Europa sì, però

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Jean Monnet, uno dei padri dell’Europa l’aveva detto: “L’Europa avanzerà solo grazie alle crisi”. Perché le crisi – in ogni ambito dell’esistenza – avvicinano il momento delle decisioni, ci mettono con le spalle al muro. E adesso la decisione da prendere è se fare un risoluto passo in avanti nella costruzione di un’Europa unita oppure tornare non solo alle monete di ieri, ma anche a quello che facevamo ieri: le guerre tra nazioni europee.

La concezione di un’Europa unita nacque infatti anche per evitare un’altra tragedia come la Seconda Guerra Mondiale, ennesimo conflitto tra popoli europei. Purtroppo con il passare del tempo, quell’idea di Europa come unione di popoli e culture è stata messa da parte e schiacciata dalle sole esigenze economiche e monetarie. Ed oggi – se riuscirà – il salvataggio del’Europa avverrà sotto la pressione degli squali della finanza e guidato da principi soprattutto economici.

La politica ha una doppia colpa: in primo luogo, intesa come “arte di governare le società” guidando e regolando l’economia, ha finito per essere invece subordinata all’economia stessa, remissivamente deregolamentando il mondo finanziario che se le è rivoltato contro. Inoltre ha fallito nella costruzione di una seria e funzionante architettura politica europea. Chi sta prendendo le decisioni sul futuro dell’Europa? Non rappresentanti eletti a livello europeo, bensì – nel migliore dei casi – un pugno di politici di un paio di nazioni (Francia e Germania), che non hanno ricevuto un mandato in questo senso, seguendo le avvertenze (gli ordini?) di banchieri ed economisti. La politica è in grave e colpevole ritardo.

Quando si tratta di relazioni tra diversi soggetti, siano essi individui o Stati nazionali, prendere decisioni significa spesso scegliere se voler rinunciare a qualcosa di proprio in nome di un bene superiore e comune. Dar vita ad un’Europa veramente unita, con un autentico governo europeo significa cedere potere a livello nazionale. E nessuno è stato disposto a farlo. La conseguenza è che oggi la politica, ma anche la democrazia, le nostre stesse Costituzioni sono “violentate” dall’economia e dalla finanza.

Noi siamo perciò favorevoli a diventare figli dell’Europa e fare dell’Europa la nostra patria, orgogliosa ed autonoma (per esempio dagli USA e dalla NATO…). Saremo felici di cedere parte della nostra sovranità nazionale. Se però essa sarà trasferita ad istituzioni europee forti e democratiche che rappresentino e tutelino i diritti e i bisogni dei cittadini europei e non siano invece volte solamente a costruire “la fiducia dei mercati” ed esposte agli attacchi della finanza senza regole. Per dirla con Danielle Mitterand, da poco scomparsa, un’Europa che non si traduca in “un sistema che trasforma le persone in elementi di un’equazione economica, non rispetta i poveri ed esclude tutti coloro che non vivono in base al principio della redditività”.

Per fare questo occorre introdurre – in primis – una severa regolamentazione del mondo finanziario e bancario, a salvaguardia dei diritti conquistati soprattutto proprio qui in Europa negli ultimi secoli. Ma anche evitare gli sperperi e i ladrocini di Paesi quali il nostro. E questo è compito e dovere della politica, del coraggio dei politici, della capacità di guardare oltre sola prossima scadenza elettorale.

E se è vero che personaggi politici di questa statura non se ne vedono all’orizzonte, è altrettanto vero che – raramente come in questi tempi – si può far sentire la voce, politica, dei cittadini.

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