Povera Storia

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Chi uccide gli dei? Chi scrive la Storia? Chi smentisce il mito?
Le questioni poste sono complesse, forse paradossali, e suscettibili dell’accusa del complotto, cioè la tendenza smodatamente marcata nel cercare le ragioni della storia in…una troppo cervellotica e complessa verità nascosta. Tuttavia, dopo la primavera araba, queste domande ultime si pongono per il futuro delle popolazioni musulmane post rivoluzionarie, che assai assomigliano alle genti che costruirono il nostro Stato Italiano all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e che fallirono nella tessitura di una Nazione forte, sicura, al cui interno non si muovessero ansie di rivincita, e aspirazioni alla negazione della storia e dell’Italia stessa. In sostanza quelle premesse necessarie per evitare che l’Italia fosse un Paese diviso quale, al contrario, si presenta tuttora.

La Storia si ripete o meglio si ingarbuglia ancora una volta, come è successo agli Italiani e all’Italia dopo il 1945, e a tanti altri popoli e nazioni del globo.
Nel romanzo di Philip Roth, Pastorale Americana, il protagonista, detto lo Svedese, viene presentato come un uomo direttamente generato dalla forgia d’oro degli dei, è bello, intelligente, aitante, uno sportivo, un vincente, che fa impazzire le donne e non può che sposare la splendente Miss New Jersey. La sua vita sembra, proprio perché filtrata dal racconto che se ne fa, ammantata dell’aura mitica del Sogno Americano, fino a che l’irruzione della realtà e della Storia non precipiterà lo Svedese in una amara e drammatica presa di coscienza: la figlia Mary, il cui balbettare da giovane costituiva l’unico neo della vita perfetta dello Svedese, diventa una terrorista, a furor di dinamite, dedita al gesto estremo dell’attentato, durante l’imperversare della controcultura e della contestazione anti-Vietnam a cavallo tra gli anni sessanta e settanta.
In Lost, nel quattordicesimo episodio della sesta serie, intitolato Across The Sea, è narrata la costruzione del mito dell’Isola su cui atterrano i protagonisti fin dalla prima serie e di come si formarono le due anime di essa, la parte buona, impersonata da Jacob, custode dell’Isola e del suo segreto, e la parte cattiva, un Mostro nero che si erge come una colonna di fumo. Si scopre, nel corso della puntata, che le ragioni del supposto Male, il Mostro Nero, non sono del tutto destituite di fondamento, anzi in realtà conservano la stessa dignità dell’altra parte, ma risultando perdenti vengono relegate nell’addiaccio del Male, inconfessabile, da cancellare, da obnubilare. Per questa ragione, nella puntata salta fuori che le due parti, Jacob e suo fratello, il futuro Mostro Nero, a causa della prevaricazione di una parte sull’altra, posero i presupposti per un futuro tempestoso e sempre carico di tensione, fino allo scoppio di una sanguinosissima guerra che vedrà la morte e il sacrifico di molti dei protagonisti.

Perché citare due narrazioni, enormi e straordinarie quanto si vuole, che, a prima vista, non si apparentano affatto con la situazione politica del Maghreb post rivoluzionario? Perché sono due racconti esemplificativi di quello che accade alla Storia, quella vera, quella che studiamo e che viviamo, cioè di come il passato ci lavora e alla fine ci presenta il conto. La nascita di una nazione, di una storia, ha bisogno di miti originari che però diventano cartapesta se fin dal principio i protagonisti non costringono loro stessi a fare i conti con la totalità dello scenario ab origine. Per costruire un presente trasparente serve inabissarsi nell’incubo, non rimuoverlo ma vederlo dall’interno, senza paura di scoprirne le motivazioni, rischiando persino di denudare le nostre fedi, che crediamo incrollabili e che invece talvolta presentano delle falle, mettendo in conto che magari quel ritenuto incubo non sia così rivoltante.
Successe nella ex Jugoslavia, dove una frettolosa e prepotente sciabola dittatoriale deturpò le ragioni dei popoli, così diversi, che vi abitavano, scatenando una guerra da macelleria etnica proprio alla morte del dittatore Tito che tutto teneva e tutto reprimeva e tutto nascondeva dietro la pompa del regime. I popoli slavi, scoperchiato il vaso di Pandora, si scatenarono tra di loro (a onor del vero la palma del più violento spetta all’esercito serbo), ognuno pronto a sancire una volta per tutte le proprie ragioni per troppo tempo sedate da un sistema, che come tutte le dittature, non amava la dialettica tesa alla scoperta della verità. Meglio infangare, buttare tutto nella mansarda, che guardare in faccia chi siamo e chi siamo stati.

