Un Paese senza memoria ed equità non cresce senza articolo 18

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In questi giorni di “lacrime e sangue” e di penosi tentativi, da parte di molti parlamentari, di ricostruirsi in tempi elettoralmente congrui una verginità politica, ho riflettuto sul fatto di come la storia, nel nostro Paese, apparentemente si ripeta nell’assuefazione più totale. Come si arricchisca di particolari che, se non fossimo impantanati nella più grande crisi economica mondiale di tutti i tempi, regalerebbero anche delle connotazioni ridicole sulle quali far rinascere i fasti di un glorioso Cabaret.

La onorevole Munerato parla alla Camera vestita da operaia

Uno spettacolo intero si sarebbe potuto realizzare sull’intervento alla Camera dei Deputati, dell’on. Munerato, militante nelle file sia della Lega di governo che in quella di lotta. Da esponente della Lega “di lotta” ha rispolverato la divisa da operaia contro la manovra Monti (che anch’io reputo ingiustamente vessatoria nei confronti delle fasce più deboli) e in difesa degli operai e operaie italiane. Gli stessi e le stesse che la onorevole aveva dimenticato nel periodo in cui militava nella Lega di governo, votando, tra i primi provvedimenti del neoeletto Governo di centrodestra, l’abolizione della norma messa in atto dal centrosinistra di Prodi che impediva la pratica delle lettere di “dimissioni in bianco” che tanto colpiscono, nel mercato del lavoro, proprio i diritti e la dignità delle donne.

Inoltre siamo costretti ad assistere, dopo anni di Governo Berlusconi in cui gli attacchi alla Costituzione italiana e alla nostra architettura istituzionale erano all’ordine del giorno,  ad uno squallido gioco delle parti in cui, proprio esponenti di spicco di quel governo, denunciano l’illegittimità dell’insediamento del Governo Monti facendo finta di non sapere o dimenticare che è perfettamente in linea con i dettami costituzionali.

Dall’altro lato, proprio l’attuale esecutivo, influenzato dalla criticità della situazione che stiamo attraversando e dalla composizione politica di un Parlamento che, è d’uopo ricordarlo, è sempre composto dagli stessi personaggi e dalla stessa maggioranza indicata dalle ultime elezioni, rischia, con i suoi provvedimenti, di alimentare lo scontro sociale.

Il conflitto sociale è direttamente collegato a come il Governo si confronterà con il Parlamento e con le parti sociali; solo in assenza di questo confronto e questa vitale relazione, si potrebbero verificare le condizioni per le quali parlare di “sospensione della democrazia”. Dopo aver dato vita ad una manovra improntata al rigore, ma non all’equità (principio che oggi non è solo costituzionale, non solo etico, ma anche e soprattutto un elemento di macroeconomia), il Governo Monti sta ragionando o ha provato a ragionare su interventi atti ad indebolire il potere contrattuale dei lavoratori, come lo sarebbe l’eliminazione dell’articolo18, che prevede il reintegro in azienda del dipendente, una volta dimostrata l’illegittimità del suo licenziamento.

Anche questo è un “film già visto” all’epoca del “Patto per l’Italia” siglato dal Governo Berlusconi con le, allora compiacenti, organizzazioni sindacali Cisl e Uil e con la sola opposizione della CGIL che portò a Roma, più di tre milioni di persone.

Non si cresce abolendo l'articolo 18

Oggi, da più parti, ci dicono che “L’articolo18 non è un totem”.  Infatti, un totem lo è stato la teoria che enfatizzava e sosteneva la precarizzazione del rapporto di lavoro quasi fosse un paradigma di modernità e che invece, in assenza di un forte stato sociale, si è dimostrata una vera e propria piaga dell’epoca moderna.

In una prospettiva per il 2012 che si caratterizza tra disoccupazione e recessione, la priorità non può essere altra che un’incisiva politica di sviluppo. Le piccole imprese, che non hanno il “vincolo” imposto dall’articolo 18, utilizzano il doppio di lavoro precario rispetto alle imprese con più di 15 dipendenti. Sono circa 500mila i lavoratori che hanno perso il lavoro nonostante fossero assunti con un contratto a tempo indeterminato e in aziende in cui vigeva l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori; non è quindi su questo che si deve intervenire, ma sulla crescita e sull’aumento del costo del lavoro precario.

Un’ultima riflessione sul concetto di equità. In Italia abbiamo imparato, a nostre spese, che il 10% della popolazione possiede l’80% della ricchezza del Paese. Nel mondo, percentuali simili, le hanno imparate, sulla propria pelle, milioni di persone che lottano quotidianamente per la sopravvivenza. Leggevo, ultimamente, che negli U.S.A., si sta facendo un dibattito interessante (non è mai troppo tardi o forse lo è?) che si può riassumere in questo assunto: “Si può avere una democrazia solida e compiuta. Si può avere un numero ristretto di persone che detiene la maggior parte di ricchezza di un Paese. Quello che non si può avere è una democrazia solida e compiuta in un Paese in cui un numero ristretto di persone detiene la maggior parte di ricchezza.”

Ho sempre creduto sia la strada giusta da percorrere, frutto di ciò che ha insegnato, nei secoli, la Storia. Anche questa volta non m’illudo che questa visione del mondo si realizzi, ma quando si è tutti sull’orlo del precipizio occorre necessariamente fare anche passi indietro piuttosto che solo passi in avanti.

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Chi lo ha scritto

Keaton

Nato nel 1974, "due soldi d'elementari ed uno di università", dorme nella campagna ravennate e vive in Cgil, alla quale ha sacrificato, consapevolmente, la sua vita pubblica e quella privata. Coltiva la passione di scrivere. Oltre a collaborare con L'Undici, compone versi in rima che, a volte, si trasformano in canzoni che i suoi amici sono costretti ad ascoltare. Gucciniano, agnostico, soddisfatto.

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