Accesso al lavoro: avvocaticchi

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Nella manovra “Salva Italia” di fine 2011 fu disposto il divieto di vendere le lampadine a incandescenza dai 25 ai 45 watt per ottemperare ad una direttiva europea risalente al 2005.

Se si considera che le direttive europee devono essere tradotte in legge in ogni paese dell’UE e che la media di conversione è piuttosto alta, è auspicabile ritenersi soddisfatti del legislatore italiano che, nel 2001, in meno di tre anni, recepì e tramutò in legge la direttiva europea 98/5/CE del 16 febbraio del 1998, che indicava la necessità di regolarizzare la professione dell’avvocato nell’ambito dell’Unione Europea.

Tale direttiva aveva lo scopo di permettere ad ogni avvocato di esercitare la professione in qualsiasi altra nazione aderente all’Unione. Se un “barrister” britannico si fosse innamorato di una italiana e i due avessero deciso di vivere nel Belpaese, l’equivalente dell’avvocato italiano avrebbe dovuto avere tutti i diritti e i doveri di un cittadino italiano iscritto all’Albo degli Avvocati. E questo doveva valere anche per un “advokat” svedese, un “rechtsanwalt” teutonico, un “abogado” spagnolo e via dicendo. Tutti dovevano avere il diritto, in quanto cittadini europei, di iscriversi nell’Albo degli Avvocati in cui si fissava stabilmente la residenza o il domicilio professionale.

Fu così che, in attuazione della direttiva, nel 2001 il Presidente della Repubblica Italiana emanò un decreto legislativo, il n.96 del 2 febbraio del 2001,  che recitava nel Titolo I “Esercizio permanente della professione di avvocato da parte di avvocati cittadini di uno Stato membro dell’Unione europea”, diritto ribadito in seguito da un altro decreto legislativo, il n.206 del 2007, che recepiva un’altra direttiva dell’Unione Europea, la n.05/36/CE. Era l’inizio di una regolarizzazione doverosa: non si può penalizzare un non italiano, ma europeo, che, per motivi di diversa natura, si è trasferito in un altro Paese dell’Unione. Cittadino europeo significa avere gli stessi diritti altrimenti l’Unione a cosa serve? Altrimenti che senso ha definirsi europei, partecipare alla costruzione di un terreno comune? Nel decreto legislativo del 2001, all’epoca si era a conclusione del Governo Amato e all’albeggiare del decennio berlusconiano, si stabilisce che gli avvocati dei paesi UE che vogliano esercitare in Italia possono iscriversi in una speciale sezione dell’Albo, quella degli avvocati stabiliti (o in quella degli avvocati integrati). Gli avvocati stabiliti hanno i diritti e i doveri di un avvocato italiano, devono rispettare le norme deontologiche, professionali e legislative che ne disciplinano la professione. Dunque, dopo essersi iscritto nella sezione speciale, l’avvocato stabilito deve agire di intesa con un professionista, un avvocato “normale”, il quale assicura, davanti agli organi di giustizia, la validità del suo esercizio (art.8 comma 1 del decreto n.96). Se per almeno tre anni egli esercita tale attività, e dimostra di averlo fatto, è dispensato dalla temuta prova attitudinale, istituita anni addietro, il 27 gennaio del 1992, con il decreto legislativo n.115.