Nel Maghreb si sta costruendo, oggi, in questo esatto frangente, il fondamento per gli anni futuri e sta alla classe dirigente e al popolo scegliere se optare per un passato mitico, manicheo, ma di sicura seduzione, fatto di gesti gloriosi, eroi popolari, di Bene contro Male, oppure scegliere un’analisi seria, meno affascinante senza dubbio, scrupolosa, su quali siano state le cause della rivoluzione, chi l’abbia voluta veramente, se sia stata frutto di un impeto tutto interno o se invece si fossero già creati gli antefatti voluti dal potentato occidentale, tali da consentire l’annientamento dell’ordine costituito.
Analisi ancora più incombente e necessaria in Libia dove l’ormai appurata guerra civile, aspra, atroce, terragna, non può che essere oggetto di riflessione e di studio. La prima domanda, che sempre si ripercuote ogni qualvolta che un dittatore cade, è la stessa che affligge ogni guerra civile: se il dittatore, in questo caso Gheddafi, era così funesto, per quale motivo una grande quantità di libici si è schierata nel suo campo, ha preferito la lealtà più disinteressata e coraggiosa, proprio perché pronta al sacrificio vitale? All’inizio la stampa ufficiale ha creduto al fenomeno dei mercenari, a uomini venuti da tutta l’Africa pronti a combattere per Gheddafi in cambio di moneta sonante. I mercenari hanno combattuto, certamente, però una parte considerevole del popolo libico ha scelto, attraverso il libero arbitrio, di schierarsi apertamente per il leader del Libro Verde.

In Italia si è impiegato almeno un cinquantennio prima che si parlasse con chiarezza di che cosa fu la nostra Liberazione dal nazifascismo. Uno storico, Claudio Pavone, già archivista di Stato, nonché partigiano, perciò apparentemente incline alla ricostruzione parziale, ebbe il coraggio, supportato dall’inattaccabilità impetuosa della verità e dei documenti, di chiamare per nome quella che per molti anni fu solo una rivendicazione ideologica dei postfascisti. Guerra civile, in Italia la Liberazione fu essenzialmente una guerra civile, italiani contro italiani, come in Spagna negli anni Trenta. Nel 1991 il Pavone diede alle stampe “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza”, definita da Ernesto Galli Della Loggia “una corposa analisi delle origini, delle motivazioni prossime e remote e dei rispettivi intenti alla base dello scontro tra la Resistenza e i fascisti della Repubblica Sociale Italiana. L’opera è celebre per aver accolto nel mondo accademico la denominazione di guerra civile per gli anni 1943-1945, fino ad allora limitata quasi esclusivamente alla saggistica di matrice neofascista”. A prescindere dal pensiero del Galli Della Loggia, di cui personalmente non apprezzo l’eccessiva foga revisionista, Pavone portò in superficie quel nervoso fiume carsico di risentimenti che scorreva in una non minoritaria porzione della società italiana, defraudata dell’onore della lotta. L’Accademia accettò l’idea molto tempo dopo rispetto alla coscienza popolare, al cinema e alla letteratura. Di certo, la grande occasione di una serena quanto pertinente riappropriazione della verità fu sfruttata malamente dalla politica italiana.
Luciano Violante pronunciò, nella primavera del 1996, per inaugurare il suo insediamento a Presidente della Camera dei Deputati, quel discorso da molti ritenuto indispensabile riguardo alle ragioni che spinsero molti ragazzi a recarsi a Salò per combattere in nome del Fascismo e della Patria.Parole, quelle di Violante, che servirono più che altro a scatenare le rivendicazioni sbracate e superficiali degli ex missini e di molti

