Esproprio proletario 2.0

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C’è crisi, c’è grossa crisi, prezzi alle stelle, stipendi bloccati, precarietà, futuro incerto. Ma, che ci crediate oppure no, non è la prima volta che succede. Oggi grazie al Web avete la possibilità di passare all’attacco.

Negli anni settanta la crisi petrolifera del 1973 riportò tutti alla realtà dopo il boom dei meravigliosi anni sessanta e nel 1979 con la rivoluzione dei simpatici pasdaran iraniani arrivò la mazzata definitiva al sogno del petrolio facile ed economico. Improvvisamente sembravamo tornati con le pezze al culo, il prezzo della benzina passò dalle circa 150 lire al litro del 1970 alle 750 lire del 1980 (un aumento del 500% mentre negli ultimi 10 anni il prezzo è aumentato “solo” del 50%). Si era tornati poveri o almeno si sentiva che non era più vero che la ricchezza individuale e collettiva sarebbe aumentata per tutti.

È quello che in parte stiamo vivendo oggi dopo un decennio vissuto con crescita bassa, con crisi e ricadute continue. E sembra che il livello più basso dobbiamo ancora toccarlo.

Esproprio proletario in una grande libreria

La cultura è un diritto e noi ce la pigliamo. Alla faccia di quel capitalista di Feltrinelli

Negli anni Settanta si era incazzati come oggi, ma una differenza evidente è che allora si sognava un mondo migliore, ci si credeva, si pensava che prima o poi sarebbe arrivata la rivoluzione, o almeno che si sarebbe buttato giù il mondo vecchio e se ne sarebbe costruito uno migliore.

Erano gli anni della contestazione e con la scusa più o meno sincera di finanziare il movimento per un certo periodo sono andati di moda e in qualche modo tollerati gli espropri proletari. Si entrava in gruppo in un supermercato, un negozio di dischi, una merceria, si prendeva su quello che serviva e ci si allontanava senza pagare, inneggiando alla lotta di classe, alla rivoluzione, al movimento degli indiani cicorioni.

Poi le cose sono andate come tutti sappiamo, e cioè che qualche promotore dell’esproprio proletario è diventato un terrorista e tutti gli altri sono diventati architetti, avvocati, brand manager. Quindi è arrivato il riflusso che ha generato mostri autoproclamatisi socialisti, che in realtà erano craxiani e spargevano i semi dell’attuale berlusconismo. Sono passati gli edonistici anni Ottanta, poi gli smidollati anni Novanta, il baco del millennio ecc. ecc. per arrivare ad oggi che siamo messi come tutti sappiamo, cioè siamo nella merda più di ieri e meno di domani.

una donazione via facebook

Con un semplice e gratuito clic pianti un albero in Kenia. Chi lo vada fisicamente a piantere non si sa

Dal sito ufficiale dell’Inter puoi rubare preziosi centesimi a Mediaset (Milan) e Gazzetta dello Sport (Juve) … son soddisfazioni

E non sogniamo neanche più, non aspettiamo una rivoluzione che non ci sarà. Siamo rassegnati, disillusi, amareggiati. Non riusciamo a trovare un appiglio per essere un po’ ottimisti e neanche un progetto che ci possa coinvolgere, farci venire voglia di lottare.

Qualcosa che si faceva negli anni Settanta però possiamo farlo, ed è appunto l’esproprio proletario. Oggi attuare un esproprio è molto più semplice rispetto agli anni Settanta, non costa fatica, è gratis e non viola nessuna legge.

Istruzioni per l’esproprio proletario 2.0

Cosa state facendo in questo momento? State navigando su internet, esatto. Avete fatto caso a tutte le pubblicità più o meno invadenti che vi bombardano? Ecco quello sono lo strumento per l’esproprio proletario 2.0. Perché quelle sono pubblicità che qualcuno paga e nei casi più diffusi come i google ads o i link sponsorizzati di Facebook ogni volta che qualcuno clicca sul link allora l’inserzionista dovrà pagare qualche centesimo al titolare della pagina (e ovviamente a Google o Facebook). A voi non verrà in tasca niente, ma un’opera di massa costerebbe allo sponsor parecchi soldi.

