Il Presepe

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“L’albero di Natale è bello solo quando è finito e quando si possono accendere le luci, il presepe invece no, il presepe è bello quando lo fai o addirittura quando lo pensi”

Così parla Luciano De Crescenzo nel bellissimo film “Così parlò Bellavista”. De Crescenzo fa coincidere la contrapposizione tra “presepisti” e “alberisti” con quella tra uomini d’Amore e uomini di Libertà. I primi amano stare in compagnia e prendersela comoda, mentre i secondi sono efficienti e frenetici; i primi fanno il bagno nella vasca, mentre i secondi la doccia; i primi sono “napoletani”, i secondi “milanesi” oppure in una dimensione europea: “italiani” e “tedeschi”.

Pare che il primo Presepe lo realizzò San Francesco nel 1223. A quell’epoca, la rappresentazione di un evento accaduto in Palestina oltre mille anni prima non doveva discostarsi molto dall’Umbria medioevale: pastori, capanne, commistione di uomini ed animali erano propri di entrambi i luoghi ed epoche. Oggi invece realizzare un Presepe è un esercizio di fantasia ed immaginazione. Significa costruire un mondo che non c’è, così come ci piace e ci piacerebbe che fosse. Plasmare montagne, far nascere ruscelli, tracciare sentieri, dar vita a storie ed emozioni…

Inoltre, al contrario dell’albero che è statico ed una volta fatto non ha bisogno della nostra attenzione (che può quindi essere rivolta ad altro), il Presepe è dinamico e vivo: puoi cambiare il paesaggio, spostare le statuine, fare avanzare i Re Magi verso la capanna man mano che si avvicina la Befana. Con il trascorrere dei giorni, puoi fare incontrare persone sconosciute, avvicinare qualche pastore…

Il Presepe è anche e soprattutto questo: persone estranee che smettono di fare quello che stavano facendo e si mettono in cammino per convergere insieme verso un unico punto che coincide con la comune sorte ed unico senso del nostro affannarci: la vita che nasce.

C’è in questo un profondo senso di fratellanza e comunità che va ben oltre il significato religioso del Presepe. La “parentela” che si crea nel Presepe è autentica, spontanea, assolutamente pura. Quante volte ci è capitato di sentirci stranamente, ma così naturalmente vicini a qualcuno con cui stavamo condividendo una certa situazione, magari bizzarra? Un viaggio, un’attesa interminabile, un bello spettacolo a teatro. E’ lì, in quei frangenti che è ancora viva la fratellanza umana, l’umanità stessa. La stessa che mi piace veder rappresentata nel Presepe. Ed è proprio verso qualcosa di singolare che stanno convergendo tutti: una famiglia “strana”, nella quale il bambino è figlio non si da bene di chi, ma che il padre, per amore, ha comunque deciso di accogliere, sfidando quel senso di ridicolo che tanti padri (e non solo) non hanno il coraggio di affrontare. Tutti i protagonisti del Presepe si dirigono verso quella famiglia anche perché quella famiglia è “aperta”, trasparente, accogliente, al punto da travalicare il senso stesso di famiglia per come noi la intendiamo oggi (e verso cui lo stesso Gesù avrà parole dure). Non a caso disponiamo le cinque statuine più importanti del Presepe (San Giuseppe, la Madonna, Gesù, il bue e l’asinello) in maniera tale da comunicare questi sentimenti.

Per questo, da piccolo, rimanevo ore ad ammirare il Presepe, ad immaginare le storie dei personaggi che lo animano: perché lì ci sono l’incontro e non la distanza, l’accoglienza e non l’invadenza, la fratellanza e non il settarismo, il piacere di incontrarsi e non la sfiducia nel prossimo. E volevo allora così come voglio oggi che nel Presepe trovassero spazio più statue possibile, di tutti i colori, di tutte le razze…il mondo intero…

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