Occupy Wall Street

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Uno sguardo da vicino al movimento Occupy Wall Street. A chi ha letto l’articolo sulla passione che gli Americani nutrono per gli acronimi, non saranno forse sfuggiti l’ingrossamento dell’elenco e la sigla OWS che, dal 17 Settembre, è sulla bocca di tutti. Questa volta non c’è nessun esame da superare (se non quello di  resistenza al cambiamento climatico manifestatosi con una tempesta di neve ad ottobre), bensì una causa da sostenere: Occupy Wall Street.

Cerchiamo di vedere un po’ più da vicino questa protesta, nella sostanza e nella forma. Partiamo dalla sostanza. Quali sono le ragioni? E quali i mezzi di sostentamento? E i progressi? La struttura? Sorvolando sulle fonti indirette  e quindi sulle impressioni e opinioni che si trovano qui e , facciamo capo alla fonte diretta che – almeno in teoria – dovrebbe aiutarci a formulare un’opinione il più informata possibile.

E quindi clicchiamo sul sito ufficiale del movimento. Iniziamo dall’ultima scheda della homepage, con la sezione “About”, che si apre con la dichiarazione di intenti dell’Assemblea. Ha carattere corale e un giuramento di massa sancisce l’inizio della sua attività legiferativa.  OWS nasce dalla volontà di essere uno strumento di democrazia diretta e dare voce a tutti i suoi partecipanti, che per un buon 70%, stimati per difetto, sono “fricchettoni” di nuova e vecchia generazione.

Per quanto riguarda gli obiettivi di OWS provo a indagare un po’ più a fondo perché non sono chiarissimi. Ce l’hanno con il potere economico, con la speculazione finanziaria, con le multinazionali. Nelle FAQ (Frequently Asked Questions, “Le domande più frequenti”, NdR) dicono che vogliono avere il diritto a una casa, a una famiglia e ad una comunità. Come? Protestando e inventando slogan. Nell’inventare slogan gli americani vanno fortissimo e sono davvero simpatici. Non mi risulta ci siano state azioni concrete al momento.

In virtù del principio di trasparenza, il sito elenca anche la storia delle proposte del movimento, passate e future. Un buon 75% di quelle approvate rientra nella voce di bilancio; per esempio, sono stati stanziati $1,000 per gli sticker del movimento, $3,000 per la parata di Halloween, 1476 per herbalist suppliers e un tavolo (eh si sa contro gli acciacchi dell’inverno niente di meglio che sedersi e scaldarsi con un té al miele d’acacia!). Il movimento vive di donazioni e autofinanziamento infatti nel sito c’è la sezione Donate, e sappiamo che gli Americani sono bravissimi anche nelle tecniche di fundraising e induzione alla beneficienza.

Vale la pena spendere due parole sul linguaggio della protesta. Onde evitare interruzioni con fischi e applausi, un video ti spiega come far valere il tuo parere attraverso opportuni “hand signals”. Se sposi la causa dell’oratore di turno fai una specie di ciao-ciao con le mani verso l’alto. Se sei solo parzialmente d’accordo fai sempre ciao-ciao ma questa volta con il palmo delle mani rivolto verso le creature striscianti. Se non sei d’accordo fai ciao-ciao in direzione della tua pancia. Quando credi che il capo comizio stia straparlano unisci i due pollici e i due indici e rivolgi questo segno ripetutamente verso l’alto (immaginate cosa succederebbe da noi in Parlamento, Silvio ne sarebbe probabilmente lusingato). Poi c’è l’alfabeto muto: L se non senti, C se non hai capito e I se vuoi ulteriori informazioni. E ancora altri che non starò qui a raccontare. Come quando al supermercato devi scegliere tra 180 tipi di cereali per la colazione, così anche qui puoi scegliere il “feedback” più appropriato facendo svolazzare le mani in aria.  Insomma, qui tutti hanno una voce (o perlomeno mani e piedi) e partecipano liberamente alle decisioni dell’Assemblea.

Passando alle opinioni, una che ho trovato interessante è quella di Gad Lerner (vedi qui: Se la protesta di Wall Street vi fa ridere). Occupy Wall Street è fondamentalmente nata dall’onda dei movimenti in Medio Oriente e  dal passaparola della rete, ma come fa notare Lerner, ancora più rivoluzionaria è stata la protesta di Piazza Tahrir, a Tel Aviv. Questo sì che ha davvero segnato un cambiamento epocale: i giovani israeliani che sposano, se non la causa, le modalità dei protesta dei loro vicini di casa con cui diciamo non sono soliti condividere pita e falafel un giorno sì e l’altro pure.

