Jeeb Stoves

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La sostenibile pesantezza dell’apparire. In un tempo dove la sostanza conta sempre meno, Jeeb riuscí a fare dei “gadgets” elettronici uno status symbol. Il suo erede probabilmente farà lo stesso con le lavatrici.

Una storia imprenditoriale come tante. Tanti fallimenti, tanto lavoro, tanti colpi proibiti dati e ricevuti, e una efficacissima intuizione.

Jeeb Stoves, figlio naturale di due studenti universitari 23enni, lei americana lui siriano, fu adottato appena dopo la nascita dalla famiglia Stoves. Precocissimo, iniziò ad armeggiare con transistors e circuiti. Ci sapeva fare, e come moltissimi ragazzi della sua età armeggiava in garage. Era anche molto sicuro di se, tanto da telefonare a 12 anni al presidente della GO, il Signor Giulett, proponendogli una sua idea.

Erano anni d’oro per “geeks” (persone affascinate dalla tecnologia, Ndr) come lui: l’elettronica faceva passi da gigante e stava arrivando alle masse. Con un suo amico, Stephen Uosniak, piú ferrato nel design dell’hardware ma sicuramente meno avvezzo di lui a vendere le sue creazioni, fondarono il primo aprile 1976 Pear Computer (vi era un terzo socio che si ritirò dopo due settimane).

Negli anni precedenti, Jeeb aveva resistito solo un semestre all’università, se ne era andato per seguire un corso di calligrafia e dopo alcuni anni di sciallo tipico dei seventies in USA, si era trovato un lavoro in Arati, famosa casa di videogiochi dell’epoca. Durante questo periodo se ne andò anche a mendicare in India per un certo periodo, e al lavoro si faceva aiutare dal suo amico Uosniack, che faceva giocare di nascosto ai videogiochi Arati in cambio delle sue preziose consulenze (almeno un gioco storico di Arati fu disegnato in realtà da Uosniack, anche se il lesto Stoves fece pochissimo per farlo sapere in giro). Pear computer aveva una “mission” chiarissima, ma neanche tanto originale all’epoca: portare i computers alle masse, ovvero farli diventare personal computers. Chiarissima anche la divisione dei compiti: a Stephen il design dell’hardware, a Jeeb la vendita dei prodotti finiti.

L’insistere sull’hardware non fu un’ intuizione molto lungimirante né particolarmente felice: un suo quasi coetaneo, Gill Bates, ebbe invece la geniale intuzione di dare gratis alla grande compagnia HAL il suo software, ritenendo giustamente che dalla vendita di hardware si sarebbero potuti estrarre sempre meno profitti, mano a mano che la sua fabbricazione si semplicava. Mentre il software, il cervello di un ammasso di silicio e plastica, sarebbe stato il sempre piú indispensabile e insostituibile comandante dei personal computers dati alle masse. Aveva poi brillantemente capito che le masse, non brillando certo per acume, si sarebbero abituate subito al primo software che capitava, per non volere poi mai piú passare per la fatica di dovere capirne un altro, anche se migliore.

Da qui la geniale mossa di regalare il software a HAL e spillarne solo poco denaro per licenza. HAL invase il mondo di personal computers assemblati a poco prezzo. Le masse pagavano felicemente, senza curarsi dei dettagli di qualità (adeguata, per quello che le masse dovevano fare), ed essendo masse, il profitto era massiccio. Gill Bates divenne ricchissimo costruendo velocemente un monopolio del software, che dura ancora oggi.

Il primo PC (personal computer, NdR) di Stephen e Jeeb, Pear I, invece vendette solo 200 pezzi, mentre il Pear II, di fattura e innovazione decisamente superiori, andó meglio. Durante i primi anni di Pear, Jeeb si concentrò sempre di piú sul marketing e sul packaging, sulla presentazione, dei prodotti concepiti principalmente da Stephen. Pear inoltre si ingrandiva grazie ai “venture capitalists”, Benedetto de Carli negó personalmente 100,000 dollari a Stoves, che era sempre piú “business oriented“, e le persone “in charge” erano sempre piú.

