A i téh l’oh masterizzza

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(trad.it.: attento, che altrimenti te lo masterizzano)
Prima della lettura
Leggete il titolo più volte. La “zeta” deve essere quella chiusa di “sozzura”. Provate con attenzione e ripetetelo come un mantra. Bene, se il suono vi sta terrorizzando continuate pure la lettura.
Abito in una terra il cui impatto psicologico è parecchio sottovalutato
. Paludi e centri commerciali. Zanzare da passeggio d’estate. Molti di noi hanno piccole branchie sotto le orecchie per respirare con il 200% di umidità. Invece dei cani da guardia, noi abbiamo rane enormi che difendono le nostre villette. A primavera siamo l’ultimo posto della pianura in cui la nebbia ancora si forma. E si attacca ai vestiti per cui entrando la trascini in casa.

Una volta non trovavo più nemmeno casa mia e ho seguito un’auto convinto che mi portasse su una strada principale. Ma non era così e sono finito in un cortile davanti alla casa di un tizio. Il tizio molto gentilmente è corso nel capanno degli attrezzi, ma è uscito con un badile. Aveva paura che fossi un terrorista, ma alla fine mi ha dato il permesso di dormire in macchina, nel suo cortile. Non mi ha ucciso, e mi ha lasciato lì fuori: un vero e proprio Buono. I centri commerciali sono come delle oasi tra i tralicci di fili elettrici, capannoni industriali con casa annessa. La maggior parte vuoti: sia i capannoni che le case. 38 milioni di metri cubi solo nel 2002. E campi abbandonati (mais). L’oasi centro commerciale è il profumo di una promessa. L’evidenza del successo della nostra fatica. La modernità sopraggiunta come un UFO atterrato da galassie lontane e che ci da accesso a prodotti del futuro.

Fuori fa tiepido anche se è inverno e la nebbia qui è un aerosol 200% u.r. Uso le branchiette per respirare ed entro nel mio centro commerciale. Non ricordo perchè sono qui. Non l’ho ricordo più dopo quello che ho visto e sentito…

È una scenetta famigliare da sabato pomeriggio: lui si aggira con la moglie tra una ventina di computer. Ne addocchia uno. Il più grande. E lo vuole, anche se uno lo ha già.
“È lento” – si lamenta.
“Ti dico che è lento!”
“Ma se è già grande quello he hai!”
“Sì ma è lento  e ne devo comprare uno nuovo”
Nel dirlo ne accarezza uno dallo schermo che sembra lo specchio dell’autogrill.
“Ma sei sicuro?”
“Sì!”

E mentre lui ride, lei da segni di nervosismo e frustrazione. Lui se ne frega. In quel mentre arriva un ragazzino. Il figlio. Carino. Innocente per definizione. Capelli tagliati corti con la riga di lato, chiari. Mingherlino. Grandi occhiali. Riccardino si chiama. Arriva con una confezione in mano, un dvd.
La madre già infuriata per il marito capriccioso fulmina il pargoletto.
“Cos’è??!!”
“Un videogioco”

Attimo di sospensione… L’aria diventa densa. Il piccolo guarda la madre come fosse una torre. La madre lo guarda come fosse un verme (in realtà vorrebbe guardare così il marito, ma questa è un’altra faccenda).
Il piccolo allunga la confezione alla madre. Sulla copertina intravedo una scena splatter degna di “Henry pioggia di sangue”, motoseghe in azione su figuri alla Iron Maiden, mezzi zombi e mezzi non so cosa, ma che mi inibiscono al punto che distolgo lo sguardo. Lo poso sul bimbetto che a questo punto non può essere un bambino, ma un piccolo posseduto. Un mostro.

La madre rigira la confezione tra le mani. La guarda. La dà al piccolo. Mi aspetto il peggio e invece…
“Chiedi a tuo padre”
Il bimbetto ha un sussulto. Il padre di sguiscio con la coda dell’occhio si distrae per un millisecondo dallo schermo tipo specchio autogrill. Non guarda nemmeno cosa ha in mano il piccolo Riccardino. Dice solo
“Sì, Riccardino”
Riccardino è come se si accartocciasse per la felicità. A quel punto la madre rosica. Guarda il padre e riprende il dvd degli orrori.
“A una condizione!”
Deve opporsi, non può finire così e mi attendo il suo no… Il piccolo tende ogni muscolo auricolare, quasi si allunga in punta di piedi. Io mi aspetto al massimo “ci potrai giocare quando sarai quarantenne”, oppure una frese del tipo “prima ti arruoli nelle forze speciali poi ci giochi”. No….nulla di tutto ciò.
“Si dimmi mamma”
“Ci devi giocare da solo!”

Il pargolo deglutisce. Si vede che pensa “nooo!”
“Allora?”
“Perché mamma?”
“Non voglio che ci giochi con i tuoi amici! Mai! Il gioco, quando vengono i tuoi amici lo dai a me che te lo nascondo”.
“Ma perché mamma?”

Riccardino supplica con gli occhi e me lo vedo nel buio di una stanza con la nebbia fuori, da solo con il nuovo mega schermo specchio autogrill e lui piccolo. Piccolo. Con ‘sta motosega nel gioco e zombi dappertutto….anche lui la vede la scena…si sta cagando sotto ma il gioco lo vuole.

“Se vengono e ci giochi, poi loro lo vogliono. Tu glielo dai. E a quel punto…A i téh l’oh masterizzza!!!! Allora?”
“Va bé mamma”

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. giuseppe tarantola

    Molto bello!
    Sembra di stare in un episodio de “I Perego’s” di Antonio Albanese

    Rispondi

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