L’avvocato stabilito che dimostra al Consiglio dell’Ordine di aver esercitato la professione in modo “effettivo e regolare” evita di sottoporsi all’ulteriore prova e può iscriversi all’Albo degli avvocati. Il decreto n.96 del 2001, scritto in maniera poco chiara e aperto a diverse interpretazioni come molte delle migliaia delle leggi italiane, permette anche a chi non abbia esercitato in modo continuato per tre anni il diritto nazionale dell’Albo a cui vuole iscriversi, di essere dispensato dalla temuta prova attitudinale tramite un colloquio. Detto ciò, nessuno poteva immaginarsi, nel 2001, che un tale decreto sarebbe stato sfruttato da un cospicuo numero di italiani bramosi di iscriversi ad un Albo italiano. Si dirà: che motivo ha un laureato italiano in Giurisprudenza di usufruire dell’Albo degli avvocati stabiliti? Logica vuole che se uno è italiano non ha bisogno di tale Albo, ma dovrà semplicemente, si fa per dire, compiere due anni di pratica presso uno studio legale per provare, poi, l’Esame di Stato. Ma le cose del mondo sono più complicate della logica naturale delle evidenze! Va detto che l’Esame di Stato per diventare avvocato in Italia è, probabilmente, il più difficile tra gli esami di Stato per accedere ad uno dei tanti Ordini professionali italiani. Se per diventare medico o ingegnere l’esame di Stato è poco più di un “pro forma”, l’esame per accedere all’Albo degli azzeccagarbugli si svolge in due sessioni, quasi di un anno l’una a distanza dell’altra. Gli scritti vengono fatti a dicembre in tre giorni filati (tre prove: due pareri ed un atto), mentre i durissimi orali, in seguito ad un’attesa estenuante di sei mesi circa per ottenere i risultati delle prove scritte, si tengono dopo un paio di mesi dalla pubblicazione degli esiti. L’esame, per farla breve, dura un anno, mese più mese meno. Questo per dire che la prova a cui ci si sottopone è ardua e densa di ostacoli, anche logistici, ma, soprattutto, non prevede più la scappatoia meridionale, sfruttata, per quaranta anni, da migliaia di laureati in Giurisprudenza che preferivano fare l’esame in quei distretti d’Appello, tenuto conto dell’elevata percentuale di riuscita – più del 90% di esami superati.

Un tempo le prove venivano corrette dalla commissione esaminatrice del luogo e le sedi calabresi e sicule si dimostravano più permissive nei confronti di eventuali errori dei praticanti aspiranti avvocati. Catanzaro, Reggio Calabria, Messina e altre sedi furono definite come l’avvocatificio d’Italia: migliaia di giovani divennero avvocati, agevolati da commissioni compiacenti di far passare a tutti l’Esame, con l’approvazione dei Comuni della zona, degli alberghi, dei ristoranti, insomma dell’indotto, che in quei mesi dell’anno vedevano salire vertiginosamente i propri incassi. L’incantesimo fu spezzato nel 2003 quando si decise di far correggere le prove da una commissione altra rispetto alla città in cui si erano svolte. Gli avvocatifici non avevano più ragione di esistere, dal momento che laddove il praticante avesse svolto l’esame a Catanzaro, le sue prove sarebbero state corrette in un’altra città. Come tutti sanno, anche l’ex ministro della Pubblica Istruzione Maria Stella Gelmini, propugnatrice e ideologa del merito, prese la residenza a Reggio Calabria, lei che è bresciana, per fare un esame in una sede che vedeva al 94% la percentuale di abilitazione alla professione. Sembrava finita un’era, l’era delle scorciatoie, degli odiosi “calembour” burocratici per cambiare residenza, dello scandalo che si consumava ai danni di chi non era disposto, anche per ragioni economiche, a trasferirsi in un’altra città. Tuttavia, dopo qualche anno di “austerity”, i praticanti che non riuscivano a superare l’esame trovarono l’ennesima via preferenziale – e qui si torna al decreto di cui si è accennato all’inizio. La legge che consente agli avvocati stabiliti di prendersi il titolo in Italia, non vieta ad un italiano di usufruirne. Ed è giusto. Infatti può sempre capitare che un italiano vada a studiare all’estero Legge, perché la famiglia si è trasferita o per altri mille motivi, ma che poi voglia esercitare la professione nel proprio Paese. Dov’è allora il nuovo avvocatificio?

