Tom Joad

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Un motel evoca nell’accezione generale del termine un luogo per il sesso o per avventurose fughe dall’ordine sociale consueto. Fu durante la Grande Depressione Americana che i viandanti emarginati della crisi, che si abbatté follemente sulle membra, il cuore e le tasche di milioni di cittadini, furono costretti a forzata dimora nelle capanne di legno. Le capanne sulle strade di quegli anni si trasformarono, in seguito alla ripresa economica degli anni quaranta, nelle migliaia di motel, luoghi letterari e mitici, cantati a più riprese dai grandi scrittori “outsiders” del Novecento americano, su tutti: John Fante e Jack Kerouac.

Il canto della grande depressione si trova a metà strada, nella letteratura nordamericana, tra il Whitman di “Foglie d’Erba”: “A piedi a cuor leggero m’avvio per la libera strada, in piena salute e franchezza, il mondo offertomi innanzi, il lungo sentiero marrone pronto a condurmi ove sia…Strada, m’avvio su di te” e il Keruoac che scrive la celebre risposta di Dean a Sal in “On the Road”: “Dove dobbiamo andare?” “Non lo so, ma dobbiamo andare”. Tra Whitman e Kerouac, dunque, c’è l’epopea dei Joad, per la penna magistrale di un grande scrittore “regionale”, John Steinbeck, che ricalca alla perfezione il marciare degli uomini e delle donne in quei terribili anni Trenta: gruppi eterogenei di poveri, retrocessi dalla classe media ad un ruolo infimo della scala sociale, varcavano le lande sterminate del Sogno Americano, fuggivano dalle macro regioni del Kansas e dell’Oklahoma per cercare la vita ad Ovest, nella assolata California, presaga di grandi orizzonti e cattiva foriera di amare disillusioni.

Tra le documentazioni migliori di questo esodo si possono citare i reportage di Margaret Bourke White apparsi su Life, o le Dust Bowl Ballads di Woody Guthrie. Ma Steinbeck, nel 1939, mise in effigie questo grande romanzo popolare che ancora oggi risulta essere il credo americano degli ultimi. Egli riuscì a pubblicare “The Grapes of Wrath“, “Furore” nella traduzione italiana, raccontando al mondo il nuovo Esodo biblico a distanza di millenni. The Grapes of Wrath letteralmente significa gli acini della rabbia, ma probabilmente la traduzione più inerente al romanzo potrebbe essere la “Vendemmia della Rabbia”. Perché la Rabbia vendemmia in questo romanzo, dove, sebbene il destino degli emarginati sia scritto e non ci possa essere alcun Dio che lo disorienti, la vicenda è ammantata di una cieca forza vitale ed è grondante di umanità e speranza, una sorta di disperata speranza. Nel romanzo il mescolamento degli elementi di acqua, terra e vento fanno da controcanto alla miseria e ai personaggi che aggrappati al loro umano terrore dell’ignoto, resistono all’inferno sociale e morale che arde loro sotto i piedi. Nell’irrimediabilità del destino degli ultimi, Tom deve scappare proprio quando arriva in California, il suo presunto e desiderato avvenire. Infatti, durante uno sciopero, ammazza disgraziatamente un poliziotto. La madre di Tom, il vero carisma su cui ruotano le vicende dei personaggi, gli chiede dove andrà.

E come sanno fare solo i grandi romanzi, che non insegnano ma evocano, la risposta di Tom esprime al meglio la disperata speranza che il figlio riesce a donare alla madre pronunciandole le parole che il suo amico morto, l’ex predicatore Casey, gli aveva lasciato in eredità. Queste parole sono interpretate al meglio da Bruce Springsteen – il Boss diede prova di poter cantare la condizione dei diseredati con una tensione priva di sbavature patetiche - nella canzone The ghost of Tom Joad, e, tradotte, suonano così: “Mamma dovunque un poliziotto picchia una persona, dovunque un bambino nasce gridando per la fame, dovunque c’è una lotta contro il sangue e l’odio, nell’aria cercami e ci sarò dovunque si combatte per uno spazio di dignità, per un lavoro decente, una mano d’aiuto, dovunque qualcuno lotta per essere libero guardali negli occhi e vedrai me”. Al cinema il film, diretto da John Ford, riprende fedelmente quel momento e lo tramuta nell’apice della commozione quando la madre spiega al figlio Tom la dignità della sua condizione che si riflette in quella degli esseri umani: “Siamo vivi. Siamo il popolo, la gente, che sopravvive a tutto. Nessuno può distruggerci. Nessuno può fermarci. Noi andiamo sempre avanti.” O come nella canzone, “Tom Joad”, di Woody Guthrie dove il verso principale è racchiuso in un accorato “I’m stayin with the farm till i die, yes,  I’m stayin with the farm till i die”.