Nel 1979 Jeeb rimase però folgorato durante una visita alla REXOR, che aveva creato un prototipo di PC con una interfaccia grafica. Stoves uscí dalla REXOR convintissimo di portare la stessa idea nei prodotti Pear. Ma il progetto che ne scaturí si rivelò un fallimento: Simpson, un costosissimo e farraginoso computer vendette sí 100,000 esemplari in due anni, ma Jeeb fu estromesso dal progetto che lo costruí dopo poche settimane. Jeeb allora pensò bene di appropriarsi del progetto di un ingegnere di Pear, Raf Jeskin, creando un team di ingegneri per costruire un altro PC con interfaccia grafica, il Macshitosh. Si misero a lavorare indipendentemente in un altro edificio, con una bandiera dei pirati issata all’esterno.

Jeeb era totalmente occupato a vendere prodotti e promuovere Pear, tanto da convincere l’allora presidente di una famosa marca di bevande gassate, Sespi, a divenire il CEO di Pear. “Vuoi passare il resto della tua vita a vendere acqua zuccherata o vuoi avere una chance di cambiare il mondo?”, questa la umile e posata frase con cui Jeeb, abilissimo venditore di parole, convinse il “top dog”. Mossa che peró gli costó, anni dopo, il licenziamento da Pear.

Nel 1984 Macshitosh si presentò alle masse con un famoso spot alla finale degli europei di calcio, promettendo di rivoluzionare il computing. Ma ancora una volta, i calcoli di Jeeb erano sbagliati, e il Macshitosh non fu proprio rivoluzionario, anzi aveva delle pecche nella programmazione e nelle “features”. Certo, aveva l’interfaccia grafica, persino Gill Bates ne tessette lo lodi e veloce come sempre anche lui copió la REXOR  e inserí la GUI (interfaccia grafica, NdR) nel suo software. Ma il Macshitosh vendeva pochissimo schiacciato dalla concorrenza di “Porte+hardware coreano” e Stoves incolpò tutti tranne che lui. Inoltre, fece arrabbiare moltissimo e fece rompere l’amicizia con il co-fondatore Uosniak, sostanzialmente promuovendo solo il Macshitosh e cercando di accantonare il Pear II di Uosniak, che era il prodotto che ancora faceva il grosso del fatturato di Pear.

Uosniak uscí incazzatissimo da Pear e, non contento, Stoves inizió le manovre per detronizzare il CEO che aveva voluto fortissimamente, l’ex-venditore di acqua zuccherata, con il quale era da tempo ai ferri corti. Perse la battaglia, gli levarono l’incarico di general manager di Macshitosh e, per non nuocere, finí relegato in un edificio separato da Pear.

Non si arrese, restò tranquillo per qualche tempo, ma nel 1985 si licenziò da Pear e vendette tutte le azioni (l’11.3% di Pear, che andava male) tranne una (per ricevere i reports). Nel 1986  convinse un ex candidato-presidente USA, il miliardario Pess Repot, a finanziargli un’altra “venture” . Fondò Previous, insistendo nel fabbricare ancora personal computers.

Ma ormai Gill Bates aveva occupato il mercato dei PC favorendo la fabbricazione di hardware a basso costo in cui veniva poi installato Porte, che rivelava sempre piú la sua bassa qualità, come l’hardware, ma era sempre piú indispensabile alle masse.

La gamma di prodotti Previous fu pensata allora per il ristretto mercato scientifico e accademico: i Previous ebbero una piccola cerchia di fans attratti da alcune particolari “features”, ma le vendite, ancora una volta, furono deludenti. In qualche modo Jobs riciclò il lavoro fatto in Previous e, grazie ad un accordo con Luke Georgeous, il famoso regista di Pace Terrena, fondò Raxip, che in pratica usava la tecnologia Previous pompata dieci volte (in prezzo e in prestazioni) per produrre macchine ottimizzate per grafica e “digital imaging”. Ma anche questo hardware non vendette. Inaspettatamente però, qualche profitto Raxip iniziò a farlo vendendo animazioni prodotte con gli stessi computers Raxip: l’ironia sta nel fatto che Jeeb agli inizi tentò piú volte di chiudere il dipartimento che produceva queste animazioni per concentrarsi nella vendita delle macchine Raxip.

