Me Mah Jong (Mè magiò)

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Dall’antica Cina alla tradizione romagnola il Mah Jong è un gioco straordinario per i sensi e per lo spirito. Conoscete il vero gioco del Mah Jong.

La frase “magiò” risuona nel ravennate da oramai molti decenni, è l’esclamazione che si pronuncia alla conclusione della mano di un gioco da tavolo d’origine cinese il cui nome corretto è Mah Jong o Mahjongg (in cinese: uccello di canapa o qualcosa di simile, non si sa bene).

In realtà il mah jong è diffuso in tutto il mondo, in occidente ed in oriente, dall’inizio del secolo scorso: in Cina fu proibito per alcuni decenni durante il regime di Mao, tacciato di gioco d’azzardo e giudicato altamente pericoloso per le menti dei compagni cinesi.

Il Mah Jong si gioca in 4 persone con 144 pedine, o più propriamente tessere, che vanno combinate fra loro a formare scale, coppie, tris, poker fino ad avere una serie di combinazioni che tramite peschi, scarti e chiamate, portino alla chiusura.

Prendete la scala 40 (combinare le carte in scale, tris, eccetera, potendo sfruttare anche gli scarti altrui), mischiatela con la manualità del domino, o ancora meglio dello Scarabeo (pedine che si prendono e si scartano e si dispongono sul tavolo), aggiungete l’azzardo preso dal poker (non sapere quali tessere pescherai al giro successivo, capire cosa hanno gli altri in mano cercando di fare il massimo punteggio e…giocarsi qualche soldino), spruzzate con una dose di esotico fascino orientale ed ottenete il Mah Jong.

Il gioco è di sicure origini cinesi, datate molto indietro nei secoli, leggenda vuole che fu Confucio stesso ad inventarlo, si è diffuso nel mondo portato dai commercianti e marinai cinesi che nelle banchine dei porti ingannavano il tempo con queste colorate tessere dai nomi romantici (draghi rossi e verdi, fiori e stagioni, combinazioni di venti…) mentre scaricavano magliette contraffatte, giochi di plastica marcati CE, scatole di petardi e borse in pelle (le origini manifatturiere e commerciali dei cinesi sono più antiche del Mah Jong).

Nella mia sonnolenta città, Ravenna, pare che nel secolo scorso (due secoli fa! NdA) ci fosse una piccola comunità di artigiani orientali il cui gioco a tessere incuriosì a tal modo le teste grosse romagnole fino a far nascere, nei primi del 900, alcune botteghe artigianali che cominciarono a riprodurre fedelmente le 144 tessere finemente disegnate e ad appropriarsi delle regole e dei trucchi del gioco.

La biografia del Mah Jong racconta che il gioco ebbe una forte diffusione nazionale durante il, personalmente mai rimpianto, ventennio (forse che anche il mascelluto di Predappio, essendo purosangue romagnolo, fosse un appassionato giuocatore?), ritornando nel dopoguerra a più ristretti circoli di giocatori: in Romagna e, indovinate un po’, nelle zone di bonifica laziale, dove molti romagnoli si erano insediati durante le malsane bonifiche dell’Agro Pontino e aree limitrofe.

In buona sostanza ed a grandi linee: ai 4 partecipanti si distribuiscono 13 pedine iniziali, pescando e scartando a turno le tessere rimaste sul tavolo, si devono combinare le pedine secondo alcuni schemi fissi sfruttando anche la possibilità di potere prendere (“chiamare”) le tessere scartate da altri se queste si combinano in tris o poker. Il gioco scorre silenzioso per alcuni minuti interrotto solo dal rumore delle tessere, dall’enunciazione chiara e limpida dello scarto effettuato e dall’annuncio del MAGIO’ da parte del primo che combina tutte le tessere correttamente; a questo segue una rigorosa imprecazione degli altri 3 giocatori, che spesso, nei momenti di maggior pathos, trascende nella bestemmia (siamo pur sempre nell’anticlericale Romagna).

A questo punto, se i giocatori hanno passato i 10 anni d’età, si procede al calcolo dei punti: il vincitore riceve soldi dagli altri 3 in funzione del tipo di chiusura effettuata (inutile addentrarsi in tecnicismi sul calcolo dei punti), mentri gli altri saldano il proprio conto fra di loro a seconda di quante combinazioni utili erano riusciti ad effettuare fino a quel momento (ad esempio tris o poker).