I semi della lotta di classe erano pregni di vita futura durante la Grande Depressione degli anni trenta, e le canzoni, i racconti, i film ne tratteggiano la sostanza senza cedere ad un auto consolatorio revanscismo a stelle e strisce. Sarà anche in ragione dei motivi di tale intensa povertà che quella stagione scatenò sulla popolazione, come un “Wagner” impetuoso, la sinfonia ingombrante del comunismo che invase le lande del Sud, tanto da poter affermare che le paranoie del maccartismo nascono proprio da lì, da una crisi che aveva messo in luce le piaghe intere del capitalismo. Da sottolineare, poi, che la Grande Depressione non toccò minimamente l’Unione Sovietica che viveva i suoi piani quinquennali appartata dalle speculazioni finanziarie.

All’inizio del romanzo Tom Joad, il protagonista della vicenda, scopre che la sua fattoria è stata espropriata dalle banche. Proprio dalle banche. Quelle stesse banche americane che a distanza di circa un secolo hanno usufruito di 7700 miliardi di dollari immessi nelle loro casse dalla Federal Reserve Bank, la banca centrale americana, a fronte di una politica americana che non riesce a mettersi d’accordo su ammortizzatori sociali, sistema sanitario e piani di occupazione. Tom Joad nel 2011 sta perdendo ancora. Come riporta Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, i giornalisti di Bloomberg, dopo una battaglia legale durata due anni, sono riusciti ad avere 29mila pagine di documenti relativi a 21mila transazioni. Si evince che la Fed ha prestato soldi per salvare le banche durante la crisi del 2007-2009; banche come la JPMorgan che passa per essere la più solida di quelle di Wall Street. Banche che senza troppa malizia si può credere che abbiano continuato a speculare arrogantemente acquisendo titoli tossici e stabilendo nell’ordine di miloni di dollari i compensi dei propri banchieri. Quello che è certo è che le sei maggiori banche americane – JP Morgan-Chase, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley – godono di un patrimonio, espresso in “asset”, di 9500 miliardi di Euro, ben maggiore del patrimonio prima della  crisi Lehman Brothers e dei mutui subprime. Inoltre dal 2009 la Fed  ha comprato oltre mille miliardi di buoni del Tesoro americano senza porre alcuna condizione e il risultato è stato: un Congresso paralizzato, debito che sale verso il 100%, deficit attorno al 10%. Ma, come è giusto che sia, di Michael Moore ce ne è uno solo e scimmiottarlo risulterebbe gioco facile. La proposta di Moore è di abolire la Glass Steagal Act, la legge che, riassunta in sintesi, non permetteva ad una banca di essere contemporaneamente banca d’affari e banca commerciale. Giustissimo ma vecchia storia, vecchia proposta…come la Tobin Tax, richiederebbe maggiore collegialità ed una decisione unanime nel mondo, tuttavia i potenti del pianeta sono tendenzialmente tetragoni  all’accordo, basti volgere lo sguardo alla loro difficoltà a raggiungere un patto ambientale. Quello che è certo è che la recessione, che si potrebbe trasformare in depressione, presenta numerosi aspetti in comune con le depressioni economiche dei secoli scorsi.

Le due ultime Grandi depressioni della storia dell’economia capitarono, non per caso, nei periodi dal 1873 al 1895, e  tra il 1929 e gli anni quaranta del secolo scorso. La prima crisi relativa alla fine dell’Ottocento fu dovuta ad un eccesso di produzione che spinse il mondo ad una spietata deflazione, ne scaturirono bassi salari e un impoverimento generalizzato degli scambi commerciali, con una congestione del comparto agrario forse decisiva per un nuovo ripensamento dell’economia rurale. Fu quella crisi ad imprimere una decisa virata su differenti generi d’economie, per lo più protezionistiche, e sulla creazione, giocoforza, di enormi monopoli interni in ogni ambito della produzione industriale.

