Giù di test (GDT)

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Volete andare al college? Viaggio nella giungla dei test “d’intelligenza” americani, che oltre alle capacità intellettive misurano quelle di portafoglio. Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi. (Albert Einstein)

Basta entrare in una qualsiasi libereria americana, dirigersi verso lo scaffale dei testi per adolescenti, pescare un libro a caso e imabattersi in una serie di sigle monosillabo dal significato oscuro. Per esempio SAT, ACT, ESL, GPA, GED, MAT, GMAT.  Chiunque sia venuto almeno una volta negli Stati Uniti per ragioni che andavano aldilà dello shopping selvaggio e dei sogni californiani, probabilmente ha familiarità con le sigle TOEFL o GRE. E quando ESL diventa EOSL o SAT diventa LSAT, si intuisce che gli Americani si divertono proprio con le dissonanze.

Del resto l’equivalente della nostra ASL negli States sono HHR e CDC. Passi pure “si-di-si” ma “eich-eich-ar” fa un po’ innervosire.
Da italiana (anche un po’ distratta) adattarsi a queste essenziali forme di comunicazione ha richiesto del tempo. Passate le fasi di confusione, dubbi su come pronunciare le dissonanze (spelling o tutto attaccato?) e dubbi su significato e ruolo, finalmente un’accurata ricerca mi ha permesso di togliermi qualche dubbio. Iniziamo dallo scopo: associare il proprio nome a queste sigle è il passepartout per futuro, carriera, stima e rispetto altrui. E vediamone in dettaglio qualcuno.

Il GED – General Education Development – è un test per coloro che non hanno potuto frequentare una “high school”: veterani, ragazzi educati a casa, immigrati. Istituito nel 1942 si compone di cinque test: writing, social studies, science, readings and mathematics.
Se non ottieni un punteggio superiore a un tot, ahimè, ti sei fermato alle medie.
Il SAT Reasoning Test è un altro test per essere ammessi al college. Anche questo si compone di tre sezioni: reading (che però occhio:  deve essere critical), mathematics e writing.
E su questo test vale la pena spendere qualche parola. Benchè ancora molto usato, il test è stato criticato perchè sembrerebbe che i bianchi fossero avvantaggiati nella performance e, in generale, per un effetto controproducente per l’autostima se non superato a pieni voti. Le critiche si sono spinte a tal punto che molti college hanno aderito al SAT optional movement e oggi non richiedono un punteggio SAT per essere ammessi. In primis la University of California.  Una curiosità: esiste anche L-SAT, Law SAT, test per gli appassionati di Law and Order, a tal punto da farne una professione.

Anche se correlato con il QI, alcune domande presuppongono conoscenza e pratica delle abitudini degli White Americans.  Famoso il caso della domanda la cui risposta da accendere era oarsman-regatta. Oggetto del quesito era infatti scegliere i termini più correlati con le parole “runner” e “marathon”. Per rispondere correttamente, gli studenti dovevano avere una certa familiarità con il crew (canottaggio), uno sport status symbol, per ricchi.  Cognitive bias di chi ha inventato il test o sottili strumenti per confermare la relazione dominato-dominatore? Il 54% degli student bianchi ha risposto correttamente, cosa che solo il 22% dei neri ha fatto. Però è anche vero che il “gap” tra bianchi e neri è più piccolo per le domande culturali rispetto a domande culturalmente neutre (per esempio vedi qui). Risultati interessanti che aprono le porte a interrogativi lontani da retorica e luoghi comuni (sia chiaro: in un senso e nell’altro!).

GPA – Graduate Point Average – è invece il punteggio usato per tracciare la carriera accademica. Per fare un Master, un PhD o per trovare un lavoro da “college graduate” bisogna presentare il GPA. Ma per chi aspira a una business school allora quello che ci vuole è il GMAT (a un costo di 250 dollari, quindi pensateci bene). Interessante è anche il MAT: non è un test di matematica bensì un test di logica e costruzione di analogie: Miller Analogies Test. Per questo però ci vuole un pò di cultura generale.

E ogni School un test diverso.

Ma non basta essere intelligenti per essere ammessi a un college, oltre a soglie minime di QI e una buona dedizione allo studio, è necessario infatti un cuore forte. Bisogna reggere il colpo dopo aver letto la voce “tuition & fees”. “Googlando” cheapest colleges e curiosando tra i risultati, la sensazione è che siano un contentino per garantire anche a chi ha meno possibilità (aka “a chi appartiene a una minoranza o è poverissimo”) di studiare.

Se anche voi come me volete soddisfare la vostra curiosità date un’occhiata alla sezione “Student Life” dei seguenti siti, guardate le foto degli studenti e confrontatele con quelle dei colleges più costosi e più prestigiosi, dove la qualità si vede ma si paga.
http://www.haskell.edu/student_life/index.html
http://www.laney.edu/wp/alumni/
http://www.avc.edu/
I più cari superano anche i 55.000 dollari l’anno, soltanto per “tuition and fee”s. È vero anche che la garanzia c’è: iscriviti qui e l’investimento sarà molto probabilmente ripagato.

Comunque la paradossalità si vede quando quando ti accorgi di essere circondato da bambini prodigio a destra e sinistra che a tre anni sanno già leggere e scrivere, suonare il pianoforte e parlare almeno due lingue.  Poi magari a cinque prendono Ritalin e a 12 lo Xanax. (Estremo per estremo, io proverei prima con lo yoga for children).
Di cose da dire e confronti da fare ce ne sarebbero ancora molti.
Insomma un’educazione non per tutti. E dove si trova il confine tra scuola dell’obbligo e diritto allo studio? È vero che premiare i più ricchi equivale a premiare i più intelligenti? L’interrogativo resta aperto, almeno nell’accademia.

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. giampi

    Anyway, un qualche filtro all’università italiana va messo. Perché attualmente tanta gente vi si iscrive per inerzia, senza essere sul serio motivata. E questo crea problemi al sistema universitario, abbassando la qualità della didattica.
    L’università “aperta a tutti” aveva un senso 40 anni fa, ma oggi bisogna fare i conti con un altro scenario.

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  2. spino

    per quel che riguarda la pronuncia, è sempre bene ascoltare gli afroamericani, che su queste cose sono avanti.

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  3. giampi

    Mi sa che questo sarà anche il futuro italico.
    A meno che non ci tocchi imparare gli ideogrammi cinesi…

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  4. Gigi

    davvero interessante. mi resta un dubbio: nei film sembra che se sei un po’ bravino a basket o a baseball puoi accedere a tutti i college che vuoi. è vero? non è vero? è vero, ma ti devi fare amico uno bravo che ti fa i compiti?

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