Tutto il mondo è un seggio

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Un giro del mondo per le prossime elezioni politiche, presidenziali, rivolte e brogli compresi.

Per gli amanti del turismo alternativo, quale migliore occasione che scoprire i paesi stranieri durante una prossima tornata elettorale? In assenza (si spera) di elezioni generali in Italia fino al 2013 e annoiati dai rituali appuntamenti primaverili con le provinciali ad Oristano e le comunali a Belluno, possiamo rivolgerci al mondo intero che offre mille sorprese elettorali: animati raduni, comizi infuocati, distribuzione di farina e promesse, scontri armati, elezioni truccate, con la parure e le unghie colorate, e truffe artigianali. Perché non partire per scoprire il Calderoli del Senegal? Lo Scilipoti della Papua Nuova Guinea? Il Gasparri del Venezuela? Il Berlusconi di tutte le Russie?

Conto dei voti in Russia.

Secondo i cinici, alla fine del ciclo elettorale 2012 il mondo nel suo complesso non sarà sicuramente migliore, ma in qualche parte le cose potrebbero prendere una piega positiva. Per esempio in Libia o nello Yemen, dove i rispettivi popoli, con qualche aiutino dall’estero, si sono liberati dei campioni mondiali di attaccamento alla poltrona, il colonnello Gheddafi e il presidente Abdullah Saleh. L’ultima volta che ci furono elezioni in Libia era il 1965 e non credo che si trattarono di un affare molto democratico. Anche gli egiziani continueranno a votare a più riprese per il parlamento e verranno infine lasciati liberi scegliersi di un nuovo presidente, migliore, mi auguro, di tutti i precedenti.

La residenza del presidente di Kiribati.

Il tour elettorale del 2012 comincia il 13 gennaio con le elezioni  nel simpatico Kiribati, arcipelago del Pacifico centrale, popolazione 92.000 abitanti. Il presidente Anote Tong cercherà di essere eletto per la terza ed ultima volta. Potrebbe essere l’ultima volta in assoluto, non perché vi sia pericolo di un colpo di stato, ma perché l’arcipelago sta lentamente scomparendo per effetto dell’innalzamento dei mari. Tong ha già chiesto ad Australia e Nuova Zelanda aiuto per ricollocare il suo popolo entro il 2050. Risposte: zero, nonostante che l’ Australia non sia esattamente un continente sovrappopolato.

Il giorno dopo, il 14 gennaio, le elezioni si terranno in un paese fantasma. Non si eleggerà un goblin ma un appestato, che ben pochi politici vorranno trovarsi tra i piedi. Eppure questa isoletta asiatica ha una bella economia, ottime aziende e centri di ricerca, un esercito grintoso e parecchi soldi per comprarsi qualche amico per il mondo. Ma non è facile essere cinese. Meno ancora cinese di Taiwan, paese riconosciuto solo da una manciata di isole semisommerse, dal Nicaragua e dal Vaticano. Alle elezioni presidenziali del 14 appariranno Ma Ying-jeou, il presidente uscente appartenente al nazionalista Kuomintang, quello che perse a fucilate le elezioni del 1949 con il partito comunista, e la candidata del partito democratico pro-indipendenza Tsai Ing-Wen, una delle pochissime donne asiatiche che sia giunta a questi livelli senza essere figlia di dittatori o vedova di leader assassinati. Anche stavolta ai taiwanesi spetterà una scelta semplice: votare Kuomitang e continuare a fare affari più o meno felicemente, oppure irritare seriamente Pechino votando per l’indipendentista Tsai. Irritare, detto fra noi, è una parola che nel lessico della repubblica popolare è accompagnata sovente da rombo di missili.

In molti paesi i periodi elettorali (pre e post) sono notoriamente momenti di grande tensione, soprattutto dove l’autocrate di turno ha poco desiderio di mollare poltrona e vitalizi connessi. Se siete tra coloro che, nonostante i consigli della Farnesina, amano trovarsi nei guai, il continente africano continua ad offire ottime possibilità di riuscita. Nei prossimi mesi si apriranno le urne nel tumultuoso Kenya, teatro già nel 2007 di scontri sanguinosi. Qui il presidente Kibaki non si può presentare per la terza volta e dovrà cedere il posto al primo ministro Odinga o al suo vice Kenyatta. Vanno a votare anche la Sierra Leone, relativamente stabile dopo la fine della guerra civile, in gara il presidente uscente Bai Koroma contro l’ex generale Bio Maada, e altri posti più o meno ameni come il Mali, il Ghana, la Guinea, la Mauritania e il Somaliland, altro stato fantasma del Corno d’Africa seppure discretamente funzionante, se comparato col resto della sfigatissima Somalia.