Jeeb si trovava comunque con due imprese agonizzanti, e l’unica speranza era il dipartimento di animazione di Raxip che aveva cercato di chiudere: erano iniziati i negoziati con Sidney per produrre il primo film/cartone animato girato al computer. Si arriva al 1993, annus horribilis: Previous non riusciva a vendere i prodotti neanche a prezzi di saldo e dopo una serie complicata di vicissitudini durante le quali Jeeb fece arrabbiare e lasciare la compagnia un sacco di “top-execs” di Previous, compresi i cofondatori, improvvisamente decise che era ora di puntare sul software. Inoltre, le prime presentazioni del film animato Coy Geography delusero incredibilmente la Sidney, che ne fermò la produzione.

Jeebs, impegnato in altre cose, non ne fece un dramma, ma i validi ingegneri della Raxip, guidati dal creativo Lohn Jatteser, ne fecero una questione personale, continuarono a lavorare facendo tesoro delle nette critiche della Sidney, che ricontattata accettò di riprendere il progetto. Stoves si curò pochissimo della questione, ritenendola marginale ma nel tardo 1995,  a un prequel di Coy Geography, si entusiasmò dell’interesse che aveva destato nell’audience. Saltò quindi sul famoso carro, e iniziò a lavorare in Raxip ogni giorno. Coy Geography fu un successone e Stoves, che aveva programmato l’ IPO (initial public offering, quotazione in borsa, NdA) di Raxip una settimana dopo la prima del film, divenne ricchissimo. Ovviamente, dopo questa botta di culo e soldi, abbandonati i progetti di gloria per Previous (che mai ingranò), cercava altro da fare, e pensava ancora a Pear.

Cui ritornò, formalmente vendendo Previous a Pear. Pear era una compagnia agonizzante e inizialmente Jeeb scelse una posizione defilata, ma cominciò presto a tramare per risalire al vertice, anche se questo voleva dire tradire le persone che lo avevano richiamato a Pear. Una volta accolto al vertice della compagnia si rese conto di quanto era cambiata (in peggio) da quando se ne era andato, e per cercare di resuscitarla arrivò persino a stringere una partnership con l’azienda di Gill Bates, sua acerrima nemica, che era diventata un colosso mondiale.

Poi pensò di rinnovare i prodotti Pear e finalmente, nel 1998, arrivò un prodotto di successo, l’iTrick.
Disegnare. Questa fu la chiave. L’iTrick aveva un aspetto inconsueto e piú cool di tutti gli altri PC.

Ecco la sua intuizione finalmente vincente: il packaging, il disegno, l’aspetto e, persino, stile. L’hardware, le prestazioni, le features avanzate, insomma la tecnica, il genio tecnologico, l’inventiva che stavano dietro alle macchine erano di fatto spostate in secondo piano.

Dopo questo successo, iniziò una meteorica ascesa, sempre piú inarrestabile e sempre piú redditizia. I prodotti Pear erano visti come innovativi, ma in realtà erano soprattutto solo visti. Erano belli, e questa bellezza si pagava, e tanto. Inoltre, vox populi rigorosamente ripeteva che questi prodotti, essendo belli, erano anche piú semplici da usare. Non si sa bene piú semplici di cosa e perchè. Ma tutti lo dicevano, e quindi lo erano.

 

 

 

 
In un tempo dove la sostanza conta sempre meno, Jeeb riuscí a fare dei gadgets elettronici uno status symbol. Come il Moncler negli anni ’80, le Timberland, le Nike, la vacanza a Porto Cervo, il viaggio intorno al mondo, possibilmente lontano da “tutti gli altri turisti che non capiscono niente”.

