Cioff in via Perego

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Erano le due e mezza del pomeriggio, ma in giro non c’era un’anima, potevano benissimo essere le due e mezza del mattino. Ma era pomeriggio e c’era anche il sole. Un sole di metà gennaio, quello che volendo uno potrebbe anche immaginarsi di essere in primavera, ma poi se cammini all’ombra fai presto a ricordarti che è inverno. Ero uscito da scuola da quasi due ore, ma di tornare a casa non ne avevo voglia. Non era stata una mattinata di quelle da incorniciare. Probabilmente nemmeno il professor Zaghini avrebbe incorniciato la mia versione di latino. Anche perché per la prima (e alla fine unica) riga ci avevo messo 40 minuti, per cui avevo deciso che alla fine non valeva la pena insistere. Chissà se quei tipi romani che si sbattevano a declinare e coniugare immaginavano la sofferenza che sarebbe toccata a quelli come me qualche migliaio di anni dopo.

Insomma, come mi capita a volte, avevo divagato. Non tantissimo, in fondo la prima riga parlava di una bella battaglia, con elmi, spade e tutto quanto il resto. Io avevo aggiunto qualche idea mia, la storia di questo soldato romano che si era stancato di infilare la spada nella pancia dei nemici e via discorrendo. Era un bel tipo il mio soldato, uno che pensava che poi ammazzarsi a vicenda non è che portasse lontano, e infatti i romani non ci sono più, almeno non quelli di Giulio Cesare e tutti gli altri. La notizia che rimbalzava tra le ville di Roma, i tipi nobili con l’alloro e tutto il resto, quelli capaci di leggere non ci avrebbero creduto. Guarda un po’ che notizia, Caio Tizio ha smesso di sbudellare nemici, ha mollato tutto e se n’è andato su un colle. Nemmeno sappiamo dove. Insomma era una storia per così dire “positiva”.

Io in fondo sono un tipo positivo. Zaghini me l’ha detto varie volte, mi mette sempre tre, ma dice che in fondo c’è del buono in quello che scrivo. Solo che non c’entra niente con la versione e lui mi deve dare tre.

Io gliel’ho detto a Zaghini di non preoccuparsi, ha ragione a darmi tre. E’ giusto, io non so tradurre la versione, non si deve fare problemi. Può anche bocciarmi, non è colpa sua.

Però mi piacerebbe una storia che invece di raccontarci di morti ammazzati ci raccontasse di tizi caii, che mandano tutti a quel paese e vanno su un colle. Non sarebbe figo se il tipo del telegiornale un giorno stracciasse i fogli che ha davanti e dicesse “Ma cosa vi racconto, in fondo cosa ve ne frega di questo che ha rubato, quell’altro che ha sparato. Vado a farmi un caffè”.
E ci va davvero a farsi un caffè.

Insomma, anche se sono un tipo positivo e anche Zaghini lo ammette, credo che anche in questa versione prenderò tre. Sì, forse la prima riga l’ho anche tradotta bene, ma a Zaghini la prima riga non basta.

Il giuoco del calcio alla lattina

Il giuoco del calcio alla lattina

Dunque c’era il sole, era gennaio, veniva voglia di primavera, ma c’era ancora da aspettare un paio di secoli prima che arrivasse. La lattina davanti a me chiedeva solo di essere calciata. Io non so resistere quando vedo una lattina da calciare. La calcio. Posso andare avanti per chilometri a calciare lattine. Una volta mi sono perso calciando una lattina, dovevo andare da una mia zia che mi insegnava un po’ di matematica, ma poi a forza di calciare ero finito chissà dove. In matematica non andava molto meglio del latino. Io non ho niente contro la matematica, non sono di quelli che dice che è difficile o che non la capisce. E’ solo che è un po’ troppo scontata, se in trenta persone fanno la stessa operazione viene lo stesso risultato. O meglio, dovrebbe. A me spesso non viene.

Beh, comunque non starò ad annoiarvi con il latino o la matematica. Calciavo la mia lattina e passavo di fianco al campetto di una parrocchia. Quattro ragazzini sui dodici anni, due per squadra, un pallone da basket un po’ sgonfio, un unico canestro. Sembravano contenti. Passi per il pallone un po’ sgonfio, ma quello che non posso sopportare sono i canestri senza retina. O ancora peggio, quelli in cui c’è attaccato solo un “ricordo” di retina, due cordicine sfilacciate. Prendi quattro ragazzini di dodici anni che sono, diciamo, contenti per la loro partita di pallacanestro. Si accontentano, hanno anche il pallone un po’ sgonfio. Ma perché non devono assaporare la sensazione della retina che si gonfia e lascia gentilmente passare il pallone, lo rallenta, lo riconsegna delicatamente. Canestro, un dato di fatto. Non sopporto quando qualcuno infila un tiro perfetto e la palla magari finisce diretta nel muretto dietro il canestro, come se nemmeno fosse entrata. Magari uno dei ragazzini pretende anche che non sia entrata. Non è cattivo, ma lo capisco. Fa rabbia che non ci sia una retina.

