La Santa del Mese: Santa Teresa di Avila – 15 ottobre

2
Share on Facebook676Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Un pomeriggio del 1523, due fratelli di 8 e 9 anni, Teresa e Rodrigo, escono di casa e lasciano la città in cui vivono con le loro famiglie. Dopo pochi chilometri, incontrano lo zio che gli chiede cosa fanno lì. Teresa risponde: “Stiamo andando nelle terre dei mori, a farci decapitare per incontrare il Signore!”.

Paesaggio castigliano

Lo zio riportò i nipoti a casa, ma l’episodio è più che indicativo del carattere e del futuro di Teresa, che sarà poi conosciuta come Santa Teresa di Avila o di Gesù.

Siamo appunto ad Avila, una cittadina medioevale della Spagna, più specificatamente della Castiglia, la regione vicina a Madrid, che della Spagna fu l’embrione. La Castiglia è una terra aspra, dura, con un panorama secco e spoglio, che si colora solo con le piogge primaverili. La sua storia è intimamente forgiata e legata alla “Reconquista”, ossia quel processo durato oltre 750 anni che condusse alla completa cacciata degli Arabi (“mori”) dalla penisola iberica che avevano quasi totalmente occupato nei primi anni del 700 d.C.

Panorama di Avila

Per secoli i castigliani vissero con un nemico alle porte e costruirono la loro stessa identità sulla base di questa contrapposizione con gli “infedeli”. Così come la terra che abitavano, i castigliani divennero perciò duri guerrieri, guidati dal mistico onere ed onore di scacciare i mori, sorretti e guidati da una fede che sconfinava nel fanatismo. La “Reconquista” terminò nel 1492 con la conquista di Granada, ultimo territorio rimasto in mano araba, proprio qualche mese prima del viaggio di Colombo.

Nel XVI secolo la Castiglia (e per estensione la Spagna) era quindi una terra di hidalgos, cavalieri indomiti per i quali la gloria, la fede e il martirio in nome di Cristo si anteponevano alla loro stessa vita. I medesimi cavalieri che divennero poi i “conquistadores” che uccisero milioni di indios in America con la spada in una mano e la croce nell’altra e che – qualche tempo dopo – furono oggetto dell’ironia di Cervantes. La Castiglia, una regione tutto sommato poco estesa e poco popolata, in virtù delle sue conquiste militari e dell’espansione coloniale, esporterà i propri valori, lingua e cultura (che nei secoli seguenti sarà sinomino di arretratezza perlomeno economica) in mezzo mondo, dall’America Latina al Meridione d’Italia.

Fu questo il contesto nel quale nacque e crebbe la piccola Teresa, figlia di nobili di Avila. Nel XVI secolo non esisteva né la televisione, né la “playstation”, ma i bambini erano facili alle suggestioni come e più di oggi. E ad Avila, in piena Castiglia della “Reconquista”, non ci voleva molto a lasciarsi impressionare dalle visioni di affreschi con Cristi sanguinanti o dalle decine di leggende che narravano di cavalieri che si erano immolati per difendere la fede cristiana o dalle storie di Santi, martirizzati in epoche passate (come Santa Eulalia, patrona di Barcellona, leggi qui l’articolo de L’11 che racconta la sua vicenda).

Teresa fu certamente una bambina e poi una donna con una grande immaginazione, incline a lasciarsi trasportare e attraversare totalmente (anche fisicamente) dalle proprie suggestioni, di fronte alle quali appare indifesa e vulnerabile, come in balia della sua stessa sensibilità. Assai emblematiche sono queste sue parole: ”Mentre l’anima è ben lontana dall’aspettarsi di vedere qualcosa, e non le passa neppure per la mente, d’un tratto le si presenta tutta intera la visione che sconvolge le potenze e i sensi, riempiendola di timore e di turbamento, per poi darle una pace deliziosa e l’anima si ritrova con la cognizione di tali sublimi verità da non aver più bisogno di alcun maestro”.

Tornando alla sua biografia, pochi anni dopo l’episodio della fuga da casa, Teresa perde la madre ed entra in convento all’età di 18 anni contro la volontà del padre. Poco dopo si ammala gravemente di tutta una serie di malattie e viene riportata a casa dal padre, rimanendo però paralizzata per circa due anni.

Nel 1539 San Giuseppe la guarsce e Teresa torna in convento dove però è invasa dai dubbi e comincia a prendere cattive strade, finendo vittima delle tentazioni. Gesù le appare una prima volta rimproverandole alcune “frequentazioni” peccaminose, ma Teresa non la smette. Comprenderà di stare sbagliando solo quando Gesù le apparirà crocifisso e sanguinante diversi anni dopo (1555). Prese perciò atto della propria impotenza di fronte al terrore del peccato e quindi della necessità di sottomettersi completamente a Dio. In quell’epoca si sottomise anche a mortificazioni e torture corporali.