Ne hanno parlato quasi tutti gli organi di stampa, persino la poco attenta Raiuno, attraverso la nota trasmissione “UnoMattina“, dedicò uno spazio al fenomeno degli “abogados”, cioè ai laureati italiani che conseguono il titolo di avvocato in Spagna e, sfruttando il decreto del 2001, lo convertono in titolo italiano. Si dirà: perché andare proprio in Spagna? Perché, in terra iberica, l’esame non è ostico quanto lo è in Italia, non si deve aspettare un anno per completare l’esame di Stato ma è sufficiente un esame svolto in un giorno, di 9 o 10 prove ( a “crocette”), in una qualsiasi Università spagnola. Così, dopo il 2003, l’anno in cui Catanzaro e altre sedi furono depotenziate della taumaturgia, il laureato italiano, in seguito a  qualche anno di smarrimento e a numerosi fallimenti agli esami, trovò l’Eldorado spagnolo. D’altra parte l’esame per diventare avvocato in Italia è stato reso durissimo in ragione del fatto che in Italia, di avvocati, ce ne sono fin troppi. Alcuni sono sicuri che solo a Roma ci sono tanti avvocati quanti ce ne sono in Francia. Fatto sta che l’accesso alla professione per chi fa l’esame in Italia è sbarrato, se si tiene conto che ormai le percentuali di riuscita, ogni anno, sono inferiori al 20%. Ancora una volta solo alcune generazioni, le più giovani, pagano il bengodi precedente di cui hanno beneficiato migliaia di loro concittadini, italiani ma più anziani. E questo vale per l’accesso al mercato del lavoro, per le famose liberalizzazioni, per la scuola, per i posti nel pubblico, per le pensioni e per chi più ne ha ne metta. Come se lo Stato, dopo aver consentito ad intere generazioni di potersi abbeverare in maniera smodata, abbia deciso, da qualche anno a questa parte, di fasciarsi le generose mammelle.

Come ai tempi dell’esodo verso il Sud, anche in questo caso si è creato un indotto, esploso in termini di guadagno dal 2009. Centinaia se non migliaia di giovani e meno giovani laureati si è diretta in Spagna, pagando, nella stragrande maggioranza dei casi, intermediari, società come Omologazionititoli o la Cepu, che hanno visto in questo salvacondotto un’enorme opportunità di arricchimento. Sembrava che tutto fosse stato bloccato dall’Unione Europea che aveva imposto alla Spagna di adeguarsi agli altri ordinamenti europei, cioè di stabilire anche lì un esame di Stato se non duro quanto quello italiano almeno più in linea con gli altri Stati europei. Invece, dopo qualche mese di incertezze dei giovani praticanti e delle società intermediatrici, un decreto regio spagnolo, il Real Decreto 775/2011, del 30 giugno del 2011, ha approvato la legge di Riforma del Sistema di Accesso alla Professione di Abogado, Legge 34/2006, che giaceva non convertita da almeno cinque anni.

Allora tutto finito? Finalmente anche gli spagnoli devono superare un esame duro come gli italiani? Manco per idea, la legge inasprisce solo un po’ la procedura, che rimane, comunque, molto più semplice del roccioso Esame di Stato italiano. Da subito le società intermediatrici si sono messe all’opera, cercando di rimodularsi al nuovo quadro. Ora che la burocrazia è più complessa e il percorso è appena più complicato il prezzo sale, e di molto. La Cepu faceva pagare il pacchetto 28 mila Euro, adesso il prezzo è lievitato arrivando a 38mila euro. La società fondata da Francesco Polidori, propone un percorso già rodato: l’omologazione del titolo – in Spagna si chiama “Corso Experto” – attraverso un esame scritto; un master in Abogacia teorico – pratico; la preparazione all’esame per l’abilitazione spagnola al titolo di Abogado, che si svolge nelle Università, e nel caso specifico a Madrid, mentre negli anni precedenti le sedi privilegiate dalla Cepu erano state Cordoba e Jerez de la Frontera. Dopo il regio decreto l’esame di abilitazione spagnola prevede cinquanta domande a risposta multipla ed un parere. La Cepu di Latina dichiara che di cinquecento iscritti nell’ultima tornata, la percentuale di riuscita è stata il cento per cento, e a domanda sacrosanta di dubbio – riuscirò a superare l’esame? – la risposta della responsabile, la Dott.ssa Carmen Valerio, è semplice: ”Niente paura, è tutta un’organizzazione”. In questo pacchetto sono escluse le spese di vitto e alloggio ma si viene indirizzati verso costosi college al centro di Madrid in cui si spende fino a 500 Euro per una doppia. Alla faccia della crisi!

