Sorridere per raccontare

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Se quest’uomo smettesse di guardarmi in quel modo, forse riuscirei a riprendere il filo del discorso. Dove eravamo dunque..sto cercando di concentrarmi per riprendere a raccontarvi la storia che avevo iniziato. Cazzo!! È così freddo questo tavolo!! Vogliate scusarmi..mi sono distratto ancora; non posso evitarlo, è tutto completamente nuovo per me. Ecco, vi sembrerà strano che sia stata la mia prima volta (e anche l’ultima), che non ci avessi mai provato prima; in realtà sempre avevo avuto una certa paura. Quando ero piccolo, un semplice sguardo di mio padre era sufficiente per farmi desistere; “un solo sorriso è sufficiente”, diceva. Da grande la cosa iniziò a farmi un po’ schifo e decisi di non pensarci più; quei conati spasmodici, quei suoni gutturali e quella trasformazione dell’espressione facciale mi sembravano così grotteschi, selvaggi, così lontani dalla natura umana e le buone maniere che smisi addirittura di sognarli; devo comunque ammettere che se avessi effettivamente saputo prima com’era la cosa ci avrei provato molto prima, procedendo poco a poco.

Purtroppo si sa, l’esperienza non è come la conoscenza, non si può né trasmettere né insegnare; cazzo! così poco siamo progrediti!! Non sarebbe forse più intelligente insegnare a ridere, ad amare, a baciare, invece che insegnare a costruire grattacieli, satelliti o macchine?O mio Dio!!;

riso

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fino ad una settimana fa non sarei stato capace di dire queste parole!! Comunque…Cosa stavo dicendo? Ah si!, il parco. Ieri pomeriggio, dopo che mia nipote aveva vinto una stupida pistola ad acqua pescando con una cannuccia un pesciolino di plastica in una bancarella lungo il viale, ci sedemmo insieme a mia figlia e a mio genero nel caffè del parco giochi. Naturalmente, la prima cosa che fece la mocciosa quando ci servirono i caffè e l’acqua fu riempire il caricatore della benedetta pistola; già lo so, adesso inizierà a dare fastidio con la maledetta pistola!, pensai. Si mi leggeva in viso che non sopportavo l’idea della mocciosa  giocando con la pistola ad acqua, e infatti mia figlia non faceva che recriminarmelo; e mentre lei mi rimproverava io cercavo sostegno nello sguardo di mio genero; con lui sì che si poteva parlare; lui era come me: serio, responsabile, corretto e gentile; parlavamo di affari, di macchine, investimenti, comunque … tutte cose che mia figlia non poteva capire; e proprio mentre pensavo tutto ciò accadde l’inevitabile; a forza di correre e saltare intorno al tavolo, la mocciosa cadde a terra e iniziò a piangere; mia figlia si alzò a consolarla e io ne approfittai per prendere la pistola e farla finita con quel giocattolo fastidioso.

Fu allora che accadde qualcosa di veramente strano: non so se fu un riflesso ancestrale del mio passato nell’esercito o una casualità traditrice, il fatto è che impugnai la pistola con la mia mano destra. Mia nipote non smetteva di piangere mentre con il dito indice accarezzavo dolcemente il grilletto della pistola; il contatto con la plastica mi risultava alquanto strano ma l’impugnatura era perfetta; continuavo ad accarezzare il grilletto con l’indice, esercitando una leggera pressione; non offriva molta resistenza e così feci un po’ più di pressione e tolsi il dito. Ripetei, con certo gusto, il gioco, un’altra volta. Alla terza schiacciai il grilletto con forza e la pistola scaricò tutta l’acqua sul viso di mio cognato. Il tempo si arrestò per un istante, mirandoci l’uno all’altro cercando la reazione adeguata; la bambina, che ancora non

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controllava le sue reazioni, smise di piangere immediatamente ed iniziò a ridere; noi continuammo a guardarci, tesi e  senza dire una parola, senza sapere come reagire finche non decisi di sparare di nuovo sul viso di mio genero il quale mi guardava come se avesse davanti a sé un uomo con tre teste; mia nipote rise di nuovo, questa volta più forte e con più gusto; allora mi girai e sparai sul viso di mia figlia; mia nipote moriva dal ridere ed io iniziai ad imitarla; due spari in più furono sufficienti affinché mia figlia iniziasse a ridere di gusto; le sue risa fecero si che  la mia mira non fosse più così precisa, infatti i due spari successivi finirono per bagnare uno la spalla di mio genero e l’altro il tavolo dietro di lui; non riuscivo a smettere di ridere e sparare; notavo che, in seguito alle risate, il mio corpo si contorceva come non mai e questo mi faceva ridere ancora di più; e continuavo a sparare, senza che mi importasse verso dove o verso chi.

Finii col spararmi sul viso, provocando l’ennesima risata a mia figlia e a mia nipote, mentre mio genero attonito si asciugava con il fazzoletto di stoffa. Avevo i muscoli del viso indolenziti; era un dolore distinto questa volta; un dolore dolce, delizioso, che ebbi appena il tempo di provare. Continuai a ridere durante tutta la sera…e adesso sono qui,  completamente nudo su di un tavolo gelido. Il medico legale, che mi scruta, non riesce a spiegarsi come un morto possa avere un sorriso simile disegnato sul volto; in venticinque anni di carriera non aveva visto mai niente di simile. Scuote la testa ancora incredulo e  afferra il bisturi. Meglio che vada adesso, le autopsie mi hanno sempre fatto un po’ impressione.

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