Una meta elettorale per palati forti è la Russia. Finiti i bei tempi in cui si andava tutti insieme a votare all’unanimità il candidato unico del partito comunista, il russo medio ha molte scelte: Zyuganov (comunisti), Zhirinovsky (ultradestra), Prokhorov (indipendente), Mironov (Una Russia giusta), Yavlinsky (Yabloko) e, naturalmente, Putin III, che dovrebbe superare già il 4 marzo il 50% dei voti validi, cioé quelli che lui deciderà essere validi. Infatti, vista l’incompetenza dimostrata dai suoi funzionari nel truccare le elezioni parlamentari di dicembre, stavolta Putin non correrà rischi e farà di tutto per farsi dare un mandato chiaro e vibrante già al primo turno, senza pericolosi inutili ballottaggi. A costo di scrivere lui stesso le schede. Consigliabile, quindi, non aggirarsi per tutte le Russie in quel periodo, soprattutto con macchine fotografiche e la faccia da giornalista.

Se volete invece vedere come si cambiano i leader senza bisogno di inutili seggi elettorali, basterà andare in Cina intorno a novembre, quando si eleggerà il nuovo Segretario generale del Partito comunista che reggerà il paese per i prossimi dieci anni, ovvero nel periodo in cui il paese di mezzo supererà gli Stati Uniti come economia oltre che come emissioni inquinanti. Si sussurra a Pechino che il candidato ufficiale (oltre che unico) sarà l’attuale numero quattro del politburo, il rotondo Xi Jinping. Abbiamo dieci mesi per abituarci a pronunciare il suo nome.

La coppia presidenziale

Nicola e Carla. Prossimi allo sfratto?

Non ci sono solo i turisti avventurosi. Quelli più prudenti hanno l’opzione di virare nella tradizionale e classica Francia, che rinnoverà l’inquilino dell’Eliseo, un palazzetto del centro città senza troppe pretese. Sarà una gara tradizionale all’europea, molto borghese, tra candidati senza troppi grilli per la testa, per non dire privi di qualunque idea originale: Sarkozy, il funambolico prestigiatore di mille iniziative fallimentari; Hollande, che dovrebbe appartenere al partito socialista, il quale ha la terrificante opportunità di tornare al potere dopo diciassette anni; e, naturalmente, Marine Le Pen, la ducetta che ha dato una sterzata più populista e meno fascista al Fronte nazionale del papà parà Gianni Maria. Non azzardo una previsione ma una speranza: che non finisca come nel 2002 con un ballottaggio tra Nicola e Marinella.

Volendo rimanere nel mondo cosiddetto sviluppato, per non dire già decrepito, in aprile si vota anche in Grecia, dove gli ex bancarottieri di Nuova democrazia (conservatori) potrebbero ritornare al potere al posto degli esecutori fallimentari del PASOK (socialisti). Non si sa bene cosa cambierà per il greco comune dato che le decisioni saranno prese a Berlino dalla cancelleria Merkel dopo essersi consultata con i capi delle banche tedesche. In altre parole, se l’amministratore delegato della Deutsche Bank, Ackermann, avrà bisogno di una nuova villa, i greci andranno in pensione un anno più tardi.

Venendo a continenti più divertenti e giovanili della nostra Europa ottusa come un nonno sordo mentre gioca a tombola (è uscito il 77? Nonno, no! E’ uscita la Grecia. Ah, la Grecia non è il 47?) ci spostiamo in Corea del Sud che secondo i miei modesti calcoli dovrebbe averci superato nella classifica delle nazioni industrializzate. Ci batte nella produzione di auto, computer, prodotti chimici, videogames, condizionatori, navi, karaoke e tarocchi, ovvero in tutte quelle cose che sapevamo fare bene fino agli anni settanta, prima che buttassimo tutto per regalare una pensione di invalidità a famiglia. Per fortuna che siamo ancora i campioni del mondo di olio di oliva e cravatte. La Corea del Sud è un paese che viene considerato, non si sa bene perché, l’Italia dell’Asia orientale e in effetti bisogna riconoscere che, rispetto a quei musoni dei giapponesi, i coreani sono dei tipi allegri, simpaticamente cialtroni, amanti delle sbevazzate in compagnia, della famiglia e delle donne che non siano mogli. Quando hanno tempo ovviamente. I coreani sono infatti dei gran lavoratori e iniziano la scuola a sei mesi di età. A volte anche loro, serissimi confuciani, come le formiche di Gino e Michele, si arrabbiano e scatenano feroci manifestazioni di protesta. I loro bersagli preferiti sono, nell’ordine, i giapponesi e i nipponici. A volte se la prendono anche con gli americani. Tra le altre cose d’interesse, la loro politica condivide con la nostra lo squallore. L’Assemblea nazionale è teatro di sceneggiate, serrate ed epiche scazzottate. A Seoul ci sono due partiti principali, il primo è il partito nazionale e discende direttamente dagli eredi della dittatura militare estintasi nel 1987, il secondo è il partito democratico, vagamente di centrosinistra, che ha cambiato nome e si è spaccato almeno dieci volte negli ultimi dieci anni. Il partito nazionale del presidente uscente Lee Myung-bak, che non può ripresentarsi, vanta pessimi sondaggi ma c’è tempo fino a dicembre per il centrosinistra coreano per suicidarsi.