Non esiste solo la Cepu, ma ci sono altri intermediari come Obbligazionititoli che, prima del regio decreto, richiedeva, per adempiere a tutti gli obblighi burocratici e alla preparazione dell’esame, circa ottomila euro. Ad ogni modo la Cepu promette il completamento dell’iter in sei sette mesi circa. Per pagare la somma di 38mila Euro, consigliano il prestito tramite l’immancabile finanziaria, la Consum.it del gruppo Montepaschi di Siena. Alcuni Ordini forensi, in linea con il Cnf, Consiglio Nazionale Forense, si sono spesi per arginare il cattivo costume, impedendo agli abogados di iscriversi oppure pretendendo la prova attitudinale alla fine dei tre anni, decisione non seguita dall’Ordine più importante, quello di Roma, che ha visto un incremento vistoso di esimi giuristi. Risulta d’altro canto difficile aspettarsi una scelta unanime da parte degli Ordini, pieni zeppi di professionisti che all’epoca di Catanzaro fecero l’esame proprio laggiù e i quali, presumibilmente, sono indulgenti con i loro giovani epigoni del percorso garantito. Come non bastasse l’Ordine di Roma è stato legittimato dalla Cassazione. Poche settimane fa, a Roma, la Suprema Corte, a Sezioni unite civili, si è pronunciata accogliendo i rilievi di un laureato italiano di Palermo che, ottenuta l’iscrizione al Collegio degli Abogados di Barcellona, aveva fatto ricorso in quanto la sua domanda d’iscrizione alla sezione speciale dell’Albo degli avvocati stabiliti in Italia era stata rigettata, in linea con la decisione del Cnf. Si dirà che la Cassazione non ha fatto altro che applicare la legge, nella fattispecie il decreto legislativo del 2007 n.206, ed ha sancito che la prova attitudinale per entrare a far parte dell’Albo degli Avvocati esiste ed è ancora vigente ma è alternativa al tirocinio di tre anni. Se un abogado dimostra di aver esercitato la professione per tre anni nel distretto d’Appello in cui ha il domicilio professionale è dunque dispensato dalla prova attitudinale, giudicata dagli abogados l’unico punto interrogativo al percorso di privilegio in quanto verifica la loro reale preparazione.

Giudicando dalle varie leggi susseguitesi dal 1992, il Cnf ha torto e l’Ordine romano aveva e ha ragione, ma quale ragione?

Dike, la Dea della Giustizia: la dea della giustizia in greco veniva definita “Dike”= appunto Giustizia

La ragione del diritto o la ragione della giustizia? Certamente la ragione delle norme, che si rivelano, però, ignoranti del peso che hanno nella costruzione di una profonda e diffusa ingiustizia sociale. Quello che viene fuori da questa storia è che la società italiana, in senso lato, si fa sempre più feroce e competitiva: così se da un lato si inasprisce l’esame per diventare avvocato al fine di non intasare ancora di più il mercato dei legali, dall’altro non si sposta, doverosamente, il discrimine di accesso al mercato del lavoro sul versante del merito, dello studio, dei sacrifici, ma su quello, ben più comodo, del denaro. Coloro che hanno la fortuna di avere facoltosi genitori, o pesanti eredità, possono accomodarsi in Spagna, gli altri, chi non è danaroso e si chiude in casa per studiare duramente, sono lasciati in balia degli eventi e di un esame duro e che si svolge in luoghi scomodi, senza peraltro garantire il massimo della trasparenza. Gli Esami di Stato in Italia sono infatti geneticamente poco rispettosi del corretto svolgimento e della limpidezza: di recente sono stati annullati due concorsi per l’accesso alla magistratura del Consiglio di Stato e del Tribunale amministrativo regionale (cosiddetto TAR) per irregolarità, inoltre è stato annullato un concorso notarile per palesi irregolarità, oltre alle voci insistenti di continue irregolarità per l’Esame di avvocato specialmente al Sud. Se si vuole stringere la cinghia è il merito che deve trionfare, evidentemente non può essere la disponibilità economica di ricchi figli di papà che magari non hanno mai studiato e che, anche dopo tre anni di tirocinio da abogado, imparano poco e niente dell’ordinamento giuridico italiano. Quale società si vuole costruire in questo modo? Una società che falsa le professionalità se non le esistenze stesse, nella quale chi è agevolato possiede già, per provenienza sociale, tutte le agevolazioni, mentre chi ha meno possibilità economiche e di relazioni sociali rimane ancorato al proprio ambiente senza occasione di migliorarsi. I ricchi saranno sempre loro, i poveri lo saranno sempre di più. Questo è il Medioevo permanente del Belpaese.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

