Grandi Misteri: tassisti e liberalizzazioni

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“You talkin’ to me? You talkin’ to me? Who the fuck do you think you’re talking to?” (ndr. Ce l’hai con me? Ce l’hai con me? Con chi cazzo credi di parlare?). Così ruggiva grintoso, davanti allo specchio, il tassista più famoso del cinema, lo straordinario personaggio interpretato dal camaleontico Robert De Niro nel lungometraggio “Taxi Driver” diretto da Martin Scorsese nel 1976, uno dei più grandi apologhi sulla violenza e l’alienazione del vivere metropolitano. Sarà, forse, per la gagliardia di quel personaggio che il tassista o “tassinaro”, come si dice a Roma, impone a qualsiasi Governo o amministrazione pubblica, che provino quanto meno a modificare una parte dello status quo, una rassegnata retromarcia.

Di cosa si compone, allora, questo immarcescibile status quo dei tassisti, più intoccabili degli “untouchables” di Brian De Palma? Per diventare tassisti bisogna possedere innanzitutto una patente di guida B – ci mancherebbe altro! – come tutti i comuni mortali. Dopo la patente si deve, tassativamente, conseguire un certificato di abilitazione professionale (patente K) frequentando una qualsiasi scuola guida, al prezzo di circa 400 Euro. Ci sono due differenti tipi di abilitazione: la patente KB per automobili e la patente KE per gli autobus. Dopo l’abilitazione c’è l’iscrizione al ruolo dei conducenti, ossia uno dei tanti albi professionali che bloccano la liberalizzazione del lavoro in faccia alle rimostranze puntute dei tanti politici nostrani che si definiscono liberali. Per accedere all’albo professionale dei conducenti, rintracciabile in ogni provincia della Penisola presso la Camera di Commercio, si deve superare un esame scritto ed orale: le prove vertono su fondamenti di pronto soccorso, norme specifiche come la legge n.21 del 1992 – Legge quadro per il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea -, regolamenti comunali, test sulla toponomastica, sul turismo e qualcosa di cultura generale. Ovviamente come per tutte le categorie, esclusa quella degli eletti in Parlamento, il Comune ha l’obbligo di verificare se si hanno carichi penali pendenti.

Il successivo ed ultimo passaggio è anche il più arduo da superare: la temuta licenza. Qui è il nodo spinoso su cui si scontrano i politici di buona volontà che vogliono cambiare lo status quo prima menzionato. Il punto è che nessuno in Italia può ottenere una licenza (rilasciata dall’Amministrazione comunale del Comune di competenza) per merito, attraverso un esame o facendo un investimento contenuto, poiché ogni singolo Comune stabilisce il numero delle licenze e, dunque, la quantità dei tassisti che possono circolare per le vie della città. In realtà i concorsi ci sarebbero e sarebbero previsti dalla legge ma, come per molti altri campi (vedi Università, Scuola, Amministrazioni Pubbliche), essi sono molto rari. Ne segue che chiunque abbia una licenza la tiene con sé gelosamente, cedendola, quando smette di lavorare, ad un proprio parente a titolo gratuito – questo, si sottolinei, è una consegna di derivazione medievale oltreché nepotistica – oppure decidendo di venderla. Si immaginerà: a caro, carissimo prezzo. Viene calcolato

Uno sciopero del potente Consorzio 3570 rappresentante dei tassisti romani

ma è impossibile stabilire una media statistica che il prezzo di una licenza oscilli dai 150mila Euro a Milano ai 170 mila di Roma fino a quelle più elevate vendute al Nord Est nell’ordine dei 200mila Euro o a Firenze dove una licenza può arrivare a costare 300mila Euro. Chiaramente sono solo numeri che potrebbero essere più alti o più bassi, quello che però è importante è che queste licenze fanno le veci, come dicono i tassisti, di una vera e propria liquidazione o addirittura di un futuro da offrire ad un figlio nel caso in cui si trovasse impossibilitato ad accedere ad altri ambiti del mercato del lavoro italiano.