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insospettabili ex democristiani, nonché, ovviamente, della gran parte dei berlusconiani. Si sa però che la politica italiana è incapace di una discussione analitica dei fatti ma si muove solamente per partigianerie da stadio senza approfondire, senza comparare, ma animata sola dal desiderio di prevaricare il nemico. Infatti, dopo lo sdoganamento delle ragioni dei ragazzi di Salò, nella Seconda Repubblica il tentativo di riproposizione dei miti fascisti è stato tentato e per certi versi portato a compimento, per esempio con le ridicole bandiere ideologiche sventolate in nome delle Foibe, tragedia che avrebbe meritato una dignità maggiore di quella concessale dalla misera saliva sputata in favore di telecamera dai rutilanti Gasparrini della disastrata cultura politica della destra italiana. Eppure tutto questo rimanda violentemente a qualcosa che ha a che fare con la pacificazione di una Storia, con la nostra Storia di Italiani che vede ancora a distanza di quasi un secolo revanscismo d’accatto, operazioni culturali tese a dimostrare e ad insinuare colpevoli omissioni della nostra Storia. Perché se è vero che la storia della guerra civile italiana va approfondita e serenamente insegnata nelle scuole è altrettanto vero che in nome di questo riequilibrio non si può delegittimare la Resistenza e ridurla alla storiografia del giornalista Pansa, tronfia e vendicativa, che invece di dibattere cautamente, propone quasi l’annullamento dei valori di essa, e suggerisce una descrizione, subito brandita da molti, che vede i partigiani come un’accozzaglia di comunisti desiderosi di portare la rivoluzione bolscevica in Italia e di sterminare metà della popolazione italica, analisi che irrispettosamente contravviene all’onore di quei partigiani che sono morti per la libertà, derogando inoltre alla grande letteratura di Fenoglio, Calvino, Revelli etc. che di quella storia hanno scritto l’epopea ma anche la cronaca più sporca e veritiera.

Ora tocca ai musulmani, che avrebbero in teoria una straordinaria opportunità, soprattutto in Libia, di non cavalcare l’oppressione nei confronti della parte perdente e di cominciare sin da subito nel comprendere le ragioni dell’altro. La morte di Gheddafi porterà alcuni sconquassamenti nella società libica, il petrolio probabilmente non avrà più la bandiera della Mezzaluna ma si tesserà di qualche stendardo britannico e sopratutto della Grandeur francese, il protettorato dell’Occidente sarà forse più tassativo, ma la decisione spetta al popolo libico.
Creare, ribelli e lealisti, una Libia forte e con Istituzioni granitiche oppure far trionfare la prepotenza del vincitore, alimentando i fiumiciattoli dell’invidia e della rivalsa che potrebbero ben presto, un giorno non troppo lontano, trasformarsi in bomba d’acqua civile.

