Armageddon finanziario

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Speriamo, a questo punto, che in questo lungo weekend festivo arrivino le prime risposte concrete, radicali e sensate dal fronte europeo. Ci stiamo giocando tutto.Innanzitutto la sopravvivenza di un sistema che, oggi, sembra ormai finito e superato. L’Europa deve finalmente dimostrare di essere unita e di avere obiettivi comuni; altrimenti saremo tutti spazzati via dalla fine di un’illusione e si dovrà ricominciare da zero, con scenari inimmaginabili fino a pochi mesi fa.

Da dove partire per spiegare in che modo si è clamorosamente arrivati a parlare di fallimento di interi paesi e di deflagrazione dell’aria €uro? Non è sicuramente compito facile ma è altresì palese che ci siano stati dei momenti topici, eventi fondamentali, da cui è partita questa orgia finanziaria apparentemente inarrestabile.

Il più importante, a mio avviso, è stato l’abolizione della legge bancaria statunitense Glass-Steagall, avvenuta alla fine del secolo scorso, attraverso l’introduzione del Gramm-Leach-Bliley Act, con il quale venne abolita la separazione tra attività bancaria tradizionale e attività di investment banking. Da quel momento negli Stati Uniti, e di riflesso in tutto il mondo finanziario evoluto, ormai strettamente interconnesso, divenne possibile la costituzione di imponenti gruppi bancari, con masse amministrate da capogiro, attraverso fusioni ed acquisizioni. In poche parole, da quel giorno, le banche furono autorizzate ad eseguire operazioni che vanno parecchio al di là delle tradizionali attività, che si possono semplicemente riassumere in fornitura di mezzi di pagamento e intermediazione tra domanda e offerta di capitali. Tra queste operazioni “nuove” vi sono compravendita di titoli di stato, azioni, obbligazioni, fondi di investimento e SICAV. Creazione e conseguente compravendita di prodotti strutturati, con prospetti informativi tanto complicati quanto equazioni di ingegneria aerospaziale, scambiati spesso su mercati non regolamentati (i cosidetti Over-the-counter e Dark Pool) e su cui c’è tuttora grandissimo imbarazzo in sede di valorizzazione contabile.

La deregulation in ambito finanziario, dai tempi del presidente americano Ronald Reagan ad oggi, ha provocato una vera anarchia, nella quale l’equazione maggiore propensione al rischio uguale maggiori profitti era il comandamento numero uno. E l’ingordigia di pochi uomini, soprattutto banchieri statunitensi e anglosassoni senza scrupoli, ha provocato uno tsunami di dimensioni inimmaginabili. Uomini senza morale, crogiolandosi nei loro super-bonus, hanno progressivamente trasformato un’attività fondamentale, nel più grande gioco d’azzardo della storia umana, abbandonando il tessuto imprenditoriale e i cittadini. Quasi tutti gli stessi uomini, dopo lo scoppio della bolla subprime e l’epocale fallimento di Lehman Brothers nel 2008, sono ancora lì, al timone della finanza e del mondo, e non sembrano sazi.

Ma veniamo a noi e alla situazione italiana. Il Belpaese è arrivato ad un punto decisamente critico: oltre al problema della scarsa crescita (si è cresciuti mediamente dello 0,2% dall’introduzione dell’euro contro una media europea del 2,4%), c’è l’enorme spada di Damocle del debito pubblico. Al momento questo ammonta a 1.900 miliardi di Euro e la tendenza degli ultimi anni non lascia spazio a pensieri positivi. Se si era riusciti, anche tramite manovre non proprio popolari, a ridurre il rapporto debito/PIL (Prodotto Interno Lordo) al 103% circa alla fine del 2007, questo è tornato a galoppare durante l’ultima legislatura del centro-destra e ora è tornato in area 120%.