Non è giusto, come non è giusto che una dozzina di altri ragazzini se la giochino a calcio in una porta senza rete. Solo due pali e una traversa, se sono fortunati anche i sostegni della porta, a volte nemmeno quelli. Passi giocare sulla sabbia anziché sull’erba, passi che il fallo laterale sia un muretto. Però almeno il pallone che si insacca, la rete che celebra il goal. E invece no, il pallone rimbalza nel muretto dietro la porta. Basterebbe così poco, una retina, una rete, per rendere il mondo di questi dodicenni un po’ migliore.

Il pallone gonfia la rete

Il pallone gonfia la rete

Perché secondo me è a dodici anni che ci roviniamo. Cresciamo pieni di speranze, tra babbi natale, cosa farai da grande, cartoni di Walt Disney, poi appena sei abbastanza grande da andare al campetto dopo la scuola ti ritrovi un canestro senza retina o una porta senza rete. E’ normale che poi uno sia frustrato, che smetta di essere positivo. Reti e retine potrebbero cambiare il mondo.

La lattina subiva i miei calci senza reagire. Mi piacciono le lattine, perché io sono un po’ come loro. Quando prendi i calci non conviene reagire. Quel bastardo di Gennari mi aveva tirato due calci oggi nell’intervallo, uno in uno stinco, il secondo nelle palle. Non avevo respirato per un minuto. Tutto perché gli avevo detto che era un bastardo, perché quando Zaghini ha beccato lui e Carlini a copiare ha ritirato il compito a tutti e due. E Gennari non ha detto che era lui a copiare e Carlini aveva fatto la versione da solo. E così anche Carlini si becca il tre, come me e Gennari. Ma io e Gennari ce lo meritiamo, Carlini no. Potevo dirlo io a Zaghini che era stato Gennari a copiare, ma non sono uno spione. E poi non è che avevo tanta voglia di parlare, ero fermo alla prima riga. E comunque Gennari mi avrebbe gonfiato se facevo la spia. Poi mi ha gonfiato comunque, perché è un bastardo e io gliel’ho detto. Carlini mi ha detto che non ne valeva la pena, non mi ha nemmeno ringraziato. Alla fine è un bastardo anche lui, non mi interessa se ha preso tre. Però Gennari è più bastardo, doveva dirlo che era stato lui a copiare.

Mi ero stancato anche di calciare la lattina, i canestri senza retina e le porte senza reti me ne avevano fatta passare la voglia. E a pensare a Gennari e a Carlini mi era anche tornato un po’ di male alle palle. Fu in quel momento che mi si affiancò una macchina. Una di quelle macchine false, quelle che vorrebbero essere stilose e retrò, ma invece sono delle imitazioni da quattro soldi di modelli che a suo tempo avevano fatto epoca. Poco dignitose. La donna che tirò giù il finestrino però aveva un’aria dolce.

Google maps

Google maps

Io ho questo difetto, se vedo una donna con l’aria dolce, anche se ha quaranta o sessant’anni non mi interessa, a me piace subito, mi immagino di portarmela a letto poco dopo. E questa aveva l’aria dolce, e a quaranta non ci arrivava. Ma fu quello che chiese che mi lasciò secco. Mi chiese dov’era Via Perego. Cioè, cercava una strada, e fin qui niente di eccezionale. Però di eccezionale c’era che io sapevo davvero dov’era via Perego. Le dissi dov’era e lei mi disse grazie. Tirò su il finestrino e andò via sulla sua macchina. Non era poi così male quella macchina. Non mi aveva fatto salire, non aveva abbassato i sedili per fare l’amore sul posto, ma io ero contentissimo. Ha ragione Zaghini quando dice che sono positivo. Le indicazioni stradali, saranno quelle a salvarci. Altro che le battaglie romane, altro che i telegiornali. Diciamo alla gente dove trovare via Perego e il mondo sarà migliore. Le indicazioni di via Perego sono come mettere una retina ad un canestro.

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Due foto di Dany Peschi che sembrano scattate per questo racconto:

To the mountains

Black & White

E poi:

Leggi “Holden e Martin” di Jeremy Bentham da L’Undici “vintage”

 

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