In risposta al “giusto salario”

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Ho letto con molta attenzione e piacere l’articolo “Il giusto salario” apparso qui su L’Undici in cui ci si chiede se sia giusto che una maestra d’asilo guadagni molto meno rispetto ad un commercialista, estendendo poi il discorso a quanto e come i salari debbano essere rapportati al valore sociale di chi li percepisce [clicca qui per leggere l'articolo]. Premetto che, per il mio lavoro e la mia formazione, non sono né un esperto né sono direttamente coinvolto nel mondo della finanza e della economia.

Ritengo però che non si debba cadere nel tranello e nella favola che spesso ci raccontano che questi argomenti sono troppo complicati per i non addetti ai lavori e che quindi non ce ne dobbiamo occupare, lasciando – come da tempo accade – che il mondo della finanza internazionale si autoregolamenti o meglio dire imponga una selvaggia deregulationche però finisce con influenzare negativamente e drammaticamente la vita di milioni di persone.

Posso però esprimere il mio parere sulle politiche economiche e finanziare che riguardano tutti e alle quali dovremmo partecipare di più.

“Per un’altra crisi come questa!” [El Roto]

Per quanto riguarda lo studio della NEF (New Economics Foundation) citato nell’articolo “il giusto salario”, permettetemi di avere qualche obiezione sul campione in oggetto. I banchieri, i manager e i pubblicitari presi ad esempio mi sembrano volutamente scelti fra quelli che svolgono il loro lavoro con negligenza e dolo. Non possiamo negare l’importanza del ruolo delle banche, di coloro che sono a capo di un processo decisionale di un’azienda o di quelli che permettono ad un’azienda di farsi conoscere e rimanere sul mercato, o almeno io non lo nego.

Invertendo il campione, prendendo ad esempio banchieri come Draghi e magari educatori che hanno abusato dei bambini a loro affidati, il rapporto fra valore sociale prodotto e stipendio percepito si invertirebbe.

Penso che il salario non dovrebbe essere direttamente proporzionale alla produttività di una azienda, altrimenti un operaio di una azienda improduttiva e in perdita dovrebbe percepire salari inferiori a quelli di un altro suo collega dello stesso settore, ma impiegato in una azienda con buoni profitti.

Credo nella necessità di elevare a livelli più ragionevoli il salario minimo per le occupazioni meno retribuite perché il tempo di un essere umano non può essere ricompensato con salari che non gli consentano di avere una vita dignitosa e l’eccessiva diminuzione dei compensi porterebbe a una deriva pericolosa di sfruttamento, mancanza di innovazione e sviluppo.

Non sono troppo convinto di voler attribuire un tetto massimo agli stipendi dei manager privati, almeno come principio generale, anche se in effetti di fronte a quanto accade ogni giorno, la tentazione è grande.

Sono invece d’accordo che si debbano rivedere le aliquote della tassazione sugli stipendi più alti per riportare gradualmente il rapporto fra lo stipendio dei dipendenti di una azienda e quello dei suoi amministratori a livelli accettabili come quelli degli anni ‘70, un range da uno a venti, uno a cinquanta e non oltre. In questo modo si otterrebbe anche una ridistribuzione della ricchezza prodotta permettendo una riduzione della pressione fiscale sugli stipendi medi, stimolando una ripresa della economia.

Fermo restando quel che penso sul salario minimo, non credo che la via migliore sia quella di collegare le retribuzioni del lavoratore al valore del vantaggio sociale prodotto dal suo lavoro, perché non sempre possiamo scegliere il lavoro che vogliamo e lo trovo discriminante nei confronti delle persone che abbiano impieghi socialmente non utili (che poi, quale lavoro ben fatto non è utile?) aventi gli stessi diritti di coloro che hanno la fortuna di poter fare un lavoro socialmente utile. La retribuzione in funzione dell’utilità sociale prodotta dal lavoratore non mi sembra la via maestra da percorrere; preferisco di gran lunga la visione innovativa espressa da diversi anni nell’eccellente manifesto di Michael Porter e Mark Kramer sulla creazione del valore condiviso.

Michael Eugene Porter

Il professor Michael Porter, docente alla Harvard Business School, da anni sta indicando la sua idea di capitalismo come motore per creare valore condiviso. Il concetto si basa essenzialmente sulla diretta relazione fra il progresso sociale e il progresso economico. La competitività di un’impresa e il benessere delle comunità che la circondano sono strettamente interconnesse. Le imprese necessitano di una comunità in buona salute, non solo per creare domanda per i loro prodotti, ma anche per rispondere alle loro necessità di assets critici come maestranze altamente professionali. La comunità ha bisogno di imprese in buona salute per mettere a disposizione delle comunità posti di lavoro e opportunità di crescita.

