11 novembre 1911

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Cento anni fa L’Undici non esisteva. Ma se fosse esistito?

Il numero del novembre 1911 uscì all’alba dell’undici. Era sabato mattina, un orrendo giorno novembrino con la nebbia che invadeva le vie di Bologna. Le bandiere tricolori sventolavano sui palazzi, insieme agli annunci che proclamavano l’annessione della Libia al Regno. Gli operai addormentati camminavano intabarrati nei pastrani, attaccati ai muri, come per non farsi riconoscere. Non erano molti. Quel giorno la centrale sindacale aveva dichiarato lo sciopero generale per protestare contro la guerra di Libia. Anche per quel motivo, il capo redattore Marincola aveva dovuto lavorare tutta la notte per etichettare le mille copie da portare all’ufficio postale. Si era fatto aiutare dai due ragazzi calabresi che vivevano all’ultimo piano del suo palazzo. Sapevano parlare appena l’italiano, ma erano bravi e volenterosi. Avevano al massimo quattordici anni.

Marincola ripensò al venerdì passato alla tipografia “Prodi & Figli”. Gli operai erano stati categorici: alle otto di sera di venerdì, avrebbero staccato. Che si arrangiasse se non finivano in tempo. Loro appartenevano alla corrente anarco-rivoluzionaria della Camera del Lavoro di Bologna. Gli operai avevano cantato tutto il tempo mentre correva la macchina nera di inchiostro, “corre corre corre la locomotiva e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva”.

Quante discussioni! Quei ragazzi che avevano fatto pochi anni di scuola sapevano tutto dei popoli africani, della fame insaziabile del capitalismo per le materie prime, della rivoluzione in Cina e in Messico, dei salari sempre più bassi e delle ricchezze sempre più concentrate in poche mani. Eppure, non c’era nient’altro come la politica nazionale a farli accalorare come ferro rovente. Criticavano i capo riformisti del partito socialista, quel Bissolati che si era venduto a Vittorio Emanuele e a Giolitti, il ministro della malavita. Addirittura, lo scorso marzo, Bissolati era andato a far visita al re al Quirinale. Ma la volevano la repubblica socialista questi traditori del popolo? Ce l’avevano anche con Turati, il capo storico. Nella grande sala al seminterrato, dove torreggiava la grande balena di metallo e piombo, aveva visto il ritratto di Benito Mussolini, l’astro nascente del socialismo rivoluzionario. Quello sì che era un vero rivoluzionario. A settembre, lui e Nenni avevano messo a ferro e fuoco la Romagna con gli scioperi contro la guerra. Marincola aveva sentito parlare parecchio di questo violento capopopolo alla Cola di Rienzo. Si prometteva di intervistarlo per un prossimo numero dell’Undici.

Sfogliò il numero di novembre. Bello. Bellissimo. Ricco di articoli. Storia. Cultura. Politica. Arte. MatzEyes, Spino, Solph, MaxKeefe, Jumpi, Spino, Lele, Marinda, Jeremy Bentham si erano dati da fare. Certo, con quei nomi, nell’Italietta giolittiana di inizio secolo, li prendevano per futuristi marinettiani se non per seguaci di D’Annunzio. Il ridicolo vate delle parole roboanti. Un altro seguace dell’Italietta retorica. Loro odiavano la retorica. Volevano semplicemente parlare di cosa accadeva, con i fatti e l’intelligenza.

A novembre era stato impossibile non farsi prendere dai grandi avvenimenti africani. Da un un mese esatto la grande proletaria aveva invaso Cirenaica e Tripolitania. Il direttore Jumpi voleva che si scrivesse dei sordidi piani di conquista del governo Giolitti e del re, della follia nazionalista, come dell’illusione di risolvere gli storici problemi italiani opprimendo un altro popolo. Marincola aveva avvertito i redattori dell’Undici, sparsi per la penisola. Di solito scriveva una lettera e quando aveva fretta, mandava un telegramma. Stavolta aveva voluto essere più rapido e parlare in modo interattivo: aveva usato il telefono. Gli era costato una fortuna. Si era emozionato nel chiamare Roma. Nel microfono aveva udito distintamente il rumore della strada, le grida dei popolani, che gli sembrava di essere lì. Un giorno, immaginava, tutti avrebbero avuto un telefono per sentire le voci dei paesi lontani.