11 commentiCosa ne è stato scritto

  1. dario rossi

    faccio l’avvocato da quasi 20 anni ho passato l’esame a genova, al terzo tentativo. Non sono mai stato bravo a passare gli esami, ma nel lavoro me la cavo bene. Non credo che dopo quasi 20 anni di percorso di studi, dalle elementari alla laurea, la selezione possa essere fatta con l’esame di stato. La selezione la fa il lavoro, solo li si può verificare se sei in grado di svolgere la professione. I problemi dell’avvocatura a mio avviso sono altri, per esempio l’accaparramento di clientela di avvocati condominio, del lavoro etc. che hanno canali di raccolta delle clientela che uccidono il mercato. Mi occupo prevalentemente di lavoro, la maggior parte delle mie cause è fuori genova, perchè o sei nelle grazie di un sindacato o è impossibile infrangere il clima clientelare che ammorba la nostra professione. Prima ancora del lavoro la selezione dovrebbe essere fatta nel precedente corso di studi, da licei e università selettive, non è possibile uscire dall’università di giurisprudenza, senza sapere scrivere in italiano, come ho potuto verificare con la maggior parte dei praticanti che ho avuto nel mio studio.
    Illudere queste persone che se passano l’esame di stato sono idonee a fare gli avvocati, vuol dire fargli perdere 10 anni di vita, nel corso dei quali potrebbero cercare di costruire un altro percorso lavorativo, rispetto a quello legale nel quale non hanno futuro.
    dario rossi

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  2. Tonino

    Trovo vergognoso che chi più ha più può. E’ pur vero che l’esame di abilitazione alla professione di avvocato è una farsa, dove oltre alla preparazione è necessaria, almeno in pari misura, una buona dose di fortuna. Se chi corregge ha già esaurito la misura di quelli che possono saltare al di là della staccionata, pure se hai fatto dei pareri eccellenti, sei spacciato. La motivazione è un’altra beffa, in quanto è generica e spesso disancorata dalla reatà. Aspiranti avvocati bravi e preparati possono restano fuori dagli elenchi di chi deve sostenere l’orale, mentre succede che gente con un bagaglio di preparazione insignificante riesca ad abilitarsi. Siamo in Italia e la meritocrazia è soltanto una parola ideale.

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  3. avvocato onofrio di trento

    Ritengo molto ingiuste tutte queste limitazioni e considero che voi a farlo vedere sulla vostra pagina web fornite una risposta a molti che credono che per noi avvocati la vita non ha limitazioni professionali… grazie a voi lundici.it per fare conoscere le realtà quotidiane di noi avvocati.

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  4. avvocato onofrio di trento

    ritengo molto ingiuste tutte queste limitazioni e considero che voi a farlo vedere sulla vostra pagina web fornite una risposta a molti che credono che per noi avvocati la vita non ha limitazioni professionali… grazie a voi lundici.it/ per fare conoscere le realtà quotidiane di noi avvocati.

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  5. luigi

    Salve a tutti, voglio fare una piccola precisazione! Secondo voi è giusto che un soggetto dopo aver studiato cinque anni aver fatto il portaborse per almeno due anni non può successivamente nemmeno avere la soddisfazione di vedersi riconosciuto il titolo di avvocato?
    Il problema, secondo il mio modestissimo punto di vista, certamente non può essere quello di colui che vada ad omologarsi il proprio titolo all’estero! D’altronde bisogna anche considerare che l’esame è una semplice lotteria che tutti noi sappiamo e che nessuno di noi inizia una forte azione di protesta contro questo sistema nefando.
    Se ci sono troppi avvocati non è forse meglio fare una riforma universitaria e, quindi, di introdurre il numero chiuso anche per la laurea in “Giurisprudenza”? Perché non facciamo una seria proposta popolare?
    Ringrazio anticipatamente coloro che leggono ed in particolar modo coloro che commenteranno.

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    • anto

      sono perfettamente d’accordo con Luigi, fin’ora si è puntato sull’inasprimento dell’esame di stato, ma nessuno ha preso in considerazione l’inserimento del numero chiuso per l’accesso alla facoltà di giurisprudenza. Quando entrai a giurisprudenza, a Roma 3, c’era una specie di test attitudinale e su 3000 iscritti, lo superammo in 1200…non male come idea, ma gli anni successivi lo eliminarono. Queste sono le solite trovate all’italiana, dopo anni di sacrifici, ti sbarrano la strada proprio sul più bello, dopo che quel titolo te lo sei sudato e guadagnato con le unghie e con i denti…anche perché la facoltà di giurisprudenza non è per niente una passeggiata. Io, personalmente, sto facendo pratica in uno studio legale per poter accedere all’esame di stato ma sono piuttosto amareggiata…diminuiscono i mesi di pratica a 18 ma l’esame diventa sempre più ostico, e poi per ovvie ragioni aggiungerei che 18 mesi di pratica sono davvero pochi. Io suggerirei quindi: numero chiuso per l’accesso alla facoltà e riforma dei piani di studio. Entrare in uno studio legale dopo essere uscito dalla facoltà di giurisprudenza, ti fa capire quanto di pratico c’è in questa professione che nelle aule universitarie viene completamente ignorato, perciò, almeno l’ultimo anno dovrebbe essere organizzato in modo tale da agevolare il passaggio dal mondo teorico universitario, a quello pratico tribunalesco. Dopodiché l’esame di stato potrebbe tornare ad essere non dico facile, ma più accessibile, non può essere di ostacolo a tal punto dal dover ricorrere all’esame a crocette spagnolo, dove il tutto si riduce ad un grosso esborso di denaro che non tutti possono permettersi e che personalmente non condivido…vorrei diventare avvocato perché lo merito e non “abogados” perché ho soldi da buttare, ma la meritocrazia in Italia è sempre stata un’utopia purtroppo.

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  6. Tantino

    Catanzaro e Spagna sono i sintomi, ma proposte concrete per curare il male alla radice non ne vedo. Solo analisi e commenti disgustati, nella nostra migliore tradizione. Privilegiare il merito, siamo tutti d’accordo. Ma come? Non certo curando i sintomi. Cordiali saluti ed un augurio di buon lavoro

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  7. Max Keefe

    Anche se papà ti lascia lo studio avviato, sarai in grado di svolgere la professione di avvocato? Questa sarebbe la seconda parte dell’articolo. Forse Jeremy, aspettiamo un pezzo sugli abogados ritornati in Italia.

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  8. Gigi

    Ma poi questi avvocaticchi sono capaci di fare gli avvocati? Io ne conosco di veramente bravi che hanno fatto l’esame in Sicilia o in Calabria, hanno perso meno tempo a studiare, ma poi quando sei sul mercato se non sei competente resti comunque ai margini.

    Per diventare medico o ingegnere l’esame di stato è un proforma perché terminata l’università o la specializzazione sei già in grado di fare il medico o l’ingegnere. Prima di fare l’avvocato c’è bisogno di un periodo di praticantato. L’impressione è che l’esame serva a proteggere la casta e generare questo mercato parallelo per facoltosi furbetti. Certo che se uno accede alla professione in questo modo non è un buon viatico per chi svolgerà la professione.

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  9. Fabrizio Manfredini

    Secoli bui interminabili, in cui la qualità è finita non si sa dove, e dove non basta più farsi un mazzo tanto per creare una figura professionale, ma bastano solo i soldi. TRISTEZZA INFINITA. Bravo Jeremy, se hai bisogno di qualcosa dimmi pure che tanto qui è TUTTA UN’ ORGANIZZAZIONE

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  10. giorgio marincola

    Senza parole. Hai detto tutto.
    “Coloro che hanno la fortuna di avere facoltosi genitori, o pesanti eredità, possono accomodarsi…”.
    Gli altri staranno in piedi, anzi fuori e al freddo.

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