Le imprese possono creare opportunità di condivisione del valore attraverso una nuova concettualizzazione dei prodotti e dei mercati, una nuova definizione della produttività nella catena del valore e attraverso l’implementazione e lo sviluppo di clusters locali. Il cambiamento delle strategie, e soprattutto degli obiettivi delle imprese, deve tenere conto del valore condiviso prodotto come fine ultimo, sostituendolo al massimo profitto che si basa sulla produzione di risultati di breve periodo raggiunti esternalizzando i costi sociali e i danni all’ambiente. Questo nuovo approccio potrebbe scatenare nel lungo periodo una riprese sostenibile e duratura.

Attenti però a confondere le imprese con lo stato sociale: le imprese non devono essere chiamate a risolvere i problemi sociali, ma saranno le necessità sociali a ridare al mondo delle imprese la dignità di esistere.

L’indice di Gini [fonte: Banca mondiale]

Altro elemento fondamentale per una crescita duratura e sostenibile è sicuramente la riduzione della concentrazione della ricchezza, la riduzione della “income inequality” ovvero la riduzione dell’indice di Gini che ne rappresenta la misurazione. Con “income inequality” si intende la distribuzione del reddito per nucleo famigliare e l’indice Gini, che prende il nome dal professore di statistica che lo ha ideato, è un indicatore che con 0 o 0% intende una distribuzione della ricchezza divisa equamente per il numero dei nuclei famigliari di un Paese e con 1 ovvero 100% intende l’intera ricchezza di un paese concentrata in un solo nucleo familiare.

In un documento del Fondo Monetario Internazionale (IMF) su uno studio condotto da Andrew G. Berg e Jonathan D. Ostry, rispettivamente assistente e vice del direttore del dipartimento di ricerca del IMF, si dimostra la relazione diretta fra la riduzione della “income inequality” e una crescita sostenibile di lungo periodo di un Paese. In estrema sintesi, riducendo la concentrazione della ricchezza, si stimola una crescita sostenibile di lungo periodo che naturalmente aumenta anche il livello della qualità della vita dei più deboli e l’incremento delle pari opportunità fra i diversi ceti sociali. A rafforzare questa tesi c’è poi anche uno studio dell’economista dell’IMF Raghuram Rajan.

L’economista dell’IMF Raghuram Rajan

Certo si potrebbe obiettare che tutti e tre fanno parte del Fondo Monetario Internazionale, da molti indicato come uno dei sistemi che dettano legge nella economia mondiale. Per i detrattori di Rajan ricordo solo che l’economista indiano fu uno dei pochi al mondo a mettersi contro le opinioni del presidente della FED (Federal Reserve System, la banca centrale americana), Ben Bernanke, avvertendo il mondo sul pericolo drammatico della diffusione del mercato dei CDO e dei CDS (permettetemi la semplificazione: i tristemente famosi mutui e debiti cartolarizzati e le assicurazioni sul fallimento di un titolo) che, senza una regolamentazione adeguata, avrebbe portato ad una catastrofe finanziaria ed economica. Gli eventi hanno purtroppo dato ragione a Rajan.

Anche lo studio di Rajan affronta il tema della “income inequality” e delle conseguenze del suo aumento. Rajan ha analizzato un periodo di circa vent’anni dell’economia americana. Ha rilevato l’esistenza di una forte pressione economico-politica rivolta ad ottenere che i ceti più ricchi continuassero a risparmiare, mentre i ceti più bassi sostenevano la crescita con il loro debito (grazie ad un sistema di prestiti e finanziamenti) e come questo abbia portato ad aumento della “income inequality” e all’inizio della crisi globale. Questo è uno degli aspetti fondamentali, considerando la bolla del mercato immobiliare anche come conseguenza di dette politiche. Il prodotto interno lordo degli Stati Uniti nei decenni che hanno preceduto la grande crisi mondiale è cresciuto fondamentalmente grazie al valore fittizio degli immobili ed alla crescita del settore finanziario che aveva saputo vendere “fuffa” a tutto il mondo.

Insomma ma quanto deve essere lo stipendio di una maestra di asilo? Non lo so ma altre domande simili e molto stimolanti le potete trovare sul sito di Michael Sandel.

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Marcello

    Per essere uno che non conosce l’argomemto mi sembri un po’ troppo preparato….gatta ci cova.

    Rispondi
    • Billy Covington

      grazie Marcello lo considero un complimento, la gatta non ci cova la mia professione è completamente diversa da quella economica finanziaria.

      Rispondi

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