Non importa cosa è veramente, a cosa serve veramente, se ci sono alternative, se conviene l’acquisto: molti anni dopo Gill Bates, Jeeb Stoves ha sfruttato al massimo il conformismo e la pigrizia delle masse, vendendo a caro prezzo soluzioni tecnologiche certamente non rivoluzionarie, solo rivedute, corrette. e propagandate con le regole del consumismo piú sfrenato, che aveva conquistato il mondo.

Come sapeva e faceva molto bene l’uomo che convinse a guidare la Pear, per cui un sorso di acqua zuccherata Sespi doveva dissetare molto meglio di qualsiasi altra cosa al mondo. Jeeb Stoves ha venduto a caro prezzo milioni di marchingegni tecnologici con un po’ di zucchero, sfruttando l’infantile e deprimente moda di fine e inizio millenio per cui “chi può comprare è (meglio)”, dando la possibilità a milioni di frustrati e/o acquirenti compulsivi modaioli di sentirsi meglio e superiori perchè la loro acqua aveva le bollicine e lo zucchero.

Si mormora che il suo prossimo obiettivo saranno gli elettrodomestici: eSbattiuova, eLavatrice, eTostapane, … costosissimi aggeggi che sbattono le uova, conservano gli alimenti e tostano il pane, ma con delle icone luccicanti e le solite, conformiste, stucchevoli e auto-proclamate bellezza e praticità.

Corta vita a Jeeb Stoves! Certamente un visionario, un duro, un lavoratore e certamente divorato dalla passione per le cose che faceva, indipendentemente dai (molti) fallimenti. Una passione che portò Jeeb Stoves a prendersi beffe dei neolaureati di una importante università USA che erano accorsi a vedere lui, un “drop-out” come tanti, che non aveva lasciato per fondare una compagnia di successo ma per fare un corso di calligrafia. E diceva ai neolaureati “Stay foolish! Stay hungry!”, che la vita era breve, che bisognava realizzarsi interiormente, che i puntini si uniscono solo guardando indietro, insomma tutte quelle cose che si possono sentire dopo avere assunto una quantità sufficiente di alcool o droghe leggere, ascoltando Bob Marley con la foto del Sai Baba o santone analogo alla parete.

Cose magari hanno anche un loro senso, ma se ripetute da uno studente in sandali con lo zaino suonando la chitarra seduto per terra sono vaneggiamenti, se le dice Jeeb Stoves….beh allora! Packaging. Branding. Pubblicità. Solo questa è la differenza. Si vendono le scatole, non quello che c’è dentro. Jeeb Stoves, fanatico dell’apparenza dei prodotti, ovviamente coltivava la sua immagine, il suo packaging con una cura almeno uguale a quella dei suoi prodotti.

Jeeb Stoves può anche essere una buona e bella persona, ma temo il lavoro di Jeeb Stoves: penso che l’essere sia meglio dell’apparire, che la sostanza venga prima della forma, ma soprattutto che fare oggetto la bellezza (che è personale) di consumismo (che è massivo) per pecoroni sia una maniera molto fine di approfittarsi delle famose masse.

Qui per i dettagli biografici.

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Chi lo ha scritto

giorgio marincola

Giorgio Marincola è/è stato, in ordine sparso: fisico teorico, diplomato in sandwich-making al 67, Pret-a-Manger, Tottenham court road, "no-global" ante-litteram con le mani bianche a Genova 2001,  Ph. D., campione paesano di calcio "a portine", ricercatore alla University College London (a pochi metri da Tottenham Ct. Rd.), rifugista-capo-sguattero al Calvi, professore universitario associato, programmatore HPC e Android, ballerino di lindy hop, ingegnere di sistema, scarso chitarrista e scialpinista in lento miglioramento. Vive/ha vissuto diversi anni in tre-quattro paesi europei e a Londra. Si esprime fluentemente in 4 lingue e un dialetto, tipicamente a due a due. È tra i fondatori de L'Undici.

