La iena

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La Iena Chi non ha mai avuto voglia di dire a Montezemolo “sto fijo de ‘na mignotta”, per assestargli, appena dopo, una robusta strizzata ai genitali? Chi non ha mai sentito il viscerale desiderio di andare da Don Gianni Baget Bozzo – quando era ancora in vita, pace all’anima sua – l’officiante del craxismo e poi del berlusconismo, e fargli semplicemente presente: “La Lega di Bossi, baluardo del Cattolicesimo contro l’Islam? Don Gianni, ma cosa cazzo dice?”. Qualcuno potrebbe sostenere che non ha mai provato il sacrosanto impulso di sbeffeggiare Mastella per la sua testarda coazione a formare partitini capestro? O di spiegare a Matteo Colaninno che, senza il padre Roberto, non sarebbe il capo dei giovani di Confindustria ma al massimo il “leader dei pipparoli”?   I tratti distintivi della televisione italiana sono il pressapochismo e l’ipocrisia, è anche inutile sottolinearlo. L’autodifesa dello spettatore che invece può rendere il tutto profondamente comico o tragico, a seconda dei casi – ma il confine si è smaterializzato – è di smontare, ridendone, la supponente, supposta, stentorea serietà con cui i protagonisti di questo mezzo si presentano. La TV è ancora il mezzo di comunicazione di massa che elide le nostre certezze di dotti pensierosi, che pontificano sul digitale e santificano la Rete, a fronte di un Paese che, avviandosi verso un “nipponismo” dell’anagrafe e dell’economia, chiusa e protetta, ancora vive di miti e codici e contenuti televisivi. Si possono leggere le idee del neo kantiano Paul Natorp oppure andare al cinema ad ammirare una retrospettiva di Satyajit Ray, sublime regista indiano, assurto a santo per un decreto emesso dai più rigorosi cinefili vestiti di maglioni neri a collo alto, eppure la televisione continua ad essere il centro verso cui ci muoviamo per paragonare il resto, in un Paese dove gli over 65 sono più del 20% dell’intera popolazione.

Enrico Lucci, nato a Velletri (RM) nel 1964, è la iena televisiva per antonomasia, è lui che prende le veci di chiunque si ritenga troppo intellettuale per fare le domande più semplici, oppure di coloro che sono troppo ai margini per giocarsi la possibilità di duellare con i potenti italiani di ambito politico, economico, bancario e, appunto, televisivo. Egli adempie al ruolo di collettore tra una società televisiva – dentro la quale le sorti del Paese, né magnifiche né progressive, pare si muovano maggiormente che nelle sedi opportune dove le medesime sorti appaiono atrofizzate – e lo stupore, a volte indignato, a volte solo trasognato, di coloro i quali quel mastodontico e divoratore spaccato lo rifuggono. Lucci infrange l’ufficialità che il cubo televisivo proietta, “pasolinianamente”  ex cathedra, sullo spettatore, che si trova spiazzato nel notare quanto i due mondi, quello catodico e quello reale, vadano a due marce e a due toni completamente diversi. Non lo fa con l’arma della confutazione in nome della legge e della morale, come i valenti reporter di Milena Gabanelli o di Riccardo Iacona, e nemmeno attraverso l’indignazione acida e tesa di Piero Ricca, l’esempio di “citizen journalist” più famoso della Rete. Enrico Lucci gioca il suo ruolo di fustigatore del fatuo pensiero per mezzo della falsa leggerezza e dell’osmosi con l’intervistato/a che, per lo più, non si rende nemmeno conto di essere solo l’oggetto da cui si produce l’effetto satirico dei servizi, e risponde, con tensione grave, a domande del tipo: “Cosa si prova ad avere una vagina ricostruita?” – nel servizio intitolato “Oggi tutto è possibile”, tema: un concorso di bellezza a cui partecipano le donne al silicone. La IenaLe Iene, in onda da anni su ItaliaUno, sono un programma televisivo moralistico, non concedono mai il beneficio del dubbio ai loro assiomi – e non potrebbe essere altrimenti – e soprattutto giocano sospesi sul solco lievissimo che esiste tra il mostrare un’orripilante verità e sfruttare la stessa a fini di audience. Mostro il fenomeno delle mignotte sulla strada per chiedere a gran voce che si regolamenti la prostituzione, però intanto inquadro un bel paio di cosce tornite e due chiappe marmoree. Il ricatto del contenuto, come lo chiamano gli esperti della comunicazione, è il perno sul quale poggiano i convincimenti dei baldanzosi e fastidiosi inviati che assaltano le cose e le persone senza preavviso. Dunque alla luce di un progressivo decadimento della qualità del programma – l’ultima edizione ha visto ancora presentatori la moglie del calciatore e due che poco legavano tra di loro – c’è una inversamente proporzionale maturazione del caposaldo della trasmissione, che rende riconoscibile la stessa: Enrico Lucci.