La Grande Depressione che colpì il mondo nel ’29 durò invece fino a quando le navi e gli aerei con i fiori di loto giapponesi non si avventarono contro un piccolo arcipelago del Pacifico, in quello che da tutti è conosciuto come l’attacco a Pearl Harbour nelle isole Hawaii: la prima deflorazione del “machismo” yankee che si ricordi, con i giapponesi che in quell’esatto momento ponevano fine alla loro storia ultra millenaria, destinando la propria economia a divenire la seconda del mondo (almeno fino all’avvento della Cina), ma infliggendosi da soli il primo grande esperimento di “americanizzazione” di un’altra cultura. I giapponesi scalfirono la potenza americana ma in qualche modo la rigenerarono, come se dalla morte potesse rinascere il vitalismo trionfante a stelle e strisce che da sempre conosciamo, e in qualche modo subiamo. Eric Foner nel testo “Storia della Libertà americana” spiega che successivamente allo scoppio della guerra  “il prodotto interno lordo raddoppiò e la disoccupazione sparì quando la produzione bellica sconfisse la Grande Depressione. La forte richiesta di manodopera industriale provocò una vera marea migratoria dalle zone rurali verso le città industriali americane del nord e dell’ovest, modificando l’asseto geografico del paese. Tra il 40 e il 47, 25 milioni di americani si spostarono in cerca di guadagno, la guerra giustificava un nuovo e duraturo ruolo degli Stati uniti come potenza mondiale e creava uno stretto legame tra il mondo degli affari, dominato dalle corporation e il governo federale”. Un “complottista” direbbe, allo stato attuale delle cose, che allora avevano ragione i Maya e che siamo all’avvento della Terza guerra Mondiale.

Fino all’entrata in guerra gli Stati Uniti subirono il contraccolpo peggiore della loro storia di vitalismi whitmaniani, civismo mutuato dalla tradizione di Lincoln e dei padri fondatori, e speranze avventurose alla Thoreau. La catastrofe della Borsa di Wall Street con il crollo dei valori azionari, ritenuti prima di allora come facenti parti di qualcosa di robusto e divino, condussero a quella che si ricorda come la settimana peggiore della storia delle Borse. Le forze maligne che portarono al crack, furono ascritte alla cattiva distribuzione delle ricchezze, ad una perdurante crisi di gestione delle industrie e delle banche, e soprattutto, ieri come oggi, alla malevola speculazione finanziaria dovuta a prestiti date alle banche e ai privati che spinsero il mondo a un wormhole esistenziale. Si passò così in un’altra dimensione, la Germania accolse l’aquila dei lunghi coltelli del Fuhrer, e l’America si mise in pista, nella “road” che tutti noi ben conosciamo per esserci stata raccontata prima che dalla Storia dall’Arte.

Da un uovo scagliato sulla scorta di Mario Monti, alla prima della Scala, è partita la cerimonia dei diseredati moderni che, alla greca, protestano il proprio disappunto esistenziale prima che sociale. Tom Joad è ancora tra di noi. Perché la recessione che viviamo e che vivremo non sarà solo una tubercolotica fuoriuscita di miserie, anzi si compirà in un pullulare di esistenze alla ricerca di un luogo delle meraviglie, una frontiera lontana a cui anelare. Quando l’uomo ha bisogno di un’altra frontiera significa che la terra dove è nato non fermenta già più i semi che sono le basi del progresso. La frontiera è, nelle crisi dell’uomo, la speranza dell’attesa e la delusione sancita dal principio di realtà; gli uomini e le donne, a causa della futura prossima recessione, si affideranno al movimento e alla frontiera, come gli uomini e le donne che affrontarono la grande Depressione americana post 1929 si mossero verso una nuova frontiera, una nuova speranza, una prevedibile delusione. Le decisioni dei nostri governanti volgono, come allora, solo al salvataggio delle banche, che, sebbene siano teoricamente custodi dei risparmi e agenti delle linee di credito alle aziende, hanno perso ormai la loro funzione principale e si comportano come soggetti individuali che si allattano alle banche centrali come bambine viziate. Stampigliare banconote e coniare moneta era il compito principale delle Banche centrali europee, compito che fu tolto loro con l’avvento della BCE. Solo poche settimane fa le banche centrali, Fed, Bce, Banca del Canada, Bank of England, Banca del Giappone e Banca Centrale Elvetica, per aumentare la liquidità del sistema, hanno preso la decisione di ridurre di 50 punti base il tasso d’interesse sulle operazioni di swap in dollari. Soltanto un paio di giorni fa Mario Draghi ha ridotto il coefficiente bancario dal 2% al 1% e ancora il costo del denaro, fino all’1%. Come sempre, dunque, le decisioni che dovrebbero allentare la presa del debito, si dimostrano timide.  ma non basta e non basterà. Le banche sono padrone delle banche centrali nazionali, che a loro volta sono le azioniste di maggioranza del capitale della BCE, questa è la ragione per la quale invocare i politici come novelli salvatori è assolutamente inutile. Neppure il più brillante degli amministratori politici, e Mario Monti non è certamente un incapace, può esimersi dalle decisioni delle banche. Che vanno salvate secondo le ragioni del mondo in cui siamo cresciuti. Certo fa rabbia sapere che in Italia Mps transa con il Fisco per 260 milioni un contenzioso di 1,1 miliardi Euro, Intesa San Paolo guidato da Cucchiani, amico di Bisignani, per 450 milioni di Euro, che Bpm transa per 170 milioni di Euro,  Unicredit per 99 milioni e Credem per 53,4 milioni di Euro. Senza contare l’odiosa questione riguardante Unicredit relativa ai Brontos, dove sono stati fatti passare interessi per dividendi, per una evasione presunta dalla Procura di Milano nell’ordine dei 245 milioni. Inoltre il Governo, con la Manovra, ha messo la garanzia alle obbligazione emesse dalle banche. Sia per quelle obbligazioni prive di garanzie, sia per quelle coperte, i covered bond, che hanno rapporti creditizi sottostanti, come mutui e assicurazioni alle pubbliche amministrazioni. Da sperare che le banche italiane non facciano come Goldman Sachs che scontava la sua carta presso la Fed e reimpiegava la liquidità in titoli ad alto rendimento di paesi emergenti. Come si vede Tom Joad non solo sta perdendo di nuovo ma è ancora più impotente.