Quanto al vicino Giappone, perso in vari problemi economici, politici e radioattivi, non dovrebbe avere elezioni fino all’agosto 2013 salvo incidenti sempre possibili. Del resto, al potere dal 2009 a Tokyo c’è il partito democratico che ha cambiato già due primi ministri. C’è tempo per un’altra crisi di governo e per elezioni anticipate.

Il nostro giro del mondo si sposta nei continenti dove tradizionalmente le elezioni sono una festa, per chi vince e si spartisce il bottino e per chi perde non c’è neanche un rimborso elettorale. La Papua Nuova Guinea, per esempio, andrà a votare in giugno per rinnovare il parlamento. Qualcuno potrebbe trovare curioso che un posto del genere (900 lingue, popolazione 6,187,000) abbia un parlamento, eppure la PNG, diversamente da tanti altri paesi ugualmente poveri, pieni di risorse naturali e di capitribù, ha regolarmente avuto elezioni dall’indipendenza nel 1975. Non conosco abbastanza bene il paese per conoscere le profonde ragioni di ciò, né fare previsioni sul prossimo primo ministro ma posso dire che l’attuale, certo Brian O’Neill, ha tolto il posto al precedente in modi considerati non del tutto accettabili.

Rosso come un peperone. Hugo Chávez

L’America Latina resterà invece tranquilla per il 2012. Brasile, Argentina, Cile, Perù e Colombia vanno alla grande e hanno già votato poco tempo fa. Lasciando perdere le isole dei Caraibi e le repubbliche delle banane, ci sono due paesi che contano qualcosa nella logica delle cose, il primo per essere sfortunatamente troppo vicino agli Stati Uniti e non chiamarsi Canada, ovvero il Messico; l’altro per essere diventato, sotto la carismatica guida di Hugo Chavez, l’ultima triste puntata dell’infinita saga dei caudillos latinoamericani, il Venezuela. Il Messico, terra di terremoti, narcotrafficanti e mariachi, tanto per non usare stereotipi, fino al 2000 è stato dominato dalla cleptocrazia più di successo nella storia moderna, quella del Partito rivoluzionario istituzionale, ossimoro vivente quanto e più della nostra Democrazia cristiana. Dopo dodici anni di dominio, il partito di azione nazionale del presidente Calderón dovrebbe restituire la poltrona de Los Pinos (la residenza del capo di stato) proprio al candidato degli ossimori, Enrique Peña Nieto, 45 anni, ricco, ambizioso, telegenico e capace di fantastici svarioni. Richiesto in un’intervista se conoscesse il prezzo della tortilla, rispose “non sono una casalinga”. Le casalinghe, a quanto pare, lo perdoneranno ugualmente. Nessuna speranza in Messico per la sinistra, chiamata con un altro ossimoro il Partito della rivoluzione democratica, spaccato e in calo di popolarità. Più seriamente il prossimo presidente dovrà decidere come risolvere la feroce guerra civile che ha devastato il paese nelle sue regioni centrali e settentrionali grazie alle bande di narcotrafficanti.

In Venezuela la battaglia è più semplice. Ogni elezione dal 1998 è stato un referendum per o contro Hugo Chavez. I venezuelani potranno quindi scegliere, con qualche delicata pressione da parte del governo, se proseguire o meno con l’esperimento bolivariano che in quindici anni ha distribuito equamente la miseria e fatto aumentare solo la criminalità (nel 2010, 48 omicidi ogni centomila abitanti, sono stati 4,8 negli Stati Uniti e 0,98 in Italia).