Questo argentato e rampante ultraquarantenne, vitale ed energico ma capace di amare e riflettute analisi, non solo smaschera, come un Cyrano, i satrapi del nostro Paese, rendendoli nudi di fronte alle loro ridicole ipocrisie, ma lo fa, in particolar modo, con lo spettatore, che sempre si aspetterebbe la goliardica presa al membro di Montezemolo e che poi si ritrova con un piccolo documentario di rara sensibilità come quello appena trasmesso, nell’ultima puntata dell’ultima edizione appena conclusa, sulla difficoltà delle piccole e medie imprese italiane al tempo della recessione, intitolato “Il Deserto che avanza”.

E mentre l’attuale Governo Monti si confronta con Rete Imprese Italia, l’associazione che dovrebbe rappresentare i commercianti, gli artigiani e gli esercenti italiani, e che invece dalla maggior parte di loro non è neanche conosciuta (lo dice un rapporto appena pubblicato dal giornalista Dario di Vico sul “Corriere della Sera”), il giornalista Lucci va nella profonda Italia, nelle province dimenticate dai media e dai giornali con le telecamere e le penne unicamente puntate su Roma o Milano. E allora, mentre il ministro del Lavoro Elsa Fornero si alza indignata davanti ad un Forum dei Giovani, che non incarna affatto la complessità del mondo giovanile italiano, reo di non avere come portavoce nemmeno una donna, Lucci, dal canto suo, mostra, in una maniera ben più composita, l’eterogeneità del mosaico dei ventenni e dei trentenni, tra un’agognata partecipazione al Grande Fratello, alle cui selezioni hanno visto pararsi 200mila giovani italiani in dieci anni, ed un servizio esaustivo sulla nevrosi ansiogena dell’apparire che si è impossessata, come un demone, dei giovani di Avetrana. Lucci testimonia, senza velleità da guru, di come la realtà sia a volte più banale rispetto alle pretenziose analisi di filosofi e sociologi che inferiscono ad essa un senso che non ha. Non esiste verità che non voglia essere raccontata: la verità degli ambienti, delle cose, degli uomini è lì, basta solo afferrarla  e Lucci lo fa, meglio di molti altri, seppur meritevoli, reporter (un esempio su tutti: il gagliardo Bernardo Iovene della trasmissione “Report” in onda su RaiTre).

Egli si appropria di questa verità perché racconta, senza giudicare, senza tediare l’interlocutore con improbabili lavagnette divise a metà tra il giusto e lo sbagliato, stanando a tal punto i dogmatici giudizi che la cronaca ufficiale assegna alla classe dirigente, da indurre a chiedersi: ma come riesce Luigi Abete ad essere un solido banchiere, custode dei nostri risparmi ed elargitore dei crediti alle famiglie e alle imprese, se poi si fa prendere in giro da Lucci, il quale, con faccia di bronzo, gli porge la domanda che più di tutte smantella il meccanismo duale, tra il maggiordomo ( il giornalista) e il Re Sole (qualsiasi alto dirigente pubblico o privato), a cui hanno abituato le paludate interviste del servizio pubblico, e, dunque, gli rimbrotta: “Ma quanto abbacchio te sei magnato”? Enrico Lucci infrange la catastrofe del pensiero unico televisivo, incide con lo scalpello la burocrazia cortigiana del vespismo (Bruno Vespa), non gli interessa solo scalfire e, talvolta, affondare il politicamente corretto ma lo cavalca, lo percorre fino in fondo, si immedesima per trasmettere allo spettatore, senza comunicarlo con afflato moralistico, le idiozie a cui possono essere portati gli esseri umani quando smettono di porsi le domande sull’ovvio. Proprio l’ovvio, è l’ovvio che a Lucci interessa, stanare l’ovvietà dell’ovvio che tutti ritengono necessario, ineludibile, come se la strada fosse quella indicataci da un Dio che ha smesso di porci le domande. Quando parla di Caterina Balivo, soubrette dell’ultima ora, diventata all’occorrenza biografa dell’uomo che vede gli angeli, egli azzera le polemiche di Roberto Calasso, direttore editoriale della raffinata Adelphi, il quale si lamenta dell’avvento di Amazon che rischierebbe, offendo l’occasione del “self-publishing“, di tranciare la mediazione tra scrittore e pubblico relegando gli esperti dell’editoria al ruolo di disoccupati – e allora perché, egregio Calasso, i suoi colleghi esperti delle altre case editrici continuano a pubblicare i libri dell’invadente Clerici, del Brosio in odor di madonnine salvifiche, o di Anna Kanakis, nuova accorata vestale della letteratura italiana? Non sono loro stessi a tranciare questa mediazione?

