CinaniC

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Nell’ex Belpaese, ai primi di dicembre del 2011, una junta masso-banco-vaticana con a capo un grigio tecnocrate rovesciò il governo democraticamente eletto.Nunc est bibendum? Nunc pede libero pulsanda tellus? Non proprio.
In quelle ore, per esempio, scorrazzando liberi per il centro della città progressista per antonomasia, alcuni cronisti de L’Undici videro solo due spellacchiati tricolori addosso a un paio di studentesse infreddolite, che si lamentavano per l’indifferenza della gente di fronte a un evento, a loro dire, di rottura totale.

Eppure, erano proprio loro che si sbagliavano. Si è forse mai visto ricostruire una casa (un Paese) da buttare iniziando con la demolizione e ricostruzione totale del tetto (del Governo)? Senza avvisare né chiedere agli inquilini? No, non si è mai visto. Normale quindi che gli inquilini restino per lo meno indifferenti. Vedremo poi, quando gli inquilini tutti potranno parlare, cosa diranno del tetto rifatto ma soprattutto a che geometra affideranno il seguito dei lavori, che visto lo stato delle cose dovrebbero durare per almeno due, tre lustri.

Ora, è pacifico che una piccola parte degli inquilini (che per questo dovrebbe ringraziare la finanza) crede che un professore universitario, da solo e con il Parlamento obbligato non-si-sa-fino-a-quando ad assecondare le sue decisioni, possa fare miracoli.

Ma per la grande maggioranza degli inquilini non è per nulla garantito che sul lungo periodo i lavori di restauro rendano la casa sicura. Nel breve periodo poi, è certo che il costo dei lavori massacrerà ulteriormente il loro tenore di vita. La “minoranza rumorosa” di persone che si ritrovarono a fischiare sotto palazzo Chigi, che intasarono e intasano i giornali e internet di commenti, opinioni, descrizioni della nuova Italia non è altro che un fenomeno mediatico, basato sul nulla, sul wishful thinking, sul vedere un tetto nuovo ed essere sicuri che le pantegane della cantina se ne siano andate. E basato molto anche sulla malafede, specialmente dei grandi organi di informazione, fino a pochi mesi fa impegnati nel genuflettersi di fronte ad avanzi di galera, mafiosi assortiti, satiri ridanciani e ministri cultori della pernacchia. Certo, si può sempre sperare. La possibilità, il bagliore di un cambio, i presupposti,  in effetti ci sono. Certo. Ma chi visse sperando…

Non si capisce però perchè per la minoranza rumorosa un’Italia diversa dovrebbe essere una buona notizia, visto che quelli che si appassionano di piú a seguire, commentare e vivisezionare le miserevoli vicende della politica italiana non hanno in senso pratico niente da guadagnare.

Al contrario, avrebbero in molti casi da perdere; per esempio qualche loro privilegio (ereditato o rubato) che permette loro di consumare ore e ore vaneggiando di macro e micro economia, numero delle licenze dei taxisti , lacrime di una signora di mezza età ritrovatasi ministro, beauty contests. Magari è la volta che il burocrate golpista che gli fa pagare le tasse, che li fa lavorare davvero, che intacca le loro rendite di posizione o di famiglia.

Ma noi passiamo oltre, anche perchè il putsch della finanza che ha cambiato il governo di un paese sempre piú marginale a livello mondiale può meritare forse solo una riga nelle pagine di storia che si stanno scrivendo in questi anni. Chi vuole guardarsi continuamente le punte delle dita dei piedi o crogiolarsi nell’ avvincente italiano mondo dei “se si facesse”, “se si potesse”, “bisognerebbe”, “sarebbe bene”, può cliccare qui, ma anche qui, e pure . Può anche tirare la catena.

La storia di questi anni ci dice che tutto il mondo ormai è un solo paese, almeno dal punto di vista economico. Che questo paesello sferico è diviso molto sommariamente in una zona dove si produce e in un’altra dove si consuma.  Che gli abitanti consumisti hanno finito i soldi nonostante tutti i trucchi escogitati per creare ricchezza dai computers e non dal sudore: a livello molto piú macroscopico, lo stesso meccanismo che permette a un sacco di persone che passa la maggior parte del suo tempo su “gmail-youtube-facebook-twitter-et-similia” di dire che stanno lavorando. Gli abitanti produttori invece sono diventati molto piú ricchi, fino al caso limite della Repubblica Popolare Cinese che diventa uno dei piú importanti creditori degli “ex signur-dalle-braghe-bianche” USA.

