Red carpet e bucatini

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Arriviamo a Roma venerdì sera, dopo un buon viaggio sulla via Eugubina; il tempo di occupare la stanza, mangiare qualcosa e ci dirigiamo subito verso quello che sarà nei prossimi giorni la nostra “casa”: l’Auditorium di Roma dove si svolge il 6° Festival Internazionale del cinema.

Il “moscone” progettato da Renzo Piano

Il “moscone” progettato da Renzo Piano

La struttura – il cosiddetto “moscone” progettato da Renzo Piano – brulica di gente, musica fastidiosa di sottofondo e in mezzo troneggia il red carpet contornato da decorazioni floreali alquanto improbabili (verdure, frutta, fiori, e altro). Visto da vicino, il tappeto rosso, come direi tutte le cose viste in televisione e poi dal vivo, perde molta della sua sacralità. Il primo che si scorge sfilare è Rupert Everett: mi piaceva tanto aveva il suo fascino, ora nascosto dietro una barba incolta non mi dice nulla.

Il bel tenebroso Rupert: ma cosa gli fareste??

Il bel tenebroso Rupert: ma cosa gli fareste??

 

 

Il nostro gruppo è eterogeneo, per età, motivazioni, conoscenze, ma tutti con unico obbiettivo: vedere più film possibili, quindi con tesserino al collo, biglietti in una mano e programma nell’altra, varchiamo la soglia della sala Petrassi, dove comincia la nostra avventura. Il primo film è un tributo agli U2: un excursus sulla loro carriera e quello che è stato ed è ancora il rapporto di amore e rispetto che nasce e cresce in un gruppo musicale, come una famiglia. Alle 23: “The lady” di Luc Besson, un omaggio all’incredibile vicenda di Aung San Suu Kyi, una donna che ha sacrificato la sua vita e il suo ruolo di moglie e di madre per la sua patria: la Birmania.

I commenti dopo le proiezioni sono veloci, asciutti non c’è tempo per soffermarsi e addentrarsi troppo su un film, su una vicenda, eppure ogni storia trova il suo posto per depositarsi nell’anima. Spesso si tratta di film che non verranno distribuiti, oppure prenderanno chissà quale via e non si sa dove e quando si vedranno. Qui si ha veramente la percezione di vedere e di poter vedere ogni tipo di film senza confini. In Italia la produzione e la distribuzione sono canali paralleli, a parte “i grandi” che producono e distribuiscono, e questo è un grosso buco nero; alcuni film non vedranno mai la luce in sale cinematografiche e questo per una semplice discrezione dei potenti distributori.

Altra questione: la censura. Al Festival i film sono tutti vietati ai minori di18 anni a prescindere, e questo perché ancora non sono stati sottoposti a censura. Sì, sappiate che tutti i film devono essere sottoposti al giudizio della Commissione per la revisione cinematografica che ora – è vero – ha solo il potere di vietare la visione ai minori, ma fa ancora il suo effetto e inoltre non sono così lontani episodi di censura vera e propria. Ricordate Ciprì e Maresco? La Commissione tentò di impedire l’uscita del loro film “Totò che visse due volte”. Ed eravamo nel 1998…
Alle due e mezza del primo giorno è ora di riposare.

Sabato sveglia alle 8.00, ci aspetta un gran evento: Totò in 3D. Non mi capacito come sia possibile, eppure il film è stato girato nel 1953 già con un sistema di ripresa tridimensionale, una sorta di preveggenza o di presa in gira del probabile 3D. Poi due anni fa questo lungometraggio è stato accuratamente restaurato e voluto da De Laurentis. Mi sporgo dalla mia poltrona (rigorosamente scomoda) e sotto gli occhiali vedo risate di tutti: mio figlio tredicenne ed il suo amico, mia madre: Totò conquista tutti. Totò alle nove di mattina a Santa Cecilia, la sala più grande dell’Auditorium!

Entrati nel meccanismo il gioco è fatto.

E allora via, si continua con la crudezza di “Tyrannosaurus“, l’attualità de “L’Industriale”, la sorpresa di “Project Nim”, l’efficacia di “Turn me”, l’ironia della Guzzanti, il duetto di Scamarcio e Rubini, l’ingenuità di “Like crazy”, le lezioni di cinema di Michael Mann, l’omaggio a Laura Betti, l’inconsueta parte per Isabelle Hupper, il ricordo di Pasolini.

Tutti i film sono in lingua originale, sottotitolati; il primo impatto si sa è di fastidio, “scomodo”: cosa guardo prima? L’immagine, la traduzione, l’attore? E’ solo una questione di abitudine, una buona abitudine che in Italia non è mai esistita; eppure la recitazione, la voce è gran parte del lavoro di un attore. E tutto funziona: orari rispettati, sale grandi, ospiti presenti. Una Roma pienamente efficiente accompagnata da una classica popolarità romana.

Lunedì è deciso, si esce! La mattina, tutti concordi, andiamo a Roma, con la comodissima e gratuita navetta del Festival. Piazza del Popolo, due Caravaggi, piazza di Spagna, Campo de’ Fiori, trattoria. I bucatini cacio e pepe e i maccheroni all’amatriciana ci fanno dimenticare per un attimo il Festival e prolunghiamo la libera uscita fino a metà pomeriggio. L’aria frizzante romana ci ricarica, ci voleva!

Tornati, la serata ci regala una grande poesia: “Pina”. Un omaggio di Wim Wenders a quella che fu una coreografa geniale, dolce e appassionata: Pina Bausch. Il film è presentato in anteprima al Festival da Wim Wenders stesso. Immagini di poesia.

Una grande poesia: “Pina” di W. Wenders

Una grande poesia: “Pina” di W. Wenders

Nell’altra sala Sabina Guzzanti accompagna per mano la sua amica Franca Valeri, 91enne, un passato glorioso e – anche se fatica a parlare – dalle sue parole trapela una vita, un passione unica. Il film che presentano è: “Franca la prima

Ormai la mattina la sveglia è sempre quella, le proiezioni cominciano alle nove e vedere i film la mattina è veramente bello. La partenza si avvicina, sembra impossibile andar via senza aver visto tutto… infatti dopo aver passato il limite ci si ritrova avidi di film, di immagini. E poi si va; lasciamo l’Auditorium , lasciamo Roma; è stata sicuramente una bella occasione, un bel privilegio trascorrere 4 giorni al Festival; immergersi totalmente dentro un viaggio, senza tante distrazioni, ma esser lì per quello e solo per quello.

Tornati a casa il ritorno ha subito il sopravvento sul vissuto, ma affiorano piano, piano tante immagini, tanti dialoghi, visi, sensazioni; aprendo la valigia si respira ancora quell’atmosfera e quella carica, un’ulteriore conferma che vale sempre la pena di confrontarsi, di conoscere, di ascoltare, e allora…
danziamo, danziamo, danziamo altrimenti siamo perduti. “Pina” W. Wenders

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