In Italia ancora si scontano i mancati sforzi per una riflessione comune sulla Liberazione, la Resistenza, lo sbarco degli alleati in Sicilia avvenuto anche grazie a Cosa Nostra e tante altre cose che certo non ci hanno favorito nel sedare alla nascita le spinte omicide della Strategia della Tensione, dei gruppi terroristici neri e rossi e della complicità Stato – Mafia. Se non si costruisce una storia retta dalla trasparente consapevolezza della pacificazione e dell’onestà storica ed intellettuale il passato ritorna, lavora ai fianchi ed esplode in qualche maniera, venato di estremismi e idiozie.
Ecco perché il pericolo del panarabismo, di una Lega Araba diversa da quella attuale ma più aggressiva nei confronti dello straniero occidentale, può crescere, e non perché questi paesi rivoluzionati, ora, siano più liberi di scegliere – non lo sono affatto dopo la Rivoluzione probabilmente – ma perché può divenire una reazione possibile ad un passato negato in cui non si dice con chiarezza che sia in Libia che in Egitto che in Tunisia la rivoluzione non è stata unilaterale, il popolo contro il tiranno, ma animata anche da forze straniere, interessate non già alla libertà ma alle risorse energetiche. Soldi. Non esiste rivoluzione che non abbia radici nel lasciapassare delle potenze.
Ad ogni modo l’avamposto della rivendicazione, i germogli della violenza fine a se stessa potrebbero violentemente sbocciare in futuro se gli occhi di quei popoli non osserveranno attentamente chi li ha mossi e chi è intenzionato a muoverli. In Tunisia, la vittoria di Ennahda del presidente Rachid Gannouchi e del segretario Hamadi Jebali ha significato la vittoria di un partito che nasce certamente da cause fondamentaliste ma che senza dubbio, ora, è una forza moderata.

Come in Italia, dopo la Liberazione, la Tunisia ha eletto un’Assemblea Costituente che dovrà formare, redigere ed approvare la nuova Costituzione. Si levano gli scudi contro il pericolo islamico, poiché Gannouchi, che fondò il Movimento di Tendenza Islamica (l’antesignano di Ennahda, dichiarato fuori legge da Ben Alì nel 1989) e fu esiliato a Londra, sconta un passato di simpatie nasseriane – Nasser il Presidente della Repubblica Egiziana fino al 1970, fautore e grande leader delle politiche fondamentaliste islamiche. Propaganda, solo propaganda per non parlare del resto. Ennahada non è il partito dell’Islam contro l’Occidente. Come sarebbe stato possibile che un pericoloso al qaedista panislamico, Gannouchi, si trovasse in esilio a Londra? E soprattutto come è possibile che il segretario di questo Partito, Hamadi Jebali, convenisse all’incontro annuale di Rimini tenuto da Comunione e Liberazione, appuntamento che ormai è divenuto un condiviso caposaldo istituzionale per tre quarti della nostra classe dirigente politica ed economica, incluso il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano?

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Diceva Bernardo di Chartres che “noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti”. In virtù del saggio Bernardo questi uomini non possono essere pericolosi jihadisti, riferimenti estremistici del salafismo, piuttosto è più probabile che siano i prosecutori del controllo che Ben Ali attuava, anche per conto di tutte le maggiori forze occidentali, che ora si schierano, senza paura di risultare ipocrite, a favore della rivoluzione del popolo tunisino. Da subito, dopo le elezioni, le polemiche non sono mancate, i militanti e gli elettori del partito ‘Petition populaire”, forte dei suoi 19 seggi, si è visto eliminare le liste in sei circoscrizioni a causa dell’appartenenza di alcuni candidati al regime di Ben Alì. La protesta ha visto a Sidi Bouzid, la città dalla quale la rivoluzione tunisina è cominciata, un’irruzione nella sede di Ennahda, rea di impedire il libero voto. Non si fa fatica ad affermare che Rachid Gannouchi e Hamadi Jebali sono la Democrazia Islamica, lo scudo crociato tramutato nella spada islamica.
Le elezioni tunisine possono essere accomunate, con tutte le proporzioni del caso e del tempo, alle elezioni che si tennero nel ’48 in Italia e che videro l’affermarsi della Democrazia Cristiana, forza politica certamente più consona al controllo americano e ai desideri del Vaticano, del quale era megafono e, per certi versi, organo dipendente. Altro che pericolo panarabico! L’Occidente ha sostituito Ben Alì con una forza che garantirà la fedeltà, almeno nei primi anni ovviamente. Nessuna attitudine al panarabismo, al fondamentalismo cieco, ma piana “normalizzazione”.