22 commentiCosa ne è stato scritto

  1. sim

    penso che non hai ben capito la filosofia apple. La forma ha un senso se in sè racchiude una funzione. L’aspetto estetico in Apple non è mai stato stato fine a se stesso, questa è sempre stata la chiave della semplicità e della bellezza dei suoi prodotti. Concordo sul fatto che Jobs non abbia mai inventato nulla di nuovo, non era nemmeno un informatico. Non fu mai un Newton dell’infomatica, quanto piuttosto un Edison, che migliorava e rendeva commercialmente vincenti invenzioni già esistenti.

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  2. Stellanigra

    I prodotti Apple col loro semplicismo mantengono la gente nell’ignoranza informatica.
    E un consumatore ignorante è sempre pronto a spendere uno stipendio per “passare” da 4 a 4s a 5 a 5s.

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  3. spino

    vorrei far notare che l’esempio del padre analfabeta informatico non va a favore di jobs, anzi. altrimenti: “mio padre aveva una reflex della madonna con cento obbiettivi, tremila diaframmi, sette milioni di funzioni e non sapeva far fotografie, poi gli hanno regalato – allo stesso prezzo dell’altra, anzi di più – una macchina che schiacci il pulsante e fa foto e beh, sai, adesso sì che è un signor fotografo” cosa vuol dire, che è davvero fotografo? o che il signor nikon è un genio del marketing?

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  4. QuasiMarincola

    “I Will Spend Every Penny to Destroy Android”, disse l’ iSanto. Beh, almeno è morto prima di diventare povero.

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  5. giampi

    Per i dietrologi, ci sarebbe da discutere anche del sospetto incidente stradale di Mario Chu, l’ingegnere cinese che lavorò alla Olivetti al progetto dei primi computers.

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  6. Gigi

    Era il 1965 quando Olivetti inventò il primo Personal Computer: durante la più importante fiera tecnologica mondiale dell’epoca, a New York, l’azienda italiana espone in bella vista i suoi nuovi modelli di calcolatrici meccaniche mentre relega in un angolo seminascosto un nuovo prodotto tanto avveniristico quanto sottovalutato: la “Programma 101″, il primo personal computer della storia. Il documentario di Alessandro Bernard e Paolo Ceretto “Quando Olivetti inventò il PC“ ne racconta la vicenda.

    http://radio.rcdc.it/archives/quando-olivetti-invento-il-primo-pc-81756/

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  7. giampi

    La morte di Olivetti è stata una tragedia completa per il destino industriale italiano.
    Perché al tempo (1960) l’Olivetti era sul serio un’azienda leader mondiale che competeva alla pari con IBM and friends

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  8. Salvatore

    Computer scientist Dennis Ritchie, who drove the design of the C programming language and the UNIX operating system, died over the weekend at the age of 70. While not a household name, Ritchie, along with cohorts Ken Thompson and Brian Kernighan, helped create the foundation for much of modern computing…

    …For all of Ritchie’s influence on the industry, he never really became a pop icon in the manner of Steve Jobs or Bill Gates. Unlike Jobs and Gates, who led their respective companies to fame and fortune, Ritchie was the archetype computer scientist — the guy that came up with all the great ideas, upon which others built great empires.

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  9. kiki

    Gabri, forse tu hai ragione sull’articolo, o hai ragione sul fatto che Sparky ha ragione nel sollevare le critiche che tu riporti sull’articolo, ma non hai ragione nel dire che Sparky ha ragione perché dice le ragioni che tu riporti. Penso anzi che le ragioni che tu riporti non siano il nucleo del ragionamento di Sparky (anch’esso astioso, più che ragionevole). Ho ragione?

    Rispondi
  10. gabri

    Sparky ha assolutamente ragione:
    il problema non è Steve ma Stove, è bruttino l’articolo e noioso il giochino fantastorico di modificare i nomi lasciandoli decifrabili a chi li conosce e con un astio nei confronti della persona abbastanza incomprensibile, a meno
    che non ci abbia avuto a che fare direttamente per qualche motivo.