Un articolo parlava di come il Re e Giolitti avevano accuratamente preparato a livello diplomatico e militare la conquista della Libia senza consultare il Parlamento, che era stato mandato in vacanza in luglio e non era stato ancora convocato. Un altro redattore parlava dello scandaloso governo Giolitti, composto di socialisti, radicali e sostenuto dai ceti più retrivi del meridione. Che tipo di progresso poteva dare all’Italia una simile nefasta alleanza? C’era poi un articolo dedicato agli effetti economici dell’impresa libica. Vi sarebbe stato un immediato rilancio grazie alle commesse statali, ma i vantaggi sarebbero stati incamerati dall’industria e non dalle masse proletarie.

L’Undici del novembre 1911 dedicava però uno sguardo attento anche all’arte. Il cinematografo stava conoscendo una crescente popolarità, Nel corso dell’anno erano usciti in Italia due film storici molto ambiziosi, “la caduta di Troia” di Pastrone e Borgnetto e “l’inferno di Dante” di Bertolini. Quest’ultimo durava la bellezza di 50 minuti. Ormai le pellicole, diceva Marinda, duravano quasi quanto uno spettacolo teatrale. Presto sarebbe stato possibile a tutti conoscere le più belle storie della letteratura, ma ciò avrebbe portato alla fine dell’arte della recitazione?

A proposito di donne, rifletté Marincola mentre guidava il carro con le copie della rivista. Un altro bell’articolo era dedicato al premio Nobel per la chimica, assegnato per la seconda volta ad una scienziata, Marie Curie, che già l’aveva ricevuto, per la fisica, nel 1903. Due anni prima una scrittrice svedese, certa Selma Lagerlöf aveva ricevuto il Nobel per la letteratura. Era proprio uno specchio dei tempi che cambiavano. Le donne volevano sempre più spazio. In Gran Bretagna protestavano per avere il diritto di voto e in Francia facevano ricerche scientifiche. Marincola immaginò che fra cent’anni le donne avrebbero comandato gli eserciti e i governi. Se si ha fede nel progresso, perché non crederlo?

L’articolo migliore del mese, giustamente messo in prima pagina, parlava di guerra e pace. Secondo l’autore, il mondo civilizzato aveva ormai messo alle spalle l’uso della forza per risolvere i problemi internazionali. Le ultime crisi avevano mostrato alle grandi potenze, anche all’aggressiva Germania di Guglielmo II, i rischi di un conflitto generale. La crescita del commercio, l’espansione degli investimenti, gli scambi culturali ed il turismo rendevano impossibile una guerra, giacché vinti e vincitori avrebbero patito ugualmente la distruzione dell’economia mondiale che aveva creato così tanto benessere. Inoltre, le masse non erano più docili come un tempo. Sedotte dall’ideale del socialismo, avrebbero rifiutato di imbracciare i fucili contro i loro compagni.
Erano delle belle e felici idee, convenne Marincola.

Marincola giunse infine all’ufficio postale, presidiato da due carabinieri col pennacchio e con le armi. Grazie alle Regie Poste, l’Undici di novembre sarebbe arrivato in breve a tutti gli abbonati. Si fermò a pensare. Cent’anni prima sarebbe stato impossibile. Nel 2011 l’Undici sarebbe stato consegnato con gli aerei, anzi con dei telegrammi che sarebbero giunti immediatamente a casa degli abbonati. Non ci sarebbe stato più bisogno di tipografie e di carretti da trascinare per le vie nebbiose. Gli autori avrebbero mandato i loro articoli a casa dei lettori. E questi avrebbero potuto mandare i loro commenti via telefono. Magari non ci sarebbe stato neppure bisogno dei telegrammi e l’Undici sarebbe giunto dall’aria, con la radio di Marconi.
Sarebbe stato bello, pensò Marincola, vivere tra cent’anni.

I ragazzi scaricarono le mille copie davanti al funzionario delle poste. Odoravano ancora di inchiostro fresco.

 

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

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Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Pur considerandosi uno scrittore di buon livello, non ha trovato nessun editore che abbia voglia di pubblicare i suoi libri. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici. Il saggio è disponibile gratuitamente su www.robertomengoni.it

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