农民工庆龙年 (農民工慶龍年)

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Ovvero: “Migranti nell’anno del drago”. In caratteri semplificati e, fra parentesi, tradizionali.
Il 23 gennaio del 2012 è ufficialmente iniziato l’anno del drago, in cinese long nian 龙年 (龍年) .

Dei dodici segni zodiacali del calendario lunare quello del drago è sicuramente il più prestigioso, tanto che negli anni che godono della protezione del potente animale gli ospedali cinesi registrano immancabilmente un netto aumento delle nascite. I figli del drago, tradizionalmente simbolo dell’imperatore, sono infatti destinati al successo e a posizioni di potere.

Indipendentemente dal segno che lo caratterizza, l’inizio dell’anno è comunque la festa più importante della Cina, da passare rigorosamente in famiglia, un po’ come in passato era il nostro Natale. Occasione festiva con tavolate e delizie culinarie per la vigilia, tra cui i tradizionali ravioli jiaozi 饺子 (餃子 ), che vengono preparati a mano ed in compagnia, addobbi di carta per porte, finestre ed altari domestici, decorati con divinità tutelari e caratteri augurali, ed infine fuochi di artificio, tutti preferibilmente di colore rosso, segno di fortuna e buon auspicio. Dopo la notte di capodanno le visite di cortesia e gli scambi di doni, dolci e soprattutto denaro in buste rosse durano per due o tre giorni.

Nel calendario lunare di antica cultura contadina il Capodanno segna la fine dell’inverno e l’inizio della primavera. Il suo vero nome è perciò ‘Festa di primavera’ chunjie 春节 (春節), che dura 15 giorni e si conclude con la Festa delle Lanterne. È l’occasione in cui tutta la famiglia si riunisce: vecchi, adulti, bambini e neonati. Si rinsaldano legami, si rinnova il dovuto rispetto alle generazioni piú anziane e ci si aggiorna sui piú giovani ed il loro futuro. Una festa millenaria talmente radicata nella tradizione rurale cinese che, nonostante l’instaurazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949 e l’introduzione di valori che avrebbero dovuto sostituire molte delle tradizioni e ‘superstizioni’ contadine e ‘feudali’, rimase inalterata comparendo anzi nelle immagini di propaganda socialista con scene di soldati e lavoratori, gli eroi della rivoluzione, che si riuniscono con la famiglia in occasione della festa di primavera. Erano tuttavia quelli i tempi del socialismo, delle comuni e delle unità di lavoro (danwei), quando per la maggior parte dei lavoratori era di norma trovare una sistemazione nei luoghi dove si era nati. Gli spostamenti non erano usuali ed i viaggi cosa rara.

Ora si respira ben altra aria. Dalla fine degli anni ’80 la Cina ha cambiato volto. La ripresa delle riforme economiche avviate da Deng Xiaoping un decennio prima, il boom delle zone economiche speciali nella zona costiera  e l’esplosione del mercato edilizio hanno creato nuove ed inaspettate opportunità in grandi centri come Pechino e Shanghai e nelle città costiere del sud-est. A questo sviluppo si è però accompagnato il graduale impoverimento delle campagne, dove sono invece diminuiti i posti di lavoro e praticamente scomparse le certezze e gli ammortizzatori sociali del periodo socialista. Il disagio e la precarietà hanno spinto una massa enorme di persone a migrare verso i maggiori centri urbani alla ricerca di una fonte piú sicura di sostentamento per se stessi e per la propria famiglia. Milioni di lavoratori, uomini e donne, si sono riversati nelle città costiere del sud-est dove sono concentrate tutte le maggiori fabbriche manufatturiere della Cina, i cui prodotti sono prevalentemente destinati all’esportazione, o nelle grandi città, dove in cantieri sterminati si costruisce e si smartella ininterrottamente giorno e notte, o ancora nelle miniere e negli stabilimenti delle regioni periferiche.

Dormitorio

Le stime del 2010 parlavano di 150 milioni di migranti, a cui se ne aggiungeranno altri 300 milioni nei prossimi 20-30 anni. I giovani fremono per lasciare i villaggi e far fortuna (per poi magari tornare in campagna), e coppie con figli ancora piccoli sono costretti a lasciare indietro i bambini ed i loro genitori a cui di solito vengono affidati i piccoli. Molti si adattano velocemente ad una nuova vita, alloggiati in grandi casermoni vicino alle fabbriche, o in stanze in affitto. Altri, meno fortunati, hanno sistemazioni più precarie; un numero indefinito finisce con il mendicare.

Gli spostamenti dei lavoratori sono tollerati dal governo, a differenza di qualche anno fa, ed ora anche facilitato da una serie di misure che favoriscono i trasferimenti e il rilascio del prezioso certificato di residenza hukou 户口 (户口), anche se esiste una popolazione ‘fantasma’ di muratori, precari e minatori che non hanno contratto, non pagano tasse e non godono di alcuna protezione.  Questa è la fetta della popolazione che contribuisce in modo sostanziale alla crescita irrefrenabile del paese, garantendo manodopera a bassocosto ed in abbondanza. È anche la fetta più anonima e meno protetta, spesso dimenticata. Il divario tra questi lavoratori e la nuova classe media, tutta concentrata nei centri urbani, è aumentato in modo talmente rapido da costituire una vera minaccia alla stabilità del paese. I casi di rivolta e protesta, sebbene minimizzati dalle fonti ufficiali, sono sempre piú frequenti, trovando immediata risonanza nei blog, nei social networks su Internet e nei canali di informazione fuori della Cina.