E’ un ribaltamento del concetto di pubblicità: la pubblicità serve a farci conoscere un prodotto ed a farci venire voglia di comprarlo, qui serve a ricordarci che c’è un’azienda o un personaggio pubblico che per motivi vari detestiamo ed abbiamo la possibilità di fargliela letteralmene pagare. Così se siamo contrari al lavoro interinale cliccheremo all’impazzata sulle pubblicità dell’Adecco; se pensiamo che Gaetano Quagliariello, capogruppo PDL al Senato che per sentirsi giovane infesta Facebook di spot a pagamento sia un emerito coglione, allora clicchiamo e riclicchiamo sul ‘mi piace’ dei suoi link a pagamento facendogli scucire un po’ dei soldi che ci sottrae col suo stipendio di parlamentare; se pensiamo che la Gazzetta dello Sport faccia il tifo per una squadra contro la nostra, allora clicchiamo a vanvera sui suoi inutili spot a pagamento, così “la rosea” andrà in perdita e magari cambieranno il direttore. Gli esempi potrebbero essere mille: dall’Università telematica Pegaso, ai siti di video poker, da Mediaset Premium all’agenzia che organizza spedizioni per la caccia al tordo in Spagna …

Io a Quagliariello ho già fatto spendere diversi euro, tutti insieme possiamo mandarlo in rovina

C’è poi un aspetto attivo di questo esproprio proletario: se noi andiamo sul sito della nostra squadra del cuore, o del quotidiano che leggiamo e che è perennemente in difficoltà economiche, o su quello di Emergency, insomma sul sito di qualcuno per cui simpatizziamo, abbiamo facilmente la possibilità di donargli qualche centesimo che non uscirà dal nostro portafoglio, ma da quello degli inserzionisti che pagano i click sulle pubblicità del sito.

E’ vero ogni click sono solo pochi centesimi, ma lo stillicidio di click può anche abbattere una diga. Naviganti proletari di tutto il mondo unitevi e l’esproprio proletario 2.0 diventerà uno strumento rivoluzionario potentissimo

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Your namegiusy5216

    Io negli anni 70 c’ero…(a parte l’esproprio proletaeio che era una cosa invereconda…spesso non lo faceva chi aveva veramente bisogno…) Oggi le cose sono molto diverse, io ad esempio vivo sola con 800 € in affitto, per la società sono sulla soglia della povertà: ma io la povertà “vera” l’ho provata, negli anni 60,e vi assicuro che oggi a me pare di essere ricchissima…

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  2. Paola

    No, la differenza evidente è che in quegli anni dei giovani laureati senza raccomandazioni – come per esempio i miei genitori e i miei zii – avevano l’imbarazzo della scelta nei lavori *da laureati* che potevano intraprendere, perché la scuola, la pubblica amministrazione e, udite udite, l’università erano in piena fase di reclutamento. Questa ultima, in particolare, proprio in quegli anni ha imbarcato l’esercito di persone, molti francamenti impresentabili dal punto di vista scientifico, che oggi intasano tutti i posti di potere accademici e hanno fatto scivolare l’università italiana in fondo alle classifiche mondiali. Quei giovani laureati poi, con stipendi da laureati e una sicurezza economica che gli permetteva di progettare la vita, avevano tranquillamente anche dei figli. Tutte cose che mi pare non si veirifichino oggi. E d’altra parte non capisco come si possano paragonare i due periodi anche guardando solo all’andamento delle statistiche sulla mobilità sociale intergenerazionale, che negli anni Settanta era nel punto più alto mai (più) raggiunto in Italia, e oggi è tornata indietro ai livelli precedenti alla rivoluzione degli anni Sessanta. Lo stesso dicasi per le diseguaglianze nel sistema dell’istruzione e le diseguaglianze nei redditi. Insomma, qua siamo forse ai primi anni Cinquanta ma senza l’ottimismo e senza gli aiuti esteri, altro che anni Settanta.

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  3. anselmo

    Io mi do un morso nel cubo se non hanno qualche clausola di salvaguardia, tipo un tanto a clic fino a un max di…
    Ma soprattutto, mi sembrerebbe davvero il mondo capovolto: sancire il successo di una iniziativa pubblicitaria equivale a decretarne la bancarotta… boh? L’unico parallelo che mi viene in mente è con “Per favore non toccate le vecchiette”, un brutto film di Mel Brooks in cui – per un meccanismo che vi risparmio – a un impresario teatrale conveniva che la commedia che metteva in scena (“Springtime for Hitler”) fosse un fiasco

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