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  11. marina/marinda

    Opinione femminile: i prodotti apple sono più belli e sul macbook air non ho mai preso un virus.(mentre sul Pc ogni giorno succede qualcosa).

    Sono comunque oggetti del mercato: prodotti con significati che aiutano a vendere.
    E allora?
    Pensate ai politici: sarebbe stupido scegliere di votare che so De magistris perchè è bello, ma sarebbe altrettanto stupido non votarlo perchè è bello. il problema è De Magistris lavora o è solo una presa di posizione di bell’aspetto?
    Non so, per la mia generazione Il Walkman ha cambiato l’approccio alla musica. Pensate che dopo tutti i mangianastri a pila con cuffietta con cui poter andare in giro, camminando o correndo, si son chiamati con il nome di questo prodotto Sony. Walkman, come sottilette (comunemente fette di formaggio fuso) o scottex (carta asciugatutto x la cucina) o la biro (Penna ad inchiostro) o lo scotch (banda adesiva) sono marchi che son diventati nomi comuni.
    Idem l’Ipod, provate dire a vostro figlio di 12 anni per la promozione ti regalo un lettore di mp3 portatile. Non capisce. Risponde ma io voglio l’Ipod. Ma vi garantisco che va’ bene anche un philips in offerta o uno smartphone con cui portarsi dietro il proprio mondo musicale.

    Quindi, alla fine di che cosa stiamo parlando? Uomini non vi scaldate, non stiam parlando scarpe, ma nemmeno di patonza.

    Rispondi
  12. Informatico

    Io invece vorrei dire che Jobs non dovrebbe essere proprio ricordato per i suoi computers, che tra l’altro non erano invenzioni suie e hanno venduto molto poco. Ma solo per le cose che ha fatto negli ultimi anni, che servono a non
    fare un cazzo, come diceva un altrocommentatore. Le diatribe tecniche su Mac hanno il sapore delle guerre di religione, basti dire che Mac OS X è sicuramente granitico perchè NextSTEP ha attinto a piene mani dal codice Unix e BSD, come
    molti altri sistemi operativi “granitici” (c’è gente che tira iMacs contro le dolomiti?) di Apple http://en.wikipedia.org/wiki/Mac_OS_X.
    Un abile venditore, massimo rispetto, con delle colpe piuttosto gravi in quanto a apertura dei prodotti derivati dai lavori di altri (per esempio i sistemi operativi), protocolli proprietari e gli scandalosi margini per prodotti fatti fare in estremo oriente (custodie vendute a 20 dollari per un prezzo di
    produzione di pochi centesimi) venduti alle masse con operazioni commerciali ben studiate. Insomma Jobs grande imprenditore, come quello della Nike, IKEA, Coca-Cola, etc etc.
    E come tutte le chiese, ha i suoi fedeli, alcuni talebani.

    Rispondi
  13. Giacomo

    L’atteggiamento che hanno i bambini (ma anche gli studenti universitari) rispetto al computer è illuminante: lo considerano né più né meno di un elettrodomestico, come il forno a microonde o il frullatore.