Si stanno creando tensioni fra queste due parti del paesello sferico. È una ironica fortuna che chi veramente gode dei vantaggi di questo sistema cosí polarizzato è una casta trasversale di pochissime persone, oltremodo ricche e potenti, che non appartengono interamente a nessuno dei due poli produttori-consumatori. Hanno interessi da ambo le parti, e non sono interessati a una vera guerra fra i due poli: questo è un fattore di stabilità molto importante, anche se per esempio è da un po’ di tempo che i soldatini americani si allenano a tirare i missili dai sottomarini nei mari cinesi.

Meng Lu e io però vi anticipiamo un vero evento di rottura che ancora una volta scuoterà il paesello bipolare e cambierà le carte in tavola a livello globale. In breve: i cinesi iniziano ad andare in vacanza.

Le prime avvisaglie di questo incredibile ma soprattutto imprevedibile fenomeno arrivano proprio dall’Europa. Forse non dall’Italia, dove le comunità cinesi ancora sono (auto)confinate nel ghetto; in altri luoghi invece, non è raro vedere cinesi proprietari di gioiellerie, negozi del centro buono, ecc.
E ancora meno vedere la gioventú cinese scorrazzare griffata per la città, ubriacarsi per strada e fare casino. Cose per molti, cose normali. Ma cose non per tutti.
Sconvolgente poi vedere imprenditori cinesi che chiudono le loro attività e fanno le vacanze comandate. “Il mio bar sotto casa, gestito da una famiglia cinese, ha chiuso 4 giorni di fila durante l’Epifania!”, mi ha detto un amico. Insomma, il negozio o il bar cinese, per definizione sempre aperti quando gli altri erano chiusi, cessano di essere delle certezze su cui poter contare. Forse anche i nostri amici cinesi sono umani. Forse si sono stancati di lavorare e morire. Forse i primi soldi li stanno cambiando, facendoli tendere verso il dolce far niente come un qualsiasi debosciato abitante della “old Europe”.

Possibile? Certo! Dice Meng Lu direttamente dalla Cina: il turismo, prima conosciuto solo da funzionari di partito, è diventato ora una delle nuove e piú fiorenti industrie del ‘socialismo alla cinese’. I consumatori piú spendaccioni sono chiaramente i membri della nuova ‘classe media’ (professionisti, commercianti, funzionari di imprese publiche e private), ma ci sono anche grupponi di turisti in gite organizzate, con guida, bandierine ed altoparlante che schiamazzano nei musei e nei siti indicati dal Governo come mete ‘culturali’ o di importanza storica da non perdere.

Anche il calendario è cambiato: prima c’era solo un giorno di vacanza il 1 maggio, uno il 1 ottobre e due o tre per l’anno nuovo. Dal 2000 entrano le cosidette ‘golden weeks’ per il 1 maggio e il 1 ottobre, oltre che ferie piú lunghe per il capodanno; ora è rimasto il 1 ottobre ed il capodanno. Ma tanto basta per smuovere contadini, impiegati e ricconi e soprattutto smuovere i danari guadagnati con tanta fatica. Cosí si guarda una bella statua di Mao e poi si va a prendere un bel Kentucky fried chicken all’angolo.

Le mete favorite dei giovani ‘city workers’ o studenti di famiglie benestanti sono i percorsi etnici nello Yunnan o Sichuan (per non parlare del Tibet), dove le minoranze incoraggiano ad un sano ritorno alla natura, oltre che inscenare tutta una serie di danze, eventi e musiche ‘tipiche’ “roba per lo piú artificiale, riciclata o tutta rifatta di sana pianta a beneficio del turista” per sbarcare il lunario. Ancora ricordo i tibetani che prendevano in giro i cinesi Han che provavano ad andare a cavallo; in realtà erano pony.

Insomma, come la finanza ha offerto una occasione di riscatto alla minoranza di italici che meriterebbe di vivere in un paese almeno la metà civile di quanto la maggiore minoranza pensa sia l’Italia, cosí la malattia della vacanza, confortante sintomo di una universale tendenza umana all’ozio e al benestare (su cui qui non possiamo indugiare), potrà forse ristabilire gli equilibri e smussare il pericoloso e nefasto gradiente fra popoli produttivi e popoli consumatori.

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Chi lo ha scritto

giorgio marincola

Giorgio Marincola è/è stato, in ordine sparso: fisico teorico, diplomato in sandwich-making al 67, Pret-a-Manger, Tottenham court road, "no-global" ante-litteram con le mani bianche a Genova 2001,  Ph. D., campione paesano di calcio "a portine", ricercatore alla University College London (a pochi metri da Tottenham Ct. Rd.), rifugista-capo-sguattero al Calvi, professore universitario associato, programmatore HPC e Android, ballerino di lindy hop, ingegnere di sistema, scarso chitarrista e scialpinista in lento miglioramento. Vive/ha vissuto diversi anni in tre-quattro paesi europei e a Londra. Si esprime fluentemente in 4 lingue e un dialetto, tipicamente a due a due. È tra i fondatori de L'Undici.

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