Teresa era una donna dalla personalità assai controversa e diverse anime erano in conflitto dentro di lei. Come tutti noi del resto. Nel suo caso però, era inesistente ogni freno e limite a questo scontro, che ella cercò di risolvere ed allontanare inizialmente con punizioni fisiche auto-imposte per poi scegliere la strada della devozione e abbandono completo al Signore. Ecco sempre le sue parole riguardo all’inquietudine dell’anima: “Mi accadeva alcune volte di essere in grandissime pene spirituali insieme a tormenti e dolori fisici così intensi da non sapere come darmi aiuto. Dimenticavo allora tutte le grazie che il Signore mi aveva fatto; me ne restava solo un ricordo come di cosa sognata, che serviva a darmi pena; l’intelligenza mi si offuscava tanto da farmi sorgere mille dubbie sospetti: […] Mi pareva d’esser così perversa che ritenevo dovuti ai miei peccati tutti i mali e le eresie da cui era invaso il mondo. Questa era una falsa umiltà creata dal demonio per turbarmi e provare se gli riusciva di trascinare la mia anima alla disperazione. Che sia un’umiltà diabolica si vede chiaramente dall’inquietudine e dal turbamento con cui comincia, dal tumulto che produce nell’anima per tutto il tempo che dura, dall’oscurità e dall’afflizione in cui la immerge, dall’aridità e dall’incapacità di attendere alla preghiera e ad ogni opera buona.

Dal 1556 in poi, Teresa è pervasa da grandi fervori spirituali ed ha numerose visioni, ma trova finalmente la pace a cui aveva sempre aspirato. Concepisce a quel punto il progetto di fondare un nuovo ordine, quello delle Carmelitane scalze che prevede l’aggregazione di poche donne (undici o dodici) che si dedichino alla vita di preghiera, alla pratica della mortificazione e alla solitudine secondo la regola primitiva dell’ordine carmelitano (nato nel 1155 quando un crociato francese, Bartolomé Avogadro, si ritirò in eremitaggio sul monte Carmelo nelle vicinanze di Gerusalemme).

Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati alla diffusione del nuovo ordine e alla fondazione dei relativi monasteri, dimostrando di essere una visionaria molto “pratica”. Anche nella morte Teresa confermò la propria controversa e duplice natura. Si spense infatti il 4 ottobre 1582. Ma proprio quel giorno entrò in vigore il calendario Gregoriano (quello che usiamo attualmente) che – per motivi astronomici spiegati in questo articolo de L’11 – eliminò dieci giorni così che il giorno seguente, quando Teresa venne sepolta, fu il 15 ottobre che divenne il giorno in cui si celebra Santa Teresa.

Teresa scrisse molto, anche se i suoi scritti sono tutti occasionali, concepiti per aiutare i confessori a comprendere le sue esperienze interiori ed i fenomeni mistici che in lei si producevano oppure per aiuto alle sue monache per approfondire e comprendere la vita spirituale alla luce della sua esperienza straordinaria.

Nonostante il cammino che propone per “guarire” sia assai drastico e non praticabile per chiunque, Teresa appare come una figura dalla grande umanità, che accetta e riconosce la presenza di tendenze negative in ognuno di noi, secondo una visione comprensibile e vicina anche a chi non è un mistico o un fervente cattolico. Un altro suo brano: “Noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo. Voler fare gli angeli, stando sulla terra, è una pazzia; ordinariamente, invece, il pensiero ha bisogno d’appoggio, benché talvolta l’anima esca così fuori di sé, e molte altre volte sia così piena di Dio, da non aver bisogno, per raccogliersi, di alcuna cosa creata. Ma questo non avviene molto di frequente; pertanto, al sopraggiungere di impegni, persecuzioni, sofferenze, quando non si può avere più tanta quiete, o in caso di aridità, Cristo è un ottimo amico, perché vedendolo come uomo, soggetto a debolezze e a sofferenze, ci è di compagnia. Prendendoci l’abitudine, poi, è molto facile sentircelo vicino”.

Un’ultima curiosità: sia Mina, ma soprattutto Giuni Russo hanno interpretato canzoni ispirate alle parole di Santa Teresa.
Eccole qui:

[foto di Jumpi]

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook676Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. giampi

    Sì vero, altri regni contribuirono ed ebbero un importante ruolo nella Reconquista.
    La Castiglia in ogni caso fu la regione/cultura che ne uscì più rafforzata, tanto che, ad esempio, oggi in Spagna la lingua ufficiale è il castigliano e non l’asturiano, il galiziano, ecc.
    Comunque mi interessava più che altro mettere in evidenza come l’identità della Castiglia fosse stata forgiata dalla contrapposizione con gli arabi.

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?