Questa sera vi invito al Bol’šoj

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“Uomo e spazio hanno ciascuno le proprie leggi. La legge di chi dovrà imporsi o apparire? Se ci muoviamo all’aperto, in uno spazio illimitato, la danza sarà corrispondentemente sfrenata […] Se……ci muoviamo in un locale siamo necessariamente incantati dallo spazio[…] da esso avvolti e catturati e da tutto questo […] scaturirà una danza spaziale che fonderà spazio e corpo in un’unità inscindibile”
[O. Schlemmer, l’astrazione nella danza e nel costume]

Non ho trovato parole più adatte di quelle di Schlemmer per iniziare a parlare del Bol’šoj e questo, in un primo momento, mi ha profondamente imbarazzato: come potevo parlare di uno dei più grandi teatri del mondo con le parole dell’autore del balletto triadico che al Bol’šoj non ebbe certo fortuna.

Eppure il Bol’šoj ha rappresentato – anche nei periodi in cui Schlemmer lavorò al Bahaus – quanto di più vicino alla sua idea di teatro ci possa essere: il Bol’šoj è stato anche “attore” è stato “macchina scenotecnica”, è stato “regista” e “motore” delle sue rappresentazioni, ma non solo il Bol’šoj è stato in grado di proiettare l’opera al di fuori delle sue mura.

Il Bol'šoj

Il Bol'šoj

Bol’šoj in russo vuol dire Grande, semplicemente grande, questo doveva essere il destino del teatro nato sulle ceneri del Petrovskij (distrutto in un incendio nel 1805), ma la grandezza del Bol’šoj si estende oltre i limiti della sua imponente architettura e perfino oltre al suo ruolo di “Accademia della cultura nazionale” (come veniva definito dal compagno Leonid Breznev).

Il Bol’šoj era nato quasi come un “capriccio” del principe Urusov, appassionato di teatro che voleva un palcoscenico adeguato per la nobiltà russa dell’epoca; ma ben presto divenne qualcosa di più: in quegli anni la Russia iniziava ad uscire dal suo isolamento e a diventare una protagonista della scena mondiale e, come in tutti i “paesi emergenti”, vi si era formata una classe di intellettuali con forti tendenze democratiche e un’agiata e arrembante classe borghese con forte desiderio di riconoscimento sociale alla quale il vecchio sistema feudale iniziava a stare stretto. Per entrambe queste classi vi fu un grande riferimento: il teatro Bol’šoj!

I nuovi spettatori del Bol’šoj alle opere e drammi di fama internazionale preferirono subito le opere di autori russi. In un’epoca di profondi cambiamenti economici le classi emergenti russe volevano che il teatro osservasse il meglio di quanto potesse offrire il palcoscenico internazionale, ma che alla fine proponesse (in modo mai banale o lezioso) opere legate alla storia e alla cultura russa. Il linguaggio delle opere del Bol’šoj usci dalle sue stesse mura arrivando alle persone semplici, ai servi della gleba, ai nobili ancorati ad un mondo che andava scomparendo, fino ad arrivare all’Università di Mosca e agli intellettuali socialisti di tutta Europa.

Il Bol'šoj in una stampa d'epoca

Il Bol'šoj in una stampa d'epoca

A questo fermento si cercò ben presto di mettere un freno: il teatro iniziò ad essere controllato strettamente dall’impero nella seconda metà del XIX secolo: si iniziò a produrre soprattutto opere straniere di fama internazionale sminuendo le opere nazionali. Al Bol’šoj insomma si voleva trasmettere l’idea che le opere russe erano opere minori, che bisognava rivolgersi all’estero e non al proprio interno. Iniziò da parte dell’impero una lotta contro il personale del Bol’šoj al quale fu tolto ogni diritto di parola nella rappresentazione delle opere; ogni attore divenne solo un mero esecutore, spesso precario, spesso con una formazione limitata all’essenziale (ignorando la grande tradizione slava di non dare una distinzione netta fra l’attore di opera e quello di drammi o addirittura fra il ballerino e il cantante o la comparsa e la primadonna). Ad un certo punto si decise – per ridurre le spese – che quasi tutte le opere non dovessero più essere rappresentate dagli attori del Bol’šoj, ma da una compagnia teatrale italiana che portava in scena opere non russe. Gli attori di questo teatro non si arresero, erano forti della loro cultura e della loro tradizione, ma non si adagiarono sugli allori e sul loro glorioso passato per lamentarsi del trattamento a cui venivano sottoposti: presero il meglio di quello che la nuova compagnia poteva offrire, la studiarono e di nuovo fecero grandi rappresentazioni alla russa.