I governanti di derivazione politica che hanno gestito e che gestiscono la crisi hanno virato su una parte del campo: la riduzione degli interessi dei debiti, con risultati scarsi per ora, se si considera che già l’Italia per le fluttuazioni dovute allo Spread di questi mesi dovrà pagare qualche svariato miliardo in più di interessi. Ma quello che è comune a tutti i paesi è l’accantonamento dello stock del debito pubblico che viene lasciato a tal punto immutato da sembrare il monolite nero di “2001: A Space Odyssey” di Stanley Kubrick. Gli stock dei debiti rimangono inalterati e le uniche politiche che interessano l’Europa sono quelle di rigore dei bilanci, di vincoli costituzionali al pareggio, che saranno raggiunti a detrimento della classe media. In Portogallo il piano di risanamento presentato dal premier portoghese Pedro Passos Coelho, in attuazione dell’accordo di salvataggio da 78 miliardi, siglato da UE e Fmi, è la legge finanziaria più dura dai tempi di Salazar: abolizione tredicesima e quattordicesima per pensionati e pubblico impiego dai 1100 Euro in su, aumento di mezzora del giorno di lavoro, incrementi dell’Iva, della luce, del gas e del trasporto. In Gran Bretagna George Osborne, il cancelliere dello Scacchiere, ammette che il risanamento è una stella lontanissima per ora, sebbene gli inglesi dormano sonni tranquilli rifiutando il nuovo Trattato che impone serie misure di rigore fiscale. Il paradosso è che L’Italia, con i conti, è messa meglio del Regno unito. L’Italia possiede un avanzo primario che, presumibilmente dopo la Manovra Montiana “lacrime e sangue”, salirà al 5%, al netto degli interessi da pagare sul debito, mentre il Regno Unito, pur avendo più debito totale, privato e pubblico, oltre ad una grande quantità di debito detenuto da investitori esteri, paga tassi inferiori e non balla, dal momento che la Bank of England compra il suo debito senza limiti, la sterlina non si svaluta e gli investitori non fuggono. Il Governo ha deciso, in linea con gli altri Piigs, di puntare sul surplus delle entrate rispetto alle uscite. Facile ragionare su un calcolo. L’Italia ha visto crollare il suo Pil del 6,7%. Con tassi d’interesse che oscillano tra il 6,7% e il 7% e una supposta crescita nominale al 3,6% sarebbe stato necessario un surplus primario di bilancio dello Stato (più entrate rispetto alle spese di uno Stato) di circa il 3%, calcolato escludendo il pagamento degli interessi sul debito. Se invece si tiene presente che ormai una crescita nominale più realistica va conteggiata verso il 2%, in linea con le previsioni dell’Ocse, risulta che il surplus primario necessario per mantenere il debito debba essere al 5,6%. Dopo i conti arrivano le impetuose consapevolezze: la recessione è certa perché stressare il Paese con una richiesta così gravosa di entrate – tasse – lo rende matematicamente condannato alla recessione e, certo, che la crescita non ci sarà. Lo sa Monti, lo sa Passera, lo sa la Fornero, che lavorano su quello per cui sono stati chiamati: la ragioneria. Peccato che, a differenza delle Banche, Tom Joad sia, come al solito, escluso da questi calcoli.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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