Come non bastasse, dopo aver sborsato parecchi quattrini per la licenza, ci si deve accertare se nel Comune in cui si vuole operare non siano richiesti particolari requisiti professionali e tecnici che variano da municipio a municipio – come si può notare la “Santissima Burocratja” non abbandona mai i bersagliati cittadini che vogliono lavorare onestamente. Importante: non si può esercitare un’attività d’impresa con una licenza, poiché questa deve essere intestata esclusivamente ad una persona fisica, dunque chi guida il taxi deve essere il titolare della licenza a meno che non si tratti di un parente o di un “sostituto” come stabilisce la “Bersani” numero 248 dell’agosto del 2006, un decreto convertito in legge che recita nel proprio Titolo I: MISURE URGENTI PER LO SVILUPPO, LA CRESCITA E LA PROMOZIONE DELLA CONCORRENZA E DELLA COMPETITIVITA’ , PER LA TUTELA DEI CONSUMATORI E PER LA LIBERALIZZAZIONE DEI SETTORI PRODUTTIVI.

Parole sante, ripetute in varie leggi, che si trovano anche nell’appena celebrata manovra di Monti, e che starebbero bene in effige ad ogni Ordine professionale nazionale che deprime la concorrenza e il mercato del lavoro – non è un caso che sia le “lenzuolate” di Bersani che i timidi tentativi di questo Governo si sono scontrati con tassisti e farmacisti, non gli unici ma tra i più agguerriti difensori dell’immobilismo nelle rispettive professioni. A scapito del nuovo, come sempre.

Come riporta Goffredo Buccini, sul Corriere della Sera, alla domanda posta ai “tassinari” romani sul perché non si voglia liberalizzare, essi rispondono in accento lievemente romanesco: ”Mbè è giusto così… Le licenze so’ la nostra liquidazione. Lei la vorrebbe perde la liquidazione? No? E manco noi”. Chiuso, definitivo.

Certo è che la “connivenza” di alcune parti politiche è evidente, come per esempio a Roma dove i tassisti si definiscono “de destra” e urlano impettiti che “Gianni non ci tradirà mai” (ndr. Gianni Alemanno, sindaco di Roma). Qualche avvisaglia c’era stata già nel 2006 (Governo Prodi 2006-2008) in seguito alle “lenzuolate” bersaniane quando i tassisti, provenienti da tutta Italia, paralizzarono la Capitale per protesta, ieri come oggi, contro la possibile erosione di fette di mercato. Perché, come anche un bambino può capire, più licenze ci sono meno corse un singolo taxi può monetizzare, più licenze circolano più concorrenza e idee nuove trionfano. Invece allo stato attuale delle cose ogni città ha le sue licenze e le sue tariffe fisse, che non cambiano a meno che non intervengano le potenti sigle che fanno capo ai sindacati nazionali (Cgil, Cisl, Uil, Ugl ecc.) o ai consorzi come il temuto 3570 di Loreno Bittarelli, barricadero storico dei tassisti romani, molto vicino alla destra ex missina di Alemanno, Storace e Gasparri.  Già a giugno di quest’anno ci fu uno sciopero che vide un duro confronto tra le sigle dei sindacati maggiori e il consorzio di Bittarelli e Uritaxi (temi del contendere: il contrasto degli Ncc , Noleggio con conducenti, la licenza dei medesimi per operare fuori Roma, l’adeguamento delle tariffe e i miglioramenti in fatto di corsie preferenziali), gli uni scioperanti, gli altri contro la protesta, per dovere di riconoscenza nei confronti del sindaco Alemanno, sempre pronto a difendere Bittarelli e company.

Come si è accennato, oltre alle licenze, anche le tariffe sono a totale influenza decisionale delle sigle sindacali tassinare. Decidono loro, come, quando e perché.  Variano di città in città: si va dalla tariffa scatto alla partenza diurna e notturna, scatto alla partenza nei festivi, costo orario, costo orario al km nei centri urbani – per es.: a Roma entro il Grande Raccordo Anulare, quello che “circonda la Capitale” come cantava Corrado Guzzanti – e costo orario al Km di tariffa extraurbana. Parlare dei costi delle tariffe risulta un gioco noioso dal momento che si differenziano da città a città. Si va dall’euro e mezzo della tariffa ordinaria di Milano ai quasi 5 Euro dello scatto alla partenza notturna dei taxi della Capitale. Come riporta “Libero”, uno studio del giornalista Roger Wade, sul sito priceoftravel.com, evidenzia come Roma sia più cara di New York, Los Angeles, Barcellona, Madrid e Mosca. Lo studio, che esprime il costo di una corsa in dollari e divide la medesima in due variabili: strada sgombera e strada trafficata, comunque pone in risalto il dato abbastanza sorprendente di Roma meno cara di Parigi, Londra e Berlino.