Questo rende il Mah Jong diverso da molti altri giochi, diciamo d’azzardo: anche chi non vince può, a conti fatti, avere guadagnato di più del vincitore; ed è per questo che la tecnica di gioco non è limitata alla sola fortuna nel pescare le tessere giuste ma anche nel capire attraverso gli scarti degli avversari come indirizzare il proprio gioco ostacolando quello altrui.

Ora le tessere si mischiano ed il gioco ricomincia. Può andare avanti per ore, fino a notte fonda, ad oltranza, fino a che si decide che è il momento di fare i conti. La posta iniziale è di 2000 punti, romanticamente rappresentati da pezzetti di plastica di diversa forma e colore per ogni taglio (uno da 1000, uno da 500, quattro da 100 e dieci “puglini” da 10 punti); si contano i punti finali e si saldano i conti. Per essere chiari: è cosa abbastanza comune perdere completamente la propria posta o raddoppiarla, se provate ad associare ad ognuno dei 2000 punti un corrispondente valore economico (1 punto= 1 centesimo, oppure 10, oppure 50, oppure 1 euro e così via), potete comprendere l’azzardo del gioco.

A Ravenna sono passate di mano vere e proprie fortune ai tavoli di Mah Jong, sia nelle case private, sia nei bar che nei circoli i cui nomi oramai sono solo storia (il vecchio Bar Belli, l’American Bar o la Casa del Popolo): è obbligatorio e politicamente corretto ricordare che naturalmente il bello è trovare un equilibrio (ying e yang del nostro Confucio) dando pepe ad un gioco affascinante con un po’ di azzardo.

Una menzione a parte va fatta sul mescolamento delle pedine: le pedine originali dei cinesi erano in bambù e dipinte a mano; essendo il bambù “piuttosto raro” nelle nostre zone, le pedine si fecero prima con altri legni, i ricchi snob in avorio (è vero, non è uno scherzo) per poi arrivare ad uno standard “ravennate” (occorre citare la ditta Valvassori in questo caso), di pedine fatte in materiale plastico molto duro, colore bianco avorio (per copiare i ricconi), su cui sono incisi e poi colorati a mano i simboli delle pedine. Tra una mano e l’altra, come si fa alla fine di una partita a carte, le pedine con questa singolare forma a parallelepipedo smussato, vanno mischiate posate sul tavolo tutte 144 rigorosamente girate sul dorso per non essere identificabili, e quando vengono mischiate dalle mani dei quattro giocatori riproducono un rumore unico ed inconfondibile, un ticchettio ripetuto confusamente, che è veramente caratteristico delle strade, dei bar e dei luoghi di ritrovo delle nostre zone.

Ogni romagnolo, che vuole considerasi tale, riconosce questo suono, ed al suo udirlo si sente immerso nella felliniana nebbia dei nostri inverni, sogna della propria fanciullezza e va a farsi un piatto di cappelletti.

E per finire una nota triste e malinconica: purtroppo anche da noi, gli appassionati giocatori di Mah jong si stanno assotigliando sempre di più, soppiantato negli appuntamenti periodici tra compagni di gioco dal burraco, gioco a carte che non conosco, a detta dei praticanti estremamente coinvolgente. A me, proprio per questo, e parlo per partito preso “a prescindere”, mi sta sulle balle. Mia madre, tradizionalissima giocatrice di Mah Jong, non se ne fa una ragione, le sue amiche sono passate al burraco e lo sciabordio delle tessere del mah jong del giovedì sera è stato soppiantato dal triste fruscio di carte da ramino: maledetta globalizzazione.

Per info: molti degli spunti biografici sulla storia del Mah Jong li ho trovati su internet, dove c’è  tutto e di più sul Mah Jong, ma non confondetelo con il solitario al computer del Mah Jong, che non c’entra assolutamente niente!

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15 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Daniele

    si gioca o si giocava anche a forlì al carlo marx, nella frazione di san colombano sono 30 anni che si gioca

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    • kiki

      Sai come si dice, sono i guasti della globalizzazione (ho scoperto che si giocava anche a FE, ma lì ne facevano di tutti i colori, tipo chiamare le scale ecc…)

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  2. Ugoth

    Come mai il Mah Jong si gioca solo in Cina e a Ravenna? Già a Rimini credono che sia un solitario del computer.

