Lo splendido (?) isolamento

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In fondo c’era da aspettarselo. Il Regno Unito, si sa, non è mai stato un paese particolarmente acceso da entusiasmi “europeisti”. Forte della… rete rappresentata dal Commonwealth e della “special relationship” con i cugini d’oltreoceano, non ha mai investito molto sulla casa comune europea, da quando – nel lontano 1973 – vi entrò a far parte. E, alla fine, lo strappo è arrivato: David Cameron, nel convulso vertice europeo dell’8 e del 9 dicembre scorsi, ha optato (con coraggio? con imprudenza?) per una rottura difficilmente sanabile.

Ed ora è braccio di ferro. Braccio di ferro con l’Unione del rigore, impersonata da Angela Merkel e Nicholas Sarkozy, che sono riusciti, dopo estenuanti trattative durate notti intere, a far accettare a 26 Stati una nuova disciplina fiscale, studiata per avere bilanci più sani rispetto a quelli che hanno condotto l’Europa ad un passo dall’implosione. 26 su 27, appunto, perché, alla fine dei giochi, solo la Gran Bretagna ha deciso di tenersi fuori.

Ma andiamo con ordine. Cosa segna – oltre alla Manica – la distanza tra il Regno Unito e il Continente? Tante cose, ma soprattutto – parlando di UE (Unione Europea) – la moneta: gli inglesi dell’Euro non ne hanno mai voluto sapere (non sono soli, del resto: dei 27 paesi dell’Unione, l’Euro è la valuta ufficiale di 17 stati) e non si sono mai convinti ad abbandonare la cara vecchia Sterlina. Il motivo? La storia inizia da lontano. Già dai tempi dello SME (1979), il Sistema monetario europeo – embrione della politica monetaria comune, una sorta di banda di fluttuazione per legare tra loro le valute europee – il Regno Unito si tenne prudentemente fuori dal gioco. La moneta? Simbolo e sede di troppa sovranità per poter essere ceduta ad un’Europa in costruzione. Almeno così ragionava una recalcitrante ed (euro)scettica Gran Bretagna.

Dopo timidi tentativi – durante l’epoca di un possibilista Tony Blair si pensò addirittura ad un referendum popolare per entrare nell’Euro, idea che ha poi finito per impantanarsi miseramente nelle secche del più generale fallimento del trattato costituzionale – gli inglesi non si sono mai decisi.

Ma, moneta a parte, numerosi sono stati i momenti poco idilliaci tra Londra e Bruxelles, a partire dal “I want my money back” della sig.ra Thatcher (questioni di budget: il Regno Unito – allora – finanziava la politica agricola comune senza avvantaggiarsene più di tanto). Ma mai come ora la stessa membership inglese era stata così duramente osteggiata. Complici – senza dubbio – le incertezze e i ritardi dall’UE nella gestione della attuale crisi economico-finanziaria. E mentre nella Queen’s Land è calata (e di molto) la fiducia nella comune casa europea (alcuni chiedono addirittura un referendum per uscire dall’Unione), è salita – alle stelle – l’insofferenza dei settori più euroscettici del governo.

Fino alla spaccatura consumatasi pochi giorni fa: il veto, posto da David Cameron, ha come obiettivo quello di lasciare mano libera al mercato dei servizi finanziari della City di Londra. La principale richiesta? Condizionare al criterio dell’unanimità ogni decisione relativa a regole più stringenti per la finanza, dove unanimità sta – di fatto – per possibilità di veto. Richiesta definita inaccettabile dagli altri paesi dell’Unione. Ma, nella difficile decisione di Cameron, ha di certo pesato, e non poco, la rivolta – oltre che della gente comune – di molti parlamentari, anche tories, cioè della stessa maggioranza del “Prime Minister.” Ecco allora che la scelta dell’inquilino di Downing Street sembra essere – a dispetto delle apparenze – la meno traumatica: se avesse accettato la nuova regulation sulla City, la rivolta dei conservatori gli avrebbe imposto il referendum niente meno che sull’appartenenza stessa all’UE. Referendum dall’esito scontato.

In fondo, niente (o poco) sembra essere cambiato dall’epoca dello “splendido isolamento” di vittoriana memoria, quando un’Inghilterra “padrona del mondo” si teneva prudentemente distante dai vischiosi affari europei. Tutto cambia, nulla cambia, insomma. E gli inglesi sono sempre quelli che – con un misto di nazionalismo e superbia (sono e si sentono tuttora gli eredi del “British Empire”) – scrutando l’orizzonte ripetono a se stessi e al mondo: “Nebbia sulla Manica, il Continente è isolato”.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. giorgio marincola

    Io vivevo in UK ai tempi del blairism, e posso testimoniare che quasi quasi Tony infinocchiava tutti anche sul referendum sull’euro.
    Non fosse stato per Gordon Brown, i subjects sarebbero ora a lottare e soffrire con tutti noi europei.
    Ma meglio cosí, ora il panorama è chiaro: ognuno per la sua strada e vedremo chi ha piú tela da tessere, senza rancore.
    COmplimenti per l’articolo.

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  2. jumpi

    I britannici parteciperanno come “osservatori” ai negoziati per il nuovo trattato fiscale europeo. Usando un francesismo: si sono cagati in mano?

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