D’altra parte la ricerca di Wade non tiene conto del fatto che a Roma si è quasi costretti a prendere il taxi, specialmente di notte dove le linee notturne, N1 e N2, sono una vera e propria lotteria che spesso non vede vincente il cittadino che rimane desolatamente fermo ad aspettare per ore il passaggio del mezzo pubblico. Inoltre se è vero che i taxi di Parigi, Berlino e Londra costano di più, è anche vero che le tre città hanno rispettivamente le tre linee metropolitane più ramificate dell’Europa occidentale. A Parigi ci sono 16 linee di metrò, ciascuna copre, mediamente, circa 30 stazioni; a Berlino la metro U-Bahn si snoda in 9 linee e copre 170 stazioni circa, mentre la S-Bahn, la metro di superficie, si struttura in 15 linee. A Londra la gloriosa “Tube”, fondata nel 1863, avviluppa il territorio della sterminata metropoli con 13 linee. Si dirà che le metro di queste città costano di più. Vero. Come è vero però che è impossibile paragonarle dal punto di vista dell’efficienza di copertura del territorio e del tempo di percorrenza, compresi ritardi e inadempienze, che a Roma ( solo 2 linee), un po’ di più che a Milano (appena 3 linee), sono all’ordine del giorno. Inoltre il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha da qualche mese aumentato il prezzo del biglietto della corsa singola nella metro da 1 Euro ad un 1,5 Euro. Evidentemente il trasporto, la mobilità, la viabilità non consentono alle nostre due grandi metropoli di competere con quelle europee che oltre a presentare metropolitane migliori, garantiscono, soprattutto a Berlino, un ottimo servizio di autobus e piste ciclabili. Ecco perché la lobby dei taxi in Italia può esercitare una così costante influenza nelle decisioni delle amministrazioni comunali o, addirittura, nelle stanze del potere istituzionale (Parlamento e Governo).

Tra licenze (il vero nodo gordiano), tariffe e opposizioni ad ogni nuova licenza,  ogni qualvolta si profili anche una leggerissima erosione dei diritti acquisiti, i tassisti saltano su rabbiosi manco avessero subito un morso al collo da un Black Mamba. Ne sa qualcosa Francesco Giavazzi, economista che insegna al MIT di Boston, che dopo aver scritto il libro “Lobby d’Italia” (Biblioteca Universale Rizzoli), un j’accuse contro le corporazioni italiane, dai taxi alle farmacie, dai notai ai professori universitari, ha dovuto subire roboanti e fastidiose strombazzate sotto  la sua casa romana compiute dai tassinari, a cui Alberto Sordi dedicò un film neanche troppo riuscito.

Certo i tassisti non sono dei veri “rentier”, non posseggono rendite di posizione, poiché si può sempre obiettare, giustamente, che i loro soldi provengono da un reddito da lavoro, lavoro che dura da contratto nazionale sette ore e mezza al giorno, sei giorni su sette, al netto, ovviamente, dei diritti che tutti i lavoratori di un tale Ordine maturano. Detto questo né Monti né nessun tecnico potrà scalfire una corporazione così forte ed unita (quando vuole), che sia detto non sarà la lobby più granitica e privilegiata d’Italia ma possiede alcune decisive entrature nel mondo della politica e dei politici che, ancora una volta, sul tema delle liberalizzazioni, sembrano non essere liberi di poter decidere per il tanto celebrato bene comune. Alcune voci sostengono che nel prossimo decreto Milleproroghe potrebbero rientrare le liberalizzazioni dei taxi e delle farmacie, depennate dagli emendamenti parlamentari alla manovra “Salva Italia”. Qualcuno scommetterebbe un centesimo su questa eventualità? C’è da scommetterci: no.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Max Keefe

    Un pezzo magistrale ed illuminante sulla realtà tassinara. Mi manca solo un mistero, che potrebbe dar vita ad un succoso sequel. Chi sono i NCC? Come mai esistono? In che forme? Costano meno dei tassisti?

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  2. marinda

    ma l’altro mistero è, a Roma, Firenze, Milano …. perchè la sera non si trova mai un taxi? e soprattutto, perchè i taxisti milanesi sono così scontrosi? almeno a Roma ce fanno ride e sono maestri di vita.

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