A proposito di Venezuela, tra i pochi amici di Chávez, c’è anche il presidente iraniano “testata arricchita” Ahmadinejad. L’Iran andrà alle urne il 2 marzo per scegliere il nuovo parlamento. Si tratta di una battaglia che, per quanto ristretta unicamente ai conservatori vicini alla guida suprema Khamenei e agli ultranazionalisti del presidente (i liberali sono completamente fuori gioco, dato che spetta a Khamenei e al suo circolo di turbanti approvare tutti i candidati), avrà il suo significato in vista delle prevedibili proteste degli iraniani, ormai stufi del regime degli Ayatollah e preoccupati per l’avvitarsi di una crisi economica causata soprattutto dalle scelte oltranziste di Ahmadinejad.

Ho lasciato volutamente per ultimo la gara elettorale più maschia e importante del mondo, quella per la Casa Bianca. Una visita in America è sempre un’esperienza fenomenale ma in periodo elettorale deve essere indimenticabile. Come saprete, al posto di presidente degli Stati Uniti, di capo del mondo libero e di imperatore informale del pianeta non sono ammessi atei, socialisti, liberali, gay, ambientalisti, pacifisti, amanti delle Nazioni Unite e, in generale, di storia, geografia, scienza e letteratura. Non possono partecipare neppure gli stranieri, tutta gente che avrebbe una o due cose da dire se fosse presidente a stelle e striscie. Se siete quindi una donna lesbica italiana, non potete partecipare alle primarie, purtroppo (non potete partecipare neanche alle primarie del PD, se per questo). Al momento siamo all’inizio delle qualificazioni, con le primarie appena cominciate.

A proposito di primarie, per capire davvero come funzionano, consiglio vivamente di vedere “Le idi di marzo” di George Clooney, storia del giovane ed idealista Ryan Gosling, addetto stampa del governatore democratico Morris durante le primarie. Alla fine del film il ragazzo avrà perso molte piume e molte inibizioni, così spianando la strada per la vittoria finale del suo candidato.

Lui non si candida.

Per tornare alla competizione vera, in questa fase i sei nani repubblicani (Biancaneve Bachmann si è già ritirata) fanno a gara a chi la spara più grossa verso il pubblico degli ultrà: abolizione delle tasse per i ricchi, ripudio dell’assicurazione sanitaria obbligatoria, smantellamento dello stato federale, abolizione dei parchi nazionali, liberalizzazione delle armi anche a scuola. Sarà una lunga strada. Più a meno all’inizio di marzo si capirà quale repubblicano sfiderà Obama. A mio parere Obama riuscirà a farcela, non tanto perché si troverà probabilmente nullità assolute quali Mitt Romney, quanto per le fenomenali capacità del presidente di raccogliere fondi che, come ogni politologo ben sa, servono a comprare gli spot più efficaci.

Resta il fatto che qualsiasi cosa accadrà il 6 novembre, resterà la feroce contrapposizione politica tra un partito repubblicano ormai diventato lo zimbello di sé stesso e un partito democratico terrorizzato dall’apparire troppo “liberal” (che in America, pare, significa qualsiasi cosa repellente, da comunista a satanista trafficante di pornografia all’asilo). Ne fa le spese il resto del mondo che, in assenza di Europa, Russia, India e Cina, ciascuno impegnato a pensare ai fatti suoi, continua a guardare alla Casa Bianca, nel bene e nel male, come un punto di riferimento. Per cui anche se Wall Street continuerà a governare l’America come ha fatto almeno dagli anni ottanta, avere un presidente solido, con idee chiare, una visione e un po’ di coraggio, farebbe sicuramente un mucchio di differenza anche per noi che viviamo nella periferia addormentata del pianeta.

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici.

4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Max Keefe

    Ho fatto una dimenticanza clamorosa. Si vota anche in Iran! Vogliamo forse trascurare quei simpaticoni di Ahmadinejad e del capoturbante Khamenei? Ho aggiunto cinque righe cinque.

    Rispondi
  2. Gigi

    Fuori 2: Anote Tong rieletto presidente di Kiribati, farà il suo terzo e ultimo mandato.
    Anche il presidente di Taiwan è rieletto. E questa è una buona notizia per gli Stati Uniti (ma anche per la Cina).

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  3. Gigi

    Però sarebbe fantastico farsi il giro del mondo degli election day. Secondo me in dicembre Federico Rampini ci verrà a raccontare che l’ha fatto, Papua Guinea compresa

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  4. jeremy bentham

    Tra “i sei nani repubblicani” yankee ci sono:
    1)uno che non prende la pensione pur avendone diritto e che vuole abolire la Federal Reserve Bank,
    2)un mormone
    3)un altro mormone
    4)un fervente cattolico mangiaspaghetti
    5)uno che sembra normale, ma che ha fatto l’ambasciatore in Cina
    6)un moralista della sessualità che ha avuto tre mogli
    Quasi quasi ci teniamo Calderoli (magari anche il corrispettivo senegalese).

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