E adesso veniamo alla forma,  a come appare la protesta vista da vicino. Prima di esplorare Zuccotti Park aggirandomi tra banchetti e tende colorate ammetto che la presenza del movimento mi suscitava nell’ordine:
1.    Nostalgia del no-global che fu;
2.    Scherno
3.    Pena
Mi sono ricreduta. Ovviamente non perché credo che l’America scoprirà un animo socialista, ma perché sono stata travolta dalla vitalità dell’atmosfera. E’ tutto un formicolare di attività (per lo più espressioni artistiche), di grida di slogan, di preparazione di materiale, di discussioni. Un’overdose di energia positiva che – provare per credere – ti travolge. Una fiera dell’allegria e della speranza che dura mesi,  sveglia di notte e di giorno. Credo – forse a torto, non so – che il movimento è nato e morirà nel perimetro del parco (o forse dalla City si muoverà a Lakewood nel New Jersey o in una delle tante altre Tent Cities degli States). Però questi sognatori adolescenti travestiti da ribelli (cito Masini) sono indice di un bisogno di e una capacità di illusione che sfida ogni senso logico, e che vive dentro chi continua a sperare. E questo vale senza distinzioni di sorta: drug addicted o drug-free che si sia.

L’illusione è allo stato puro perché tutto è apparentemente condiviso e condivisibile. Perché non si capisce bene cosa ci sia dentro, è un bacino che raccoglie parole e idee che nascono dal cuore, non certo dalla ragione. Un po’ un “volemosebbene” che raccontato lo snobbi, ma visto da vicino ti fa sorridere. E immagino sia un sorriso bonario quello di uno dei tanti businessmen che, durante una breve pausa pranzo, sandwich imbottito e coca-cola in mano, guarda giù attraverso la vetrata del suo 30esimo piano queste figurine ammassate, caotiche, colorate, che hanno tempo.

Un piccolo spettacolo che distrae per un attimo e riconferma il potere della tanto amata libertà di espressione, tutta made in USA. Ed è proprio qui il punto. Per incoerente che sia, OCW esiste, si esprime e si organizza proprio in virtù dello stesso principio su cui si è potuto costruire il sistema contro cui ci si scaglia tanto: l’esercizio del diritto di una sacrosanta libertà.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Francesca

    Ciao giorgio, grazie, sono contenta ti sia piaciuto l’articolo!

    Capisco benissimo tutto quello che scrivi e pensi sugli States, mi rendo conto che il problema del consumismo sfrenato ai nostri occhi è sinonimo di una vita artificiale.

    Però, sai, ammetto anche che dopo oltre un anno passato qui, inizio a capire certi meccanismi che prima non accettavo, almeno culturalmente. Sicuramente vivere a New York è infinitamente stimolante e quindi la mia visione è influenzata dall’unicità di questa città, però mi sono ritrovata a smantellare, uno per uno, tanti stereotipi su cui – purtroppo – si fonda, da un lato e dall’altro, la nostra conoscenza.

    Per esempio in relazione alla motivazione di vita, qui consumano, d’accordo, ma da Italiana mi sono chiesta anche quali siano le mie, di motivazioni, personali e non. Qui più di una volta mi è stato chiesto (tra l’ingenuo, l’ovvio e il sapore di chi sa di essere economicamente più forte di te) se una volta finito il dottorato sarei tornata a casa ad aiutare il mio Paese. Per gli Americani consumare non è nient’altro che un modo per aiutare il loro Paese e la sua economia a crescere(chiaro, con noi l’invito vai-in-pizzeria se-ti-mandano-in-cassa-integrazione è una comunicazione che non funziona e non può strutturalmente funzionare, anche se Silvio l’ha tentata). Comunque, nello specifico, mi sono chiesta: da Italiana, cosa ho fatto per il mio paese? Assolutamente nulla, se non scappare e sputargli anche un po’ addosso.

    Purtroppo inizio a pensare, vedere e toccare con mano che troppo Stato fa e ha fatto molto male, tanto quanto la sua riduzione ai minimi termini. Insomma, che dire, sono due mondi diversi, uno con millenni di storia, l’altro con qualche centinaia di anni.
    Per ora si può testimoniare e osservare quel che accade (e comunque continuare a guardare South Park)!

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  2. giorgio marincola

    Ottima narrazione, spunti veramente acuti. Un articolo bellissimo.

    Banalizzando, a me OWS pare una, come si diceva tanto tempo fa, americanata fatta da studentelli e fricchettoni che vivono a New York con tanto tempo a disposizione, ovvero i meno “americani” di tutti. Magari nel parco hai incrociato i futuri Bill and Hillary, ma fra un anno dubito che OWS vorrà ancora dire qualcosa e i fricchettoni sorseggeranno infusi all’acacia altrove. E dubito che i futuri Bill and Hillary possano cambiare gli USA.

    Spero tu mi corregga, ma penso che veramente poco di buono e innovativo sul piano sociale possa venire dagli USA e dal loro popolo. Sono troppo impegnati a lavorare e pagare il mutuo, per dirla in breve. Work, buy, consume and die.

    Susan George (soprattutto), Naomi Klein (vabbeh canadese) e Noam Chomsky hanno scosso già 2-3-4 generazioni, ma non è successo niente.
    La società statunitense è irremidiabilmente corrotta dal consumismo e dall’individualismo spinto. Un Michael Moore qualsiasi è diventato un intellettuale di riferimento “progressista”, ed è tutto dire.
    Forse devono solo diventare poveri e ricominciare da zero. Very Unlikely.

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