Siamo tutti vestiti da ebrei dalla testa ai piedi

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il ghetto di Varsavia

il ghetto di Varsavia

Moda e Memoria. Perché sono importanti un nome comune, un nome proprio, un marchio, un tipo, e cosa è bene non dimenticare.Cominciamo parlando di persone. Pensate di andare nel cortile di un’affollata scuola materna dove stanno giocando 700 bambini. Cercate vostro figlio o figlia in mezzo a queste schegge impazzite che corrono, si nascondono, urlano, si mescolano. Il nome comune è bambino, il tipo è la razza a cui appartenete e fin qui non siete molto aiutati ad individuarlo, a meno che non viviate in Giappone e i vostri figli siano gli unici occidentali. Il nome proprio potrebbe essere Francesco o Giulia e allora state certi che se urlate questi due nomi, si gireranno 22 Francesco e 24 Giulia e magari nessuno di loro è vostro figlio. Potreste urlare il vostro cognome, e già il campo potrebbe restringersi. Oppure nome e cognome. Resta il fatto che per voi, vostro figlio è la cosa principale e che mai e poi mai, non trovandolo al primo urlo, vi potrebbe andare bene portare a casa un qualsiasi altro bambino.

Jeffrey Swartz presidente di Timberland

Jeffrey Swartz presidente di Timberland

Negli oggetti, soprattutto negli oggetti di consumo più comuni, in fase d’acquisto è chiaramente diverso. Se il nome comune è pasta, se il tipo è rigatone, il nome proprio è il marchio (Barilla, De Cecco, Garofalo, ma anche Coop, Conad …). Magari siete come me che vi piace sempre solo quel formato di pasta e possibilmente di quella marca. Magari, e la maggior parte delle persone è così, comprate la marca in offerta o se il rigatone Barilla è finito va benissimo anche quello Coop o Conad o, pur di avere Barilla, optate per i sedanini.

La moda, il design fanno un passo avanti, perché il marchio si trasforma in griffe, cioè firma, e diventa la discriminante nella scelta d’acquisto. Tutto il lavoro di comunicazione nell’abbigliamento, nelle nuove tecnologie, nelle auto, nell’arredamento è il supporto indispensabile per farsi riconoscere e acquistare.

Donna Ivy Faske in arte Donna Karan

Donna Ivy Faske in arte Donna Karan

La griffe è quindi, per noi che dobbiamo decidere nella confusione totale delle offerte, in mezzo a marchi che gridano per farsi scegliere, un aiuto ad individuare quello che fa per noi, quello che ci piace, quello che ci soddisfa, quello che ci possiamo permettere.

Steve Jobs sempre in Levi's

Steve Jobs sempre in Levi’s

Quindi se vogliamo un cellulare (nome comune) e lo vogliamo di un certo tipo, non è che facciamo come con un pacchetto di pasta che ci va bene tutto. Noi lo cerchiamo e valutiamo le diverse offerte sul quel marchio che per noi è diventato firma, cioè garanzia di corrispondere a quello che cercavamo. Se vuoi uno smartphone Apple o Nokia con il sistema Android, ti possono anche proporre qualcosa di molto diverso, senza connessione internet, senza videocamera, ma non accetterai il ripiego, non ti adatterai; è più facile che tu il cellulare lo vada a comprare da un’altra parte.

Bar Rafaeli in Calvin Klein

Bar Rafaeli in Calvin Klein

La moda è ancora differente. La t-shirt o il jeans possono essere sempre e comunque interscambiabili dal punto di vista della funzione. Ma non è certo la sola funzione che ci guida. Quello che seguiamo è solo un fatto di gusto, di stile personale (anche la volontà di non seguire la moda è già stile personale) e di disponibilità economica. In una parola di griffe. Il gusto, lo stile e il portafoglio ti portano verso marchi riconosciuti e riconoscibili che ti piacciono, verso cui ti senti affine, che tieni d’occhio, che desideri e che, se non ti puoi permettere, cerchi quanto di più simile il mercato ti offre al prezzo che puoi pagare.

Calvin Richard Klein

Calvin Richard Klein

Il marchio è l’indicazione che riesci a recepire. Per marchio non intendo solo le griffe costose e modaiole, ma anche le marche di abbigliamento tecnico, le catene low-cost, i grandi outlet. Cioè qualcuno che dà un nome che ricordi alla tua esigenza, desiderio, voglia o necessità.