Chi crede, dunque, alla liberazione dal tiranno? Chi crede che tagliati fuori Ben Alì, Mubarak in Egitto, Gheddafi e la Jamahiriyya (la falsa Repubblica delle masse), questi popoli, reclusi dalla storia recente, avranno giustizia sociale e diritti civili? A parte l’Egitto, dove la rivoluzione di piazza Tahrir ha visto poi prendere il sopravvento del consiglio supremo delle forze armate, e ciò la rende simile ad un golpe di stampo sudamericano o greco, le altre due “rivoluzioni” (le virgolette sono un obbligo e un dovere nei riguardi di un accurato processo storiografico futuro che dovrà cercare di stabilire la verità) presentano negli sviluppi molti punti di contatto con la nostra Italia: l’Italia dei miti falsi. Quelli del Risorgimento, della Resistenza, delle due Italie, quella partigiana e anglo americana e quella di Salò, l’Italia delle prime elezioni del ’46, o la successiva tornata elettorale del ’48, con la vittoria della Democrazia Cristiana, preceduta dai Comitati civici di Gedda e dai timori della Chiesa, l’Italia cattolicissima del tempo, rappresentato genialmente dallo slogan di Guareschi: “nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”.
In Nord Africa come allora, la prepotenza del controllo degli alleati liberatori si fa protagonista.  Se le nuove popolazioni, i rivoluzionari giovani che hanno di certo combattuto per la libertà in Egitto, Tunisia, Libia non vorranno, come è successo in Italia, una storia bucata dalle omissioni e dalla gloria posticcia di una Liberazione senza macchie, di una Salò arcigna presieduta dagli Italiani abietti, dovranno venire a patti con la verità, senza infingimenti, senza sotterfugi, ma con la lucida voglia della scoperta, per combattere l’oleografia, la didascalia pedagogica di cui la Verità Ufficiale sembra aver così prepotentemente bisogno.

Poiché l’onore della patria diventa alibi se non si tiene presente la connaturata tendenza all’orpello, alla tromba dell’ufficialità, dei lustrini magici che fanno rassomigliare la nascita di una nazione ad un bel film hollywoodiano alla David O.Selznick. L’ottimo esempio di come si interagisce con il proprio passato viene dal Paese che più di tutti ha poi, invece, cercato di indirizzare la Storia degli altri Paesi. Gli Stati Uniti d’America. Dopo Gettysburg, il più cruento scontro della guerra civile americana che vide la vittoria dei Nordisti contro i Sudisti, gli americani, inclini di certo alla ridondanza, al protocollo eroico, hanno proceduto ad una operazione di unificazione, non dettata dalla boria del vincitore sullo sconfitto, ma

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costruita sulle basi di una condivisone nazionale di valori, alcuni dei quali mutuati direttamente dalle tradizioni sudiste. In America, sebbene alcuni esponenti del Tea Party non siano scevri da questi insani impulsi, sarebbe impensabile che, a distanza di due secoli, spuntasse un Bossi qualunque a mettere in discussione l’unità nazionale e il fatto stesso di essere tutti americani. Altrimenti come scriveva Ernesto Sabato di un suo personaggio che insegue la Storia: “la sua memoria era come un vecchio semicieco che a tentoni cerca vecchi sentieri coperti di erbacce”. E non riesce a vederci chiaro.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. jumpi

    Bisogna fare marketing anche per fare le rivoluzioni.
    Una volta dovevi procurarti le armi, adesso i giornalisti e le pagine Facebook

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    • ZioPino

      Certo,
      d’accordo che le rivoluzioni si combattano oggi anche e forse in gran parte su Internet.
      Ma, come satiricamente diceva proprio ieri Luciana Letizzetto da Fazio “…occhio che prima o poi alla gente prudono le mani…”.
      Facile satira e risvolti dogmatici a parte, credo che parecchia gente cominci a sentire formicolii e pruriti.

      ZP

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