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  14. Jeremy Bentham

    Risposta a Sparky, auspicando che la legga e che trovi il tempo, se vorrà, di rispondere. Tendenzialmente su Steve Jobs la penso come te, è il resto che non riesco a capire. Perché tirare in ballo la competenza di chi scrive? Giorgio Marincola ha espresso, in una forma satirica e molto divertente, la sua opinione e non vedo per quale ragione debba essere tacciato di pressapochismo, snobismo radical chic e, quel che è peggio, ignoranza. Preferisci l’informazione, gli articoli, le opinioni, conformi all’arroganza vigente, di Minzolingua o di Giuliano Ferrara che probabilmente non sanno distinguere un Mc da un McDonald? La Rete offre la possibilità di scambiarci le nostre opinioni nella certezza che da una dialettica costruttiva possano nascere le idee del futuro. La tua competenza non può essere usata come una sciabola ma serve a promuovere la tua esperienza che magari servirà come arricchimento per qualcun altro. Finito il sermone – credimi, tutto voglio essere tranne che un parroco – vorrei chiederti, come ha fatto Kiki: che senso ha per te menzionare la sinistra? Io non so per chi votano gli altri del’Undici ma so di per certo che se uno vuol scrivere a favore dei dittatori Assad o Saleh, o dei buontemponi Berlusconi o Casini, o di chi vuoi te, troverà spazio su questo foglio online. E poi scusami, ma non credi che risulti un po’ settario dividere il mondo tra chi è contro la tecnologia e il progresso (quelli di sinistra) e chi è dentro il mondo, dentro il mercato (quelli di destra)? Voglio ricordarti che il dramma del digital divide investe la totalità della popolazione italiana, anche chi come te si ritiene sempre informato sull’ultimo ritrovato prodotto nella Silicon Valley. Nel nostro Paese è la classe dirigente tout court che ha seri problemi con la tecnologia e ne paghiamo le conseguenze tutti, nessuno escluso, anche se sei un piccolo genio del web e dell’informatica. Ultima nota: è vero, dimostri competenza, e ti faccio i miei complimenti anche se non li riterrai indispensabili per vivere, però nella giustamente accorata difesa ti sei fatto prendere la mano dalla tua onniscienza informatica: obsoletizzato, come scrivi, è un termine che usano gli informatici ai quali sarebbe meglio accennare che va bene la tecnologia, va bene il web, va bene un mondo dove il progresso sia al servizio delle nostre necessità, ma almeno esprimiamo tutto questo in italiano nazionale. Ho sempre odiato espressioni come “ho obsoletizzato il server”, primo perché obosoletizzato non esiste in italiano (esiste obsoleto), e poi perché credo che per colmare un gap tecnologico che ci vede soccombere in quasi tutti gli angoli del pianeta sia meglio conservare la nostra identità al di là di tutto. D’altra parte siamo sempre connazionali di Adriano Olivetti, l’uomo che ebbe per primo l’intuizione del personal computer, e tanto per essere un po’ polemico con te, Olivetti aveva fatto la Resistenza ed era di sinistra (ti rimando al bel ritratto che fa di lui Natalia Ginzburg in Lessico famigliare). Spero, senza sarcasmo, di ricevere la tua replica, sempre nel rispetto dell’altro…e questo, caro Sparky, non ce lo insegna di certo né Jobs né Gates! P.S.: non ho mai votato il PD!!!

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  15. Tano

    @Sparky se hai bisogno di qualcosa per il tuo Nokia o symbian, mio fratello è lo smanettone del momento. La Nokia sta quasi per comprarselo ed è indeciso se investire sui cellulari o concentrarsi di più sull’università. Ha 21 anni e studia informatica!!!

    Rispondi
  16. Gigi

    Steve Jobs è stato un genio perché ha creato oggetti che servono a non fare un cazzo. Ipod, Iphone, Ipad servono a chi non ha un cazzo da fare. E’ questo è stato il successo perché oggi tra chi non ha un cazzo da fare e chi non ha voglia di fare un cazzo i clienti sono tantissimi alla over the world.

    Rispondi
  17. kiki

    Beh, Sparky
    i ragazzi de L’Undici saranno radical chic, snobbettini, saputelli (tutti commenti raccolti in questi due anni di vita), ma almeno non si prendono troppo sul serio, ti pare poco? Ti pare da tutti?
    Ma soprattutto, ho scritto per proporre una mozione: si riesce a discutere di qualcosa (apps et similia, caccia, ricette per gli gnocchi, cinema, scudetti rubati e restituiti) senza tirare regolarmente in ballo la sinistra che ha perso e perderà sempre?
    Scritto da un grande ammiratore di Steve Jobs sulla tastiera di un pc (Toshiba)

