La rotta

Share on Facebook13Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Ogni anno è sempre la stessa sensazione. Sono lì, su un prato che mi faccio gli affari miei.
Attorno tutti gli altri, e quando hai attorno tutti gli altri non sei proprio in un’oasi di pace. Per quanto mi è concesso, me ne sto un po’ in disparte a godermi la luce che cambia. Non che io abbia molto tempo, anzi, tutto il giorno a spostarmi da una parte all’altra. Tutta la settimana avanti e indietro. Il tempo: mi diceva un vecchio che dobbiamo essere noi i padroni, non lui. Bella idea. Mi è piaciuta. Solo che poi mi trovo come in un vortice e fai questo e fai quello, e alla fine è sempre lui a comandare…

Meno male che a volte me ne sto in disparte. E mi faccio gli affari miei. Annuso l’aria. Aria umida. Il sole che mi vaga attorno, le ombre che si allungano, le foglie che cominciano a cambiare rumore. Sarebbe bello non ci fosse tutta questa frenesia attorno a me.

In realtà non so se la frenesia che provo anch’io sia mia sul serio. O sono tutti gli altri a mettermela addosso. Questo proprio non lo so. È  come se non bastasse avere corso tutta l’estate. No! Non basta. E tutti gli altri sono come drogati adesso. Anch’io come loro. Non riesco a raccogliere tutti i pensieri. Andare. Andare. Andare. Andare. Tanto lo so dove vogliono andare. Lo so.

Anche il nonno mi raccontava sempre la stessa storia. Ma uguale uguale uguale tutti gli anni. Per ogni anno. E poi quando me la vivo io, mi tocca vedere che tutto è uguale ma uguale uguale uguale ai racconti del nonno, tempesta più tempesta meno. Ogni anno è la stessa cosa. E ogni volta c’è sempre quello più grosso. Quello con la testa grossa e che fa più casino si mette a urlare più forte di tutti. Io già sono stufo. Sarà così come ogni anno. Sentirmelo nelle orecchie per tutto il viaggio. E il bello è che non gliene frega niente a nessuno di quello che si vede. Dei posti che si passano. No! Magari! E invece bisogna andare andare andare. E lo so dove andiamo. Andiamo sempre nello stesso posto. Che ormai non so più se è un andare o un ritornare. Ma tanto non cambia. E tutti gli altri a urlare allora anche più forte… Sì! Sì! Andiamo! Nemmeno il tempo di salutare dove siamo stati. Dove abbiamo vissuto che anche se torniamo qui tutti gli anni, non è che poi ci sia il tempo di conoscere veramente il posto dove stai. Mi viene in mente magari, che uno si sia mai fermato a parlare con uno di un altro posto? Voglio dire a parlare con uno che quando lo vedi, lo vedi proprio che non è come te o come me? Sì insomma uno del gruppo? Mai!

E invece chissà quante cose avrebbe da dirti. Magari ci potrebbe dire di una via diversa. O di un posto diverso. E invece no! Quello grosso urla forte. Bè io in questa sera che ha le gambe più lunghe delle altre mi sono fermato, ho parlato un pò con il gruppetto dei forestieri. Ma il più del tempo l’ho passato ascoltando. E solo certi suoni di posti lontani che nemmeno sapevo esistessero mi hanno rapito. Mi sembrava già di sentire nuovi profumi. E questi profumi si sovrapponevano a quelli che ero abituato a sentire. Mi sembrava già di essere un altro…un po’ più me stesso.

Eh, già. Stavolta mi sa proprio che li lascio andare. Tanto la strada che fanno la so già. E poi vorrei sapere chi è che l’ha deciso. Voglio dire, chi è che ha deciso che ogni anno noi dobbiamo fare la stessa strada e andare nello stesso posto? Manco fossimo pecore, e non è che ce l’abbia con le pecore. Ma io lo so di chi è la colpa? È tutta colpa di quello grosso.

A dire il vero un po’ di agitazione ce l’ho addosso. Quello che devo decidere è quando farlo. È meglio che li lasci partire e faccio finta di niente, come se mi fossi distratto o forse è meglio che parto con loro, poi rallento e con una scusa mi fermo sul ramo di un albero. Non lo so.
Guardali là. Coi loro culi sul filo dell’elettricità. E quello grosso che se potesse gonfiarsele quelle penne lo farebbe pur di sembrare più grosso ancora. Tutti uno accanto all’altro.
Il sole sta sorgendo e io ho un po’ di paura.

Alla fine ho deciso. Ho lasciato che tutti partissero, inseguendo la via nota e noiosa. Io, in disparte ho aspettato il silenzio nella luce color del latte. E in quel momento prima di muovermi osservavo il cielo, e mai mi era sembrato così grande così sconfinato. Nessuna rotta in realtà, nulla di dovuto. Per nessuno. Tanto meno per me.

Mi gira quasi la testa per quanto forte il cuore mi batte. Ho il petto pieno a gonfio. Respiro nel ritmo di armonici movimenti. Armonici movimenti. Non erano tanto armonici i giri vorticosi che ha lasciato nell’aria un mio compagno non troppo tempo fa. Si andava assieme, tornando verso casa. Giù in lontananza a confine tra terra e cielo una riga più scura di mare.

Lui cade, il botto, vortica, lo sparo, lui e non me. Perché?

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook13Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?