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    • marinda

      se è per quello non ne sanno nulla nemmeno a forlì o cesena. Roba da Ravennati e circolo dei Forestieri

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  3. Checco

    una volta un tipo che conosco, che poi è diventato professore, bestemmiò in faccia a mio babbo, appena entrato nella stanza dove si stava giuocando. Da cui il detto “il magiò non è sport da chierichetti”

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    • kiki

      Prova te a pescare una pedina, fare in tempo ad accorgerti che era il tuo fiore (non opere di bene, proprio un fiore) e sentire il “me” appena ritardato di un altro giucoatore…
      Siccome il mah jong è un gioco da hooligan giocato da gentlemen, non ci si impunta a dire “no, ormai troppo tardi” (a meno che uno non sia miguelon antenucci, obviuosuly). Ma siccome è anche un gioco da gentlemen giocato da hooligan, poi la bestemmia viene naturale…
      Il mah jong è una metafora della vita (ma, al contrario dei protagonisti di Lust di cui parla l’Anselmo, a me non è mai capitato di iniziare con un mah jong e finire con del kamasutra)

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  4. anselmo

    Eh il mah jong, non c’è un film cinese in cui non sia citato.
    Ci giocano le mogli in Lanterne rosse, ci giocano gli invitati che si imbucano nella stanza d’albergo degli sposi ne Il banchetto di nozze, ci giocano i vicini di casa nel meraviglioso, claustrofobico “In the mood for love”, ci giocano di nuovo le mogli in “Lust. Caution!” prima che i due protagonisti inizino a chiavarsi in tutte le posizioni…
    (nel primo e nell’ultimo impariamo peraltro che il mah jong è un gioco da donne… come il Burraco della mamma dell’autore dell’articolo, insomma)

    Evviva il Mah jong, evviva Ang Lee, evviva Mao Ze Dong!

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  5. kiki

    Ah, il magiò… conosco gente che nella stessa sera ha pagato due volte un massimo a tutti perché ha chiamto il magiò finale e … non era vero!
    Struggente articolo, quasi tutto vero: ad esempio, il silenzio è solo nelle ultime mani, quando uno dorme letteralmente mentre gioca (ricordo ancora un mah jong in cui continuai a pescare e a scartare per un intero giro mentre dormivo, accorgendomene solo nel momento in cui mi svegliai); prima è un ritrovo di quattro che non si vedono da parecchio e parlano di tutto, è un “pagate attenzione che sono a punto”, per mettere sotto pressione gli altri, è un lanciare la ola all’ennesimo drago che si pesca dopo avere deciso di scartare il primo, è un’alzare una spalla per segnalare la scala gobba (gli altri tre giocatori in coro devono citare Frankestein Jr.: “Quale gobba?”), è un intonare “E addesso spogliatiiii…”, segnale inequivocabile che la lucidità inizia a mancare (di solito, tre giri dopo iniziano le dormicchiate), è un lamentarsi di continuo, è Checco a punto per un massimo di coppie che attacca con “Ci son due coccodrilli e un orango tango…” con tanto di mimica, concluso con un D++-+–O perché Zampa sul suo “solo non si vedono i due” gli ha chiamato il magiò sotto al naso… Altro che silenzio!

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    • Gigi

      Per non parlare dei detti, dei gerghi, delle scaramanzie. Una volta fui sbancato da uno che teneva sulla sua stecca una foto di una civetta tenuta al guinzaglio

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  6. kiki

    fino a qualche anno fa, li teneva in conto vendita per lo stesso Valvassori un antiquario di via Ponte MArino (Ravenna), ma l’anno scorso ha chiuso anche lui. Mi sa che l’unica è comprarlo di seconda mano da un ravennate.
    Io non ne ho mai posseduto uno (quindi it ain’t me, babe), ma tra i redattori de L’Undici…

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  7. marinda

    L’unica è cercarlo usato in qualche bar di Ravenna, tipo bar Rubicone, la sezione del Pd a Porto Fuori o Ponte Nuovo, ce ne saranno altri. Forse il circolo dei forestieri in via Corrado Ricci.

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