Torniamo all’esempio dell’asilo. Un capo di marca agisce dicendo: sono Andrea X il bambino che stavi cercando. Nel caos di migliaia di altri bambini che urlano, nessun altro si chiameràmai AndreaX, e tu sentirai che parla proprio a te, perché tu lo possa portare a casa. Nessun altro sarà Andrea X o si chiamerà lui, salvo nel mercato delle contraffazioni, ma a quel punto saprai che non è il vero Andrea X, ma uno che fa finta di esserlo. Infatti, non lo troverai al suo solito asilo, ma in giro per strada, davanti a supermercati o fra gli ombrelloni.

Ora chiediamoci se oggi o nella nostra vita passata abbiamo avuto qualcosa di “griffato”, in questo senso, qualche capo di un marchio che riconosciamo e che abbiamo acquistato proprio perché era tale. Scopriremo che fra questi nomi propri ce ne sono tanti ebrei.

MARC AND ALBER halloween 2010

MARC AND ALBER Halloween 2010

E non parlo solo dei mitici Marc Jacobs (che firma Louis Vuitton oltre ai marchi che portano il suo nome) e Albert Elbaz (che firma Lanvin, ma che ha anche reso i suoi capi accessibili con la collezione per H&M), oggi certamente fra i designers di moda più quotati e potenti. O della francese Sonya Rykiel, classe 1930, ebrea polacca residente a Parigi, famosa per l’abbigliamento a righe, in voga da 40 anni.

Parlo anche di Calvin Klein, Ralph Lauren, Donna Karan, Kenneth Cole, Michael Kors, Zac Posen, Isaac Mizrahi tutti ebrei americani con linee di moda e “jeanseria”.

Ralph Lifshitz Lauren 1979

Ralph Lifshitz Lauren 1979

Per me una menzione speciale la merita Diane Von Furstenberg, nata nel1946 in Belgio da un rumeno e di un’ebrea greca sopravvissuta all’Olocausto. Divenuta principessa sposando Egon Von Fustemberg, oltre a creare abiti bellissimi, eleganti, ma comodi con stampe meravigliose e materiali morbidi (dai prezzi se non accessibili, nemmeno proibitivi), si è sempre spesa per le buone relazioni interrazziali. Addirittura, quando tutti hanno voltato le spalle al pazzo ma creativo Galliano cacciato da Dior l’anno scorso perché accusato di comportamenti antisemiti, lei lo ha difeso trovando amore e rispetto per i mix culturali e razziali nelle creazioni da lui disegnate.

Diane Von Furstenberg Sara Jessica Parker

Diane Von Furstenberg Sara Jessica Parker

Anche la cosmesi e profumeria hanno fra i loro marchi principali case di bellezza fondate da personalità ebraico-americane: Estée Lauder, Helena Rubistein, Max Factor. In questo settore il mio prediletto è l’inglesissimo (ma figlio di un ebreo greco) Vidal Sassoon, che ha portato lo stile Bauhaus nel mondo delle acconciature. Il taglio BOB, da lui inventato, ha spopolato negli anni’80. La sua linea di prodotti per i capelli distribuita da Procter and Gamble ha venduto milioni di shampoo e conditioner.

Vidal-Sasson esegue il "suo" taglio Bob su Mary Quant

Vidal-Sasson esegue il “suo” taglio Bob su Mary Quant

Se fra questi marchi, queste griffe, non avete ancora riconosciuto nemmeno un pezzo del vostro guardaroba o dei vostri prodotti da toletta, sono certa che almeno una volta nella vita avete indossato un capo che porta questi nomi: Banana Republic, Guess, Timberland, Abercrombie and Fitch e soprattutto Levi Strauss.

Chiunque sia nato dopo il 1960 nella vita ha posseduto almeno un jeans Levi’s, che il signor Levi, immigrato ebreo tedesco, ha iniziato a produrre a San Francisco nel 1853. Alla fine del 1800 il “Rag Trade”, la produzione e commercio di abbigliamento era la terza più importante industria degli Stati Uniti, dopo l’acciaio e il petrolio. Di questo settore la componente ebraica di origine tedesca deteneva circa l’80% delle manifatture e produzione fino allo scoppio della prima guerra mondiale.

Ebreo Tedesco in capotto con Stella di David

Ebreo Tedesco in capotto con Stella di David

Poi sono venuti tempi terribili in cui il marchio ebreo più visibile non era una marca di jeans, ma la Stella di David gialla con scritta jude (ebreo in tedesco) che dal 6 settembre del 1941 ogni ebreo che avesse compiuto 6 anni doveva obbligatoriamente portare cucita sugli abiti per essere immediatamente riconosciuto. In Germania e in tutti i territori occupati dai nazisti.