    Rispondi
  18. Sparky

    Non Vi conoscevo. Leggere però articoli così approssimativi, che peraltro per pura autoreferenza dovrebbero rappresentare “informazione leggera e competente”, mi ha immediatamente offerto una discreta panoramica non solo sull’insostenibile “leggerezza”, ma soprattutto sull’illuminante “competenza” dell’informazione (?) che pretendete di diffondere come oggettiva. La Vostra “pretesa” si percepisce dai toni di articoli come questo vagamente apocalittici e con il vezzino radical-chic del cambio di sillaba, ma privi – ripeto – di quel minimo, prudente know-how generalmente fornito da una competenza personale e/o professionale specifica (che, evidentemente, non possedete).

    Il serafico quanto obiettivo contributo di Tano, invece, grazie al Cielo mi ha riportato sulla terra, rappresentando una semplice esperienza personale (oggettiva) e opponendola, senza polemica ma con la forza tranquilla dell’obiettività, alla Vostra posizione meramente ideologica e aprioristica. Se la sinistra ha perso e perderà sempre, negando uno sbocco culturale a riflessioni serene ed efficaci sul capitalismo, il libero mercato e il ruolo dell’imprenditore post-industriale, lo si deve anche a involuzioni mentali anacronistiche di questo tipo, in cui tutti gli industriali di successo sono “affamatori” e milioni di clienti entusiasti sono “pecoroni”. Complimenti per l’apertura mentale… e soprattutto per il rispetto verso il prossimo.

    Quello che però fa storcere maggiormente la bocca, in realtà, è l’assoluta ignoranza del fenomeno Apple e dell’effettiva incidenza della stessa sul mercato informatico degli ultimi 15 anni: ridurre, ad esempio, il successo di “iTrick” all’estetica e al “vittimismo da moda” di milioni di clienti è semplicemente riduttivo o, quantomeno, eufemisticamente inesatto. Apple – meglio, Jobs al rientro – si concentrò anche su nuove utenze, come quella domestica (attenta sì all’appeal, ma anche e soprattutto alla semplicità che un all-in-one poteva offrire) che non voleva libretti di istruzioni ma modem e drive integrati, schermi non ingombranti, pochissime preoccupazioni no-skill. Qui sta la grandezza assoluta di Jobs e, evidentemente e contemporaneamente, l’incapacità di taluni talebani di comprendere la stessa alla luce degli imbarazzanti ed esuberanti dati di mercato… rifugiandosi nell’angolino della pubblicità e del mero ‘fighismo’. Sono pubblicitario da vent’anni, posso certamente affermare: state tranquilli… purtroppo per me (per noi) non esiste campagna, per quanto cool, costosa ed epica, che da sola faccia vendere 10 mln di telefonini. La gente soppesa e valuta, poi compra: il marketing è una scienza a sovranità limitata e nessuno indosserebbe delle Nike se fossero zoccoli di legno carnivori.
    E’ il software, la fotocamera HDR, il display Retina, i milioni di Apps e, soprattutto, un OS monumentale “fanno” iPhone… e solo in ultima istanza il design (peraltro indubbiamente spettacolare). E lo dico da delusissimo proprietario Nokia, che confidava (troppo) nel proprio ostentato anticonformismo, in Symbian e nel costo minore rispetto al melafonino.

    Tanto per parlarci chiaro: sto scrivendo da un Apple MBP del gennaio 2006, pagato quanto un PC portatile di pari prestazioni ma a tutt’oggi macchina eccellente e non così obsoletizzata come la concorrenza. Rimane un computer solido e potente, in alluminio, non nella classica plastica offerta da mille altri. Ho sempre aggiornato il S.O. acquistando periodicamente quelli più aggiornati e spendendo, nell’ultimo caso – Lion 10.7, “ben” 23 Euro. Lavoro principalmente con iWorks (la suite di prodotti compatibili Office realizzata da Apple), acquistata per 69 Euro. E sono un professionista, altrimenti come studente/insegnante avrei avuto diritto a consistenti sconti.
    Ho fatto acquistare un iPad a mio padre, che a 65 