimi viene incaricato di provvedere alla cerimonia funebre. Mentre si incammina, l’incaricato si trova a passare davanti ad una trattoria e nota un vistoso cartello con la scritta “Oggi speciale piatto di fagioli”. Rimane incerto sul da farsi perché da una parte vi era l’atmosfera seriosa e dall’altra il peccato di gola. Propende per quest’ultimo. Entra e si fa un’”abbuffata” di fagioli, condita con più bicchieri di vino.

Al ritorno si incontra con gli altri parenti. Intanto i fagioli facevano effetto e l’amico cominciava a sbuffare, a fare boccacce, ad emettere suoni incontrollati, a dire “Dio mio Dio mio”. I parenti del caro estinto notano questi spasmi incontrollati e, pensandone la causa, dicevano tra loro: ”Poverino, come soffre per l’amico” e cercavano di confortarlo. Al che l’altro imperterrito seguitava nella parte, ringraziando tutti,  ma dentro di sé sussurrava in dialetto vastese “Vabbè ma saccie ià che tinghe in cuorpe”… Va bene ma so io quel che tengo in corpo, alludendo ai fagioli.

Oggi “nenghe e fa lu fredde”….

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