Il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa arrivano ad Auschwitz e aprono al mondo gli occhi sulla soluzione finale. Il 27 gennaio diventa quindi il giorno della memoria, per ricordare tutte le vittime nel nazismo, fascismo e dell’Olocausto, soprattutto ebrei (oltre 6 milioni di morti), ma anche omosessuali, oppositori politici, Rom, Sinti, zingari, testimoni di Geova, pentecostali, malati di mente, portatori di handicap prigionieri di guerra.

Marc Jacobs Scarlett Johansson

Marc Jacobs Scarlett Johansson

Io, personalmente, non dimentico la storia. E apprezzo che oggi essere vestiti da ebreo significhi portare abiti di un griffe disegnata da un omosessuale figlio di una malata di mente di origini ebraiche, nato a New York negli anni ’60. Quando leggi il nome Marc Jacobs pensi al logo di una sfilata piena di energia, allegria e bellezza e non ad un ragazzo con un cappotto marchiato con una stella gialla.

Natalie Portman Zac Posen

Natalie Portman Zac Posen

Ps: tutte le persone che appaiono in questo articolo, gente comune, designers, imprenditori, attrici, modelle, sono di origine ebrea (escluso Steve Jobs e Mary Quant).

 

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10 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Biancamaria Rizzoli

    Molto interessante. Che al giorno d’oggi gli ebrei siano importanti creatori di moda appartiene evidentemente a una sorta di legge del contrappasso in positivo. Da storica del costume ricordo che non solo sotto il nazismo erano obbligati a portare un contrassegno, ma che dal momento che la Chiesa li bollò come uccisori di Cristo, furono sempre contraddistinti da un pezza cucita sull’abito il cui colore variava a seconda delle leggi locali. Il più tipico tra i capi indossati fu però un cappello a imbuto rovesciato con cui sono rappresentati in molte miniature. A Venezia, la prima città in cui gli ebrei furono confinati in un “ghetto”, li si distingueva per la “beretta zala”. Per maggiori approfondimenti suggerisco di vedere “Il mercante di Venezia”, tratto dall’omonima commedia di Shakespeare con un meraviglioso Al Pacino nella parte dell’usuraio Shylock, che però indossa una berretta rossa. Anche se non è ben chiaro il motivo, il giallo era anticamente considerato un colore infamante, ed era applicato non solo sulle vesti ebraiche, ma anche su quelle delle prostitute e dei cornuti.