Non è la prima volta che arriva a questo livello, ma le premesse e soprattutto la congiuntura economica sono molto diverse e non sono per nulla incoraggianti. Il continuo crescere, senza apparente freno, del nostro debito ha portato ad un calo sensibile della fiducia nel nostro Paese e i rendimenti dei nostri titoli di Stato hanno raggiunto livelli che molti non avrebbero mai immaginato dopo l‘introduzione della moneta unica! Statisticamente si può notare che, dal momento in cui le aste dei titoli di qualsiasi stato dell’UE raggiungono una percentuale di rendimento superiore al 7% annuo, non passano più di 90 giorni che lo stesso stato interessato chiede ufficialmente aiuto alle autorità sovranazionali (come ad esempio il Fondo Monetario Internazionale) per rifinanziare il proprio debito.

Questo semplicemente perché o i tassi richiesti dal mercato diventano talmente alti da diventare insostenibili sul lungo periodo (in Italia, un costo medio del debito del 7% significherebbe un impiego dell’8,4% del nostro PIL annuo soltanto per ripagare gli interessi) oppure perché il mercato stesso, non ritenendo più affidabile l’emittente, manda deserte le aste e lo Stato si viene a trovare senza investitori disposti a fargli credito. Questi famigerati 90 giorni, per l’Italia, convergono alla prima metà di febbraio. La coincidenza è piuttosto curiosa perché, proprio in quel periodo, scadono, tra Btp, Bot e Cct circa €65 miliardi, e non è quindi escluso che si possa assistere allo stesso empasse successo, nel recente passato, in paesi come Irlanda, Portogallo e Grecia. Le conseguenze potrebbero essere tragicamente devastanti. Perché il debito del nostro Paese è maggiore rispetto a quello dei tre paesi poc’anzi citati messi insieme! E, ad oggi, non esiste organo sovranazionale (esclusa la FED, la Banca Centrale degli USA) con la capacità di garantire al sistema cifre così elevate. Per lo meno non con queste regole. E qui casca l’asino.

Perché se è vero che noi abbiamo delle grosse colpe, altrettante ne ha l’Unione europea. Un’unione che, de facto, praticamente non esiste, ma che è unicamente l’espressione della volontà del paese europeo più forte, nonché quello che maggiormente ha beneficiato dell’introduzione della moneta unica europea: la Germania. L’economia teutonica post-1989 cresceva poco e aveva una situazione finanziaria fragilissima per via degli immensi costi sostenuti nel processo di unificazione. Nonostante tutto, la sua moneta era considerata un “safe haven”, ovvero un porto sicuro, un asset (valori materiali e immateriali facenti capo ad una proprietà, NdR) rifugio, e questo comprometteva la sua capacità di export, a favore proprio di paesi come l’Italia, la cui piccola-media impresa forniva al mercato merci e servizi di ottima qualità a prezzi molto competitivi.

Con l’avvento dell’Euro, considerato tra gli operatori economici come moneta di qualità inferiore al marco tedesco, la Germania ha potuto approfittare del vantaggio acquisito, vendendo in tutto il mondo i prodotti della propria economia a prezzi ovviamente più competitivi. Mi riferisco soprattutto ai beni dell’industria automobilistica e ingegneristica. Lo sviluppo provocato dall’export ha notevolmente incrementato l‘occupazione, ridando fiducia e vigore all’economia domestica, e come conseguenza i conti economici federali sono nettamente migliorati, portandosi a livelli di assoluta tranquillità. Ma c’è un rovescio della medaglia: le banche tedesche si sono date alla “pazza gioia”, finanziando e speculando una crescita che si credeva infinita e, di fatto, assumendosi, senza alcun controllo, rischi enormi. Cito il settore bancario perché la vera partita si gioca qui. Sia in ambito europeo che in sede mondiale.