Baget Bozzo che dice cazzate, Gaucci il grande italiano, i telegatti che riflettono il provincialismo La Ienabecero dello spettacolo italiano, le storture grammaticali e sintattiche degli intervistati, anche di elevato rango socio-economico, le attrici e gli attori che non sanno neanche a quale convegno di beneficenza partecipano, la madrina per la fiera del confetto a Sulmona, i disoccupati della Tv con uno stratosferico Baudo lamentoso che, a quasi ottanta anni, urla che lui non ci sta senza lavorare, sono le figure di un regno seppellito dai propri abusi, di un’oligarchia politico-televisiva che si affonda con le proprie mani. Se Lucci fosse americano sarebbe più conosciuto di Sacha Baron Cohen, il quale sembra quasi aver copiato qualcosa dell’incursore di Velletri, nei suoi osannati “Borat” e “Bruno”! Lucci fa satira con l’impercettibilità di un commento appena pronunciato tramite un’espressione di pietra alla Keaton, per mezzo di frasi del tipo “Emilio Fede è uno dei più grandi giornalisti che abbiamo in Italia”, oppure facendo un appello al giudice che ha messo dentro Lele Mora, affinché possa scarcerarlo, per consentire alle avvenenti clienti della sua scuderia di poter lavorare. Lucci è una strana commistione di grottesco, satira cattiva e agghiacciante, battuta romanesca e bonacciona, che sa anche come sparare in faccia allo spettatore il dramma degli invisibili e la levità del suo sguardo, come la storia del piccolo risparmiatore che ha perso tutto a causa di Callisto Tanzi, oppure la poesia di una docile domanda, “che cos’è l’amore?”, rivolta ai matti di un ospedale psichiatrico. E inoltre è l’unico giornalista che abbia mai chiesto ai ciclisti, senza giri di parole, “vi dopate?”, “ puoi giurarmi di non averlo mai fatto?”, mentre la cronaca cieca e pomposa della Rai narra cavallerescamente, con prosa epica, le gesta gloriose dei dopati Contador, Armstrong e Floyd Landis, a vario titolo coinvolti in inchieste odiose ed inquietanti, al cospetto di un Davide Cassani, il commentatore scelto ed ex ciclista, che sembra Scajola con la casa al Colosseo – ogni volta che c’è uno scandalo di doping nel mondo ciclistico egli è stupito, lo fanno sempre a sua insaputa. Meglio di un rapporto del Censis, l’ottantenne Pippo Baudo spiega i perché della disoccupazione giovanile italiana, così in modo molto approfondito, più della verbosa liturgia domenicale di Eugenio Scalfari, Lucci sviscera il motivo per ilLa Iena quale una ragazza di diciotto anni, un’epigona della Noemi di Casoria, voglia così dannatamente perseguire l’apice e la deriva del successo. Nei suoi servizi sulla delocalizzazione delle imprese italiane in Svizzera, costrette ad emigrare per via del rubinetto dei fidi e dei crediti chiuso dalle banche, o sulla vergogna di Avetrana, con la macelleria delle opinioni in una vomitevole mistura, mediatica, giudiziaria e popolare, Lucci è così lucido da sembrare, e forse lo è, il miglior giornalista italiano dei primi anni del Duemila.

E, data la folta presenza di bocconiani nel Governo, chissà se avrà intenzione di andare da Mario Monti per chiedergli di trovare un posto da sottosegretario a Sara Tommasi e ad Alberto Stasi, la presunta cocotte e il presunto assassino, bocconiani anch’essi e simboli dell’Italia che Enrico racconta.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Simone

    Condivido appieno tutto il post! Seguo Lucci alle Iene da sempre, per me rappresenta uno dei pochi motivi per accendere la tv.

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  2. Simone

    Condivido appieno tutto il post! Seguo Lucci da sempre, per me rappresenta uno dei pochi motivi per accendere la tv.

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  3. marinda

    bellissimo, la prossima volta ci parli di Pif? Il testimone su MTV sulla vita dei nani è un’esempio di come fare televisione unendo realtà reale e televisiva senza spendere

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  4. Giuseppe

    E’ anni che non guardo Le Iene, ma dopo quest’eccellente articolo credo che tornerò a farlo. Grazie!

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