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    • Viviana Alessia

      Scrivo in un momento in cui riesco a dominare la nausa e la rabbia che provo ed ho sempre provato quando mi si ricorda ciò che il popolo ebraico ha patito nel corso della storia. Ho visto più volte il film ” Il mercante di Venezia ” e non solo per l’ insuperabile interpretazione di Al Pacino. Ho visto il ghetto di Venezia, di Padova, di Trieste. Mi sono recata a più riprese nella risiera di San Sabba in qualità di docente e da normale cittadina di una società in cui la parola razzismo dovrebbe essere scomparsa ed invece è più attuale che mai. Non riesco a dimenticare una casa del ghetto di Padova che era abbandonata e molto grande. Aveva sulla soglia una grande porta con due stipiti ed un architrave grossi, in pietra candida. Sui due stipiti, a destra e a sinistra, ad altezza di uomo erano scolpite due stelle di David. Sull’ architrave era scolpito a grandi caratteri ” shalom”. Ero sola, spinsi istintivamente quella porta il cui legno era ancora bello. La casa era buia, c’ erano masserizie rotte, impolverate, che ingombravano l’ ingresso. Rimasi un po’ ferma, come in ascolto di voci lontane, voci che sicuramente riempivano un tempo quelle stanze ora buie e impraticabili, voci sparite ad un tratto e che non hanno più fatto ritorno a quella loro casa grande che doveva aver serbato la vita, le risate, i pianti di tante persone che l’ abitavano un tempo lontano. Sentii stringersi il petto ed ebbi uno strano presagio di dolore e dispersione. Richiusi con delicatezza quella porta, guardai la scritta bene augurante dell’ architrave e me ne tornai sul Corso girandomi sovente per cercare di leggere dentro quella strana sensazione che non mi lasciò poi per giorni. La risento anche adesso che scrivo. Forse quella casa mi ha in qualche modo parlato della mia vita.
      La tua conoscenza di storia del costume è preziosa, Biancamaria, come è prezioso tutto ciò che ci insegni sull’ arte. Non sapevo che gli ebrei dovevano anche essere contrassegnati per ” aver ucciso ” Cristo. Penso che Cristo si adirerebbe quanto me, se non di più. Non sapevo del copricapo degli ebrei, del significato infamante del colore giallo di quell’ orrenda stella che dovevano portare: persone operose e normali, come tante altre, paragonate a puttane e a disonorati da mogli puttane. Io mi sono sempre chiesta cosa ci sia nella testa dei razzisti. In fondo, se proprio dovevano eliminare gli ebrei per mangiarsi i loro beni fino all’ ultimo dente d’ oro, l’ ultima scarpetta di bambino, secondo gli aberranti calcoli della shoah, potevano farlo senza tutta la tragica e violenta farsa della segregazione. La Chiesa si è resa complice nei diversi tempi storici del razzismo contro il popolo deicida. Il mio buon professore di matematica delle medie che veniva ogni giorno da Treviso facendosi 150 + 150 km di strada ogni giorno soleva ripeterci ” Sveglia, ragazze, ché nianca el can el mena la coda par niente!”. Per quanto riguarda la passata posizione della Chiesa non serve dunque che io scriva niente di più. Per quanto riguarda puttane e cornuti, i razzisti sono tanto certi di non esserlo? Ecco il focus della questione razziale in generale: ciò che mi fa adirare contro la gente che s’ ammanta dietro i neri veli del razzismo e’ l’ evidenza che sono i razzisti che hanno tutti i difetti attribuiti agli altri; pretendono di nasconderli con la prepotenza e la violenza e dopo averti depredato dell’ onore pretendono di portati via quello che hai perché chi ha l’ anima tanto malata ha il corpo flaccido e impotente, capace solo di rubare. I razzisti sono sempre intorno a noi, come neri uccellacci assassini. Non basta tenerli alla larga. Meglio smascherarli e fargli capire che basta la buona volontà e sei in grado di comportati nei loro confronti peggio di loro. In fondo ogni agnello può ricoprirsi con la pelle del lupo perché esiste la simmetria delle azioni proprio come in matematica esiste la simmetria numerica.

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  2. Francesco villa

    Complimenti, articolo atto ad informare le persone, tutti dovrebbero sapere cosa acquistano, ma la parte davvero grave è da chi la stanno acquistando!!!!

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    • Viviana Alessia

      Si può sempre scegliere un minimal adamitico fai da te piantando un albero di fico in una capiente tinozza sul terrazzo condominiale se non si possiede uno scampolo di terreno, non le pare? La mise garantirebbe un’ abbronzatura pressoché integrale in estate e, con un po’ di allenamento graduale, una tenace resistenza ai rigori invernali.