E’ inutile nascondere che i veri problemi dell’Italia sono saltati fuori nel momento in cui, grazie ad un’insensata direttiva europea, si è stabilito di valutare a valori di mercato (quindi a prezzi correnti) esclusivamente i titoli del debito dei paesi europei periferici (tradotto : Italia, Spagna, Irlanda, Grecia e Portogallo) e non i titoli tossici, tra cui spiccano quelli derivanti da operazioni di “cartolarizzazione” di mutui residenziali. Sentenziando così la pericolosità dei primi rispetto alla sicurezza dei secondi. Una decisione veramente senza alcun senso razionale se pensiamo che la tanto vituperata Lehman Brothers fallì proprio per l’esposizione massiccia a questi ultimi! L’impressione è che la decisione dell’authority UE sia stata troppo influenzata dalle lobby finanziarie. Il tendenziale azzardo morale del banchiere che cerca, prima di tutto, l’extra-profitto speculativo sui mercati, è stato infatti trattato meglio rispetto all’attività creditizia tradizionale che consiste nel raccogliere (e tutelare) il risparmio delle famiglie e finanziare le imprese produttive, l’occupazione e la crescita. Questa decisione ha fatto sì che gli istituti di credito italiani, che hanno una forte esposizione e non da trading (cioè hanno in portafoglio titoli di stato che non sono disponibili alla vendita ma che vengono tenuti come investimento fruttifero fino a scadenza) verso i titoli del debito Italiano, hanno dovuto registrare nei loro bilanci  svalutazioni massicce, talmente alte da mettere a rischio il loro accesso al mercato interbancario e, in ultimo, la loro sopravvivenza.

Questo, come logica conseguenza, ha portato ad una chiusura piuttosto drastica dei rubinetti nei confronti del tessuto imprenditoriale e delle famiglie, accentuando, in pochi giorni, una situazione di grosso disagio per la popolazione. Perché se si ferma il “mondo del lavoro”, si ferma tutto e il sistema implode su sé stesso. Mentre le “virtuose” banche tedesche, che detengono diversi asset rischiosi ed il cui valore di mercato ad oggi è praticamente nullo, si vedono addirittura “obbligate” a registrare delle rivalutazioni per via dell’apprezzamento del Bund, titolo di Stato tedesco considerato tra i sei più sicuri al mondo. Però, se andiamo a sviscerare i bilanci di Commerzbank e Deutsche Bank, le principali banche teutoniche, scopriamo che, a fronte di un patrimonio netto tangibile rispettivamente di €5,6 e €26,4 miliardi, queste detengono asset per €841 e €1.490 miliardi, quindi con una leva finanziaria pari a circa 150 e 56. Di questi investimenti, entrambe hanno un’esposizione solo verso titoli tossici maggiore del proprio patrimonio netto. Concedetemi, quindi, qualche lecito dubbio sulla bontà delle scelte e sulla salute del settore finanziario tedesco, che continua, imperterrito, a dettare le regole del gioco.

Questa settimana, il sig. Monti ci ha chiamato all’ennesimo grosso ed iniquo sacrifico. Una misura sicuramente dettata dall’urgenza di intervenire per evitare una crisi di liquidità ed un eventuale fallimento, ma che di speranze sulla crescita ne lascia ben poche, se non nessuna. Come potranno ripartire i consumi dopo la reintroduzione della tassa sulle prime case, con l’aumento spropositato delle accise sulla benzina e con la deindicizzazione all’inflazione delle pensioni medie e basse?!?! La risposta è tacita. Preoccupante è inoltre il fatto che vi sia la volontà ferma di garantire il sistema finanziario, quello che ha causato, con i suoi eccessi, questo sconquasso globale. Mentre sulla famiglia e sulle future generazioni non c’é nemmeno l’ombra dell’attenzione!

Spread, Bund, Btp, HFT, Swap, leverage, Efsf, Ela: tanti termini tecnici, acronimi quasi impronunciabili, spesso difficili da spiegare, che sono diventati ormai parte del nostro linguaggio quotidiano. Stiamo vivendo la più grossa crisi economico/finanziaria dopo il ’29. Ormai non c’è telegiornale, programma di approfondimento o quotidiano che non ne parli. Si sono sprecate centinaia di analisi e sono state suggerite le più svariate cure, eppure quasi nessuno, fino ad ora, ha attuato il benché minimo provvedimento strutturale. La situazione si è drammaticamente avvitata su se stessa nelle ultime settimane e le profonde differenze tra i membri di una comunità europea finora concretamente inesistente, non lasciano intravedere nulla di buono. E intanto, il povero sig. Rossi, cittadino italiano qualunque, assiste, inerme, all’inasprirsi delle proprie condizioni di vita. Ma, soprattutto, è rimasto senza la benché minima idea del futuro; e in assenza di prospettive, la vita si fa piuttosto frustrante.

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