Il capodanno fornisce una misura delle proporzioni del fenomeno migratorio. Al movimento  dei lavoratori verso le città nel corso dell’anno si sostituisce l’opposto e solo temporaneo movimento degli stessi verso le campagne. Questo spostamento scatta regolarmente a pochi giorni dalla vigilia, quando milioni di lavoratori si preparano a tornare nelle campagne o nei villaggi natii per  la festa più importante dell’anno. È il momento in cui questa massa anonima, nascosta durante il resto dell’anno, si manifesta, come un enorme animale che si risveglia dal letargo.

In fila per i biglietti

Il governo ha reso possibile i lunghi spostamenti; a volte sono necessari uno o due giorni di treno e autobus solo per ‘tornare a casa’. A capodanno viene infatti garantita una settimana di vacanza (come per il 1 ottobre) che in molti utilizzano per ritornare al paese natale. Acquistare i biglietti per il viaggio in quella che è considerata ‘l’alta stagione cinese’ è un’impresa titanica, che richiede pazienza, determinazione e spirito combattivo: file lunghissime nelle stazioni, sale d’attesa stracolme di persone cariche di borse, fagotti, scatole, dolci e regali; assalti ai vagoni per un posto a sedere o solo per avere la sicurezza di partire.

Quest’anno è stata stimata una vendita di 2.8 miliardi di biglietti, che includono anche una piccola parte acquistata per viaggi ‘di piacere’ da un numero crescente di turisti. A questi si aggiungono milioni di studenti che popolano durante l’anno le maggiori città cinesi, cosí come impiegati e professionisti che vivono stabilmente nei grandi centri urbani, ma che tornano al loro paese natale per le celebrazioni. Molti di questi però possono permettersi di viaggiare in aereo, un lusso per la maggioranza dei lavoratori che devono quindi sottoporsi alla fatica della ricerca del biglietto. Una volta conquistato il biglietto, li attende la fatica del viaggio.

Inizia cosí il gigantesco esodo verso le campagne e le città della provincia: un movimento di dimensioni epiche, con enormi disagi per i passeggeri e carichi eccessivi per le reti ferroviarie e stradali che hanno una capacità molto inferiore (fino a dieci volte di meno) di quella a cui sono costrette nei periodi di punta. Il numero di persone coinvolte ed il volume di traffico sono di tali proporzioni che questo fenomeno è stata definito il movimento di migrazione di massa, a decorrenza annuale, più imponente al mondo.

Il documentario Last Train Home  归途列车 (歸途列車) (trailer), filmato nel 2009 dal regista sino-canadese Li Xinfan 范立欣 , descrive questo esodo gigantesco attraverso il viaggio di una coppia di coniugi, Zhang Changhua e Chen Sujin (n.d.A. Zhang e Chen sono i cognomi, che in cinese si scrivono sempre prima del nome proprio), operai in una fabbrica di Guangzhou, che ogni anno ritornano per il capodanno al loro villaggio, lasciato 16 anni prima. Qui si riuniscono con la famiglia e coi figli (la legge sul figlio unico prevede eccezioni per le famiglie che abitano in campagna), ma scoprono che la figlia Qin, cresciuta praticamente senza di loro ed ormai adolescente, ha lasciato la scuola senza avvertirli, per cercare anch’essa lavoro in città. La speranza di poterle garantire un futuro migliore e diverso da quello a cui sono stati costretti per necessità si infrange davanti alla ribellione della ragazza, rimasta sola per troppi anni ed ammaliata dalla possibilità di rendersi indipendente con il lavoro in fabbrica. È uno scontro generazionale e di valori, ma soprattutto il dramma di una famiglia che vive le conseguenze di una modernizzazione troppo rapida ed il graduale dissolvimento delle tradizionali strutture familiari.

Sullo sfondo le due anime della Cina, quella avviata a diventare la nuova potenza economica mondiale, anche grazie ad una manodopera praticamente inesauribile, e quella riflessa nelle zone rurali e nella cultura contadina, a cui appartiene ancora la maggior parte della popolazione cinese.
Dalla tensione, ancora irrisolta, tra queste due realtà sta emergendo la Cina di oggi.

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Chi lo ha scritto

giorgio marincola

Giorgio Marincola è/è stato, in ordine sparso: fisico teorico, diplomato in sandwich-making al 67, Pret-a-Manger, Tottenham court road, "no-global" ante-litteram con le mani bianche a Genova 2001,  Ph. D., campione paesano di calcio "a portine", ricercatore alla University College London (a pochi metri da Tottenham Ct. Rd.), rifugista-capo-sguattero al Calvi, professore universitario associato, programmatore HPC e Android, ballerino di lindy hop, ingegnere di sistema, scarso chitarrista e scialpinista in lento miglioramento. Vive/ha vissuto diversi anni in tre-quattro paesi europei e a Londra. Si esprime fluentemente in 4 lingue e un dialetto, tipicamente a due a due. È tra i fondatori de L'Undici.

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