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  3. Viviana Alessia

    L’ articolo dimostra con semplicita’ e freschezza che gli ebrei sono persone ingegnose, volonterose, piene di buona volontà e pure, mi pare evidente proprio grazie anche a questo articolo, pieni di ideazione. C’ e’ tanta gente cosi’ al mondo, e qui si sottolinea semplicemente una peculiare qualita’ degli ebrei riguardo la moda che non è un argomento facile da capire e rincorrere. Il mercato si satura presto e si richiedono continui rinnovamenti: è vero, è tutto un correre e rincorrere proprio come nel cortile dei vispi bimbetti della scuola materna.
    Mi sembra che la storia dimostri che gli ebrei si sono sempre adattati in tutti i paesi in cui sono vissuti ed abbiano lavorato e procurato cio’ che alla comunita’ serve, e con abbondanza. Ma sta proprio qui il segreto ( di pulcinella, in verita’ ) della loro dannazione. Il fatto che in certi stati siano stati perseguitati ed eliminati brutalmente ( vedi i progrom e l’ inqualificabile olocausto nazifascista che ha infangato in fondo l’ intero occidente dagli occhi foderati di prosciutto strapassato ) mi conferma nella convinzione che mi tiro dietro da parecchi anni ormai, considerati pure gli infelici se non tragici esempi che non mancano in casa nostra. Cosa fa l’ Italianetto mediocre, con poca o nulla voglia di alzar le terga e lavorare e/o sviluppare un minimo la corteccia cerebrale applicandosi decentemente ad un qualche lavoro o a qualche pagina del libro di scuola? L’ Italianetto immancabilmente si industria a modo suo, sul come barare coi conti condominiali, coi conti lasciati dal panettiere, dal lattaio, dal macellaio. Ai grandi magazzini si trasforma in lesto uomo- ragno indossando con repentina naturalezza il cappotto fregato tra gli scaffali dove ha prontamente riposto in bella mostra il vecchio e liso cappotto dell’ anno precedente e se ne esce con studiata eleganza dicendo che non ha trovato nulla di interessante. E che sara’ mai? È solo la classica furbata all’ italiana, via! Solo che a fine giornata il povero contabile conta buchi su buchi nel magro bilancio e il fallimento s’ affaccia spaventevole. Il pelandrone invece non teme fallimenti ché il furto della pagnotta e del resto non è una attività che va disperdendosi, anzi si rafforza con l’ aumentare dello sconforto dei lavoratori che presi da depressione abbassan la guardia, ahiloro!
    E a scuola il ganzo, il bullo figlio di malnati pelandroni, che fa per tirare a campare il suo stupido anno di scuola? Minaccia e picchia il più debole per farsi passare il compito. E che sarà mai? Son bischerate da giovani che si fan da giovani, via! Peccato che le vittime di questi precoci e impuniti delinquenti spesso si ammalano a causa dei soprusi e delle infami ghignate dei sopraffattori ed è già un miracolo se si riesce talvolta a curare e far salva la vita dei poveri figli che studiano ed operano con passione, volontà e correttezza.
    E in tal guisa io vedo la triste sorte ( si auspica passata e bell’ e finita ) degli ebrei che s’ industriano a pensare, a fare, che lavorano, producono ricchezza che fa la solita gola ai soliti vigliacchi che fanno la solita ombra sotto tutti i soli di questo malmesso pianeta: alle volte, di fronte a certe infamita’, a certi discorsi, a certi comportamenti penso che questo pianeta sarebbe l’ Eden dell’ universo se mancasse l’ ultimo anello dell’ evoluzione che qualcosa o qualcuno ha quivi innescato.Sì il cosiddetto anello umano dovrebbe non esser qui a stritolare a morte il meraviglioso pianeta che lo ospita oltre che a sgozzare di frequente i simili e i non simili, di solito per predarli e depredarli, guarda tu!
    Non mi si venga a dire che gli ebrei non sono stati invisi ai troppi pelandroni che aspettavano solo il momento buono per arraffare tutto cio’ che essi accumulavano con le loro fatiche. Le loro risorse fecero comodo, e quanto!
    E, dopo tanta infame violenza che è oggi provata e sotto gli occhi di tutti, io non voglio più sentir parlare di superuomini, razze superiori, razze padrone , razze da schiavizzare, razze nere, gialle, bianche, ariane, semite, camite e quel cavolo che i pelandroni di tutti i tempi e tutti i luoghi hanno ideato in abbondanza per rubare le fatiche altrui, uccidendo, massacrando, torturando.
    No, Marinda non ha fatto nessun miscuglio nel suo interessante articolo. Ha acclarato per bene quanto sia diffusa nel mondo della moda la griffe che porta un nome ebreo ( non ci avevo mai pensato ) e ha sottolineato che c’ è stato un tempo orrendo in cui l’ unica griffe per un cognome ebreo è stata una tragica stella. Ha detto qualcosa di antistorico? Qualcosa che suona falso? O qualcosa che suona sgradito a orecchiette troppo delicate?

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    • marinda

      Grazie Viviana, hai tratto conclusioni ancora più profonde. Forse perchè in 4 anni (quasi 5, visto che il pezzo è stato scritto all’inizio del 2012), abbiamo visto tanta violenza, odio e rabbia innescati da differenze di razza e di credo religioso. In questa giornata della gentilezza vorrei poter dire che fortunatamente le cose vanno meglio, ma no, non è così. Un abbraccio gentile.

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  4. mauro

    un articolo penoso, metti tutto insieme e fai moda, icona e trend; ma per favore!
    ricicolo e ignorante, la storia è un’altra cosa

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  5. Max Keefe

    L’articolo è molto interessante e ben informato. Non sapevo niente di abiti di moda creati da ebrei. L’introduzione con i bambini all’asilo però non mi sembra molto calzante.

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    • marinda

      é un’idea tutta mia. ho sempre pensato al mercato di merci e marchi come un luogo allegro e pieno di confusione dove tutti cercano di farsi notare.Chi urlando, chi ridendo, chi correndo, chi nascondendosi nella speranza di essere cercato … Un po’ come una scuola materna. Certo ogni scarafone è bello a mamma soia, ma ogni prodotto se vuole continuare ad esistere dovrebbe esser bello per un numero consistente di persone.

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