TulipMania

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La prima bolla speculativa è esplosa nel 1636, in Olanda. A gennaio un tulipano valeva quanto una casa, a febbraio valeva dieci volte meno e molti finirono in rovina. Non a caso le monete olandesi si chiamano fiorini…

Amsterdam, 11 dicembre 1636.

Mi chiamo Hans Van Soros, ho 90 anni, e scrivo queste memorie perchè i miei nipoti non cadano nello stesso errore. Spero che qualcuno legga e capisca queste righe, perchè io non potrò raccontarle. Ho freddo, non mangio da giorni e i miei amici, quei pochi che sono rimasti, non hanno un fiorino da prestarmi, o almeno una coperta. La mia vita finisce in miseria, ma vorrei che almeno servisse da lezione ad altri.

Chi l’avrebbe detto che sarebbe finita così. Avevo appena 6 anni quando i primi bulbi di tulipano sbarcarono nel porto di Rotterdam, giunti dalla Turchia dopo un lungo viaggio. Erano i favolosi anni ’50 del secolo scorso. Quando i primi tulipani sbocciarono, noi olandesi ce ne innamorammo subito. All’inizio fu un lavoro da coltivatori professionisti ed io ero uno di quelli. Fu un periodo di ebbrezza, un’epoca d’oro nel vero senso della parola. Quando a 15 anni decisi di comprare i primi bulbi, vendendo una capra ricevuta in eredità da una vecchia zia, molti mi presero per pazzo. “Con la capra ci fai il formaggio” dicevano “cosa farai quando avrai fame, mangerai tulipani?”. Io pensavo che i pazzi fossero loro.

E infatti riuscii a mangiare regolarmente grazie al mio lavoro di coltivatore di tulipani. Diedi da mangiare ad una moglie e a sette figli. Nessuna delle mie tre figlie ha avuto problemi a trovare un marito e i miei nipoti oggi prosperano in giro per l’Europa. Non io, qua sotto un ponte di Amsterdam, aspettando che l’ultimo pezzo di legno finisca di ardere per addormentarmi un’ultima volta.

Dieci anni fa ero uno degli uomini più ricchi della Venezia del Nord. Nel 1623 un bulbo di Semper Augustus (che nome beffardo) valeva mille fiorini, con quella cifra potevi assumere sei operai qualificati per un anno, oppure comprarti una trentina di maiali grassi. Nel 1625 il prezzo era raddoppiato, potevi comprarci una casa. L’anno scorso, ho venduto un singolo bulbo di Semper Augustus per 5500 fiorini, il prezzo di un palazzo nel cuore di Amsterdam.

Perchè questa follia? Perchè un uomo è disposto a vendere la sua casa per il bulbo di un fiore?
Ci ho messo un po’ a capirlo, ma ora credo di saperlo e voglio che lo capiscano tutti. I tulipani sono fiori particolari, ci vogliono dieci anni perchè un seme di tulipano diventi un bulbo, fioriscono per una settimana tra aprile e maggio, si possono trapiantare solo tra giugno e settembre… Io ero un uomo pratico, compravo i bulbi solo in questo periodo e lavoravo bene per farli fiorire l’anno dopo. Ma possedere tulipani era diventato un elemento di prestigio, re e banchieri ne volevano da regalare alle mogli. E un bell’affare, perchè da cinquant’anni il prezzo dei tulipani continuava a salire. E così, anche a gennaio commercianti senza scrupoli e avidi di guadagni bussavano alla mia porta, per comprare bulbi. Non potendoglieli dare fisicamente, ci si rivolgeva ad un notaio, si firmava un contratto, si fissava il prezzo. Il bulbo sarebbe passato dal mio campo alla mano dell’acquirente solo mesi dopo, quando il prezzo era già salito.

E così, meno di un anno fa, ho firmato un contratto di vendita per 50 bulbi per un valore complessivo di 120000 fiorini. Dieci compratori, tra loro persino un cavaliere italiano e un armatore greco. A giugno avrei incassato e i miei tulipani avrebbero cambiato proprietario. La mia vita era ad un bivio, potevo comprarmi un castello, vivere sereno gli ultimi anni della mia lunga vita. E così feci, vendetti la mia casa, comprai un castello, e chi lo vendeva fu felice di fidarsi del mio pagherò.

Ma i miei compratori non amavano i fiori, solo i fiorini. Compravano per rivendere, sapendo  che il prezzo sarebbe salito ancora. E io ero caduto nella trappola. A un certo punto, in una fredda mattina di febbraio, nessuno di questi avidi speculatori fu in grado di vendere i bulbi appena acquistati ad un prezzo superiore. Si era arrivati alla vetta, ma il passo successivo era verso il precipizio. Questa gentaglia, che aveva infestato il colorato mercato dei tulipani, adesso aveva paura. Voleva liberarsi dei bulbi, trovare altra mercanzia su cui speculare, fuggire da quei fiori che perdevano valore come petali.

E il Governo, lo stramaledetto Governo, cosa fece? Corse in loro difesa. Fece una legge, dicendo che i prezzi di acquisto da contratto non valevano più, che i compratori potevano limitarsi a pagare un decimo di quanto concordato. Era l’inizio della fine. Il mio castello di carte iniziò a crollare, e anche quello vero svanì. Non potevo più pagarlo, e lo stramaledetto Governo che aiutava i compratori di bulbi se ne fregava dei compratori di castelli. Una spirale che mi ha portato sotto questo ponte, nell’indecisione se farla finita da solo o aspettare che agisca il freddo.

Guardo il dipinto del mio amico pittore, un campo di tulipani. Non vedo soldi, vedo fiori bellissimi, vedo il lavoro dell’uomo, della pioggia, del vento. Di questo avrei dovuto vivere.

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6 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Bel racconto, toccante e realistico, romantico e crudo al contempo.Non mi era ancora passato sotto gli occhi essendo lettrice dell’ “Undici” da alcuni mesi. Altroche’ trarne lezione, e’ Bibbia. Mi sono sempre chiesta come si pretenda di vivere speculando in modo fantasmagorico su qualcosa che e’ pur concreto, per l’ amor di dio, non importa se bulbi di tulipani, oro, diamanti . Io sono cresciuta tra gente che mangiava grazie al lavoro durissimo nei campi di grano e mais, al lavoro instancabile negli orti sotto casa che davano verdure e ortaggi in tutte le stagioni, grazie al lavoro nelle stalle e nei pollai che garantivano, poco o troppo, il piatto a tutti.
    Non ho trovato ancora le parole giuste per definire con la dovuta proprieta’ linguistica la testa dei saltimbanchi che si sono, non troppi anni fa, messi a speculare su …aria, rarefatta ed invisibile, che han giocato di finanza pretendendo, dio sa come, di far nascere alberi stracolmi di zecchini, piantando in buca un zecchino. Soldi che nascono da sodi, insomma: il colmo dell’ avventura speculativa perché manca alla speculazione un elemento qualsiasi di concretezza, foss’ anche una patata. E, ringraziando queste crape che per l’ intanto mi limito a definire molto vuote e molto disoneste, dopo dieci anni siamo ancora qui a lambiccarci con lavoro che non c’ è, giovani avviliti ed umiliati, anziani preoccupati di morire senza vedere la fine del tunnel in cui sopravvivono figli e nipoti.
    Che ci fanno ancora aperte, operative, svettanti e lustre le grandi banche e le agenzie di rating che hanno infiocchettato tanto disastro per un pianeta intero?

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