Fu questo il clima che attraversò il teatro Bol’šoj all’inizio del XX secolo: da una società ferma e chiusa che lentamente aveva soffocato il boom economico della Russia dei primi anni del XIX secolo in favore dei propri privilegi, dall’altro un gruppo di artisti formidabili (ho iniziato a scrivere i loro nomi, ma al ventesimo ho preferito non inserirli visto che la lista dei nomi da scrivere era ancora molto lunga e probabilmente non sarei stata esaustiva, NdA) che facevano il loro lavoro in un modo unico; artisti che parlavano al popolo con una forma espressiva altissima, un popolo a cui la Russia di inizio XX secolo andava ormai stretta.

La locandina de "La corazzata Potëmkin" la cui prima (non aperta al pubblico) ebbe luogo al Bol'šoj nel '45

La locandina de "La corazzata Potëmkin" la cui prima (non aperta al pubblico) ebbe luogo al Bol'šoj nel '45

Il Bol’šoj quindi fu uno dei protagonisti della rivoluzione sovietica e non è un caso che qui si tennero un numero di rappresentazioni elevatissime nei primi anni del governo di Lenin. Ma anche nell’URSS i grandi autori e attori del Bol’šoj dovettero confrontarsi con un regime: c’era in quegli anni quasi l’ossessione a voler creare qualcosa di nuovo a voler tagliare col passato che si identificava solo come un male, questo contrastava con la filosofia del Bol’šoj e solo l’intervento di Lenin in persona ne scongiurò la chiusura.

Questo è il Bol’šoj. Io non sono mai stata al suo interno, lo conosco attraverso le opere dei suoi grandi autori e, in questi giorni, l’ho conosciuto un po’ meglio, sfogliando vecchi libri di un circolo (che mi ha chiesto di non essere citato), libri messi in soffitta, libri che parlavano di Russia e che al giorno d’oggi danno fastidio in un circolo politicamente schierato a sinistra.

Il Bol'šoj (interno)

Il Bol'šoj (interno)

Il Bol’šoj ha resistito agli incendi, alle invasioni di Napoleone e Hitler all’impero degli Zar e al più grande regime comunista mai esistito, ha superato le mode facendo egli stesso moda; ma soprattutto il Bol’šoj non ha mai rinnegato il suo passato e il suo capitale di uomini e storia ne ha fatto anzi la forza per costruire il suo futuro. Con il tempo l’edificio Bol’šoj ha iniziato ad essere vecchio e alla fine inagibile, ma ora, dopo il lavoro di grandi architetti, ingegneri strutturisti, scenografi e costumisti di tutto il mondo (anche italiani) durato 6 anni e costato 580 milioni di Euro, il teatro grande di Mosca ha riaperto il 3 novembre, con opere di  due suoi grandi figli: Glinka e Čajkovskij.

Sarà il teatro simbolo della nuova Russia: un teatro con soluzioni sceniche altamente tecnologiche e con interni molto classici e lussuosi (forse anche un pochino kitsch), un’acustica fra le migliori al mondo e ovviamente una grande direzione artistica che riunirà cantanti, ballerini, musicisti, comparse e spettatori appassionati come sempre da tradizione Bol’šoj.

A me questo teatro di un’altra nazione che non ho mai visto ha insegnato molto sulla dignità di un popolo, sulla gioia e l’orgoglio di lavorare qualsiasi lavoro si faccia, sulla necessità di essere sempre pronti a rimettersi in gioco e a creare qualcosa di totalmente nuovo (solo però dopo aver studiato attentamente le proprie origini e “buttato un occhio” alla scena internazionale). Ma soprattutto mi ha insegnato che le grandi opere sono semplici anche quando vogliono dire grandi cose e se questo non è lo spirito di Schlemmer caro il mio Bol’šoj non so proprio cosa potrebbe esserlo!

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. MonCiccí

    Brava questa Cicci. Brillante e documentata.
    Mica come l’altra che apre sempre la Bol’šoj bocca e fa passare l’aria.

    Rispondi
    • rashmani

      Sì, ottima questa Cicci.
      Peccato scriva poco, ok sempre ACL*, ma poco.
      Dateci più Cicci!

      rash*

      *ACL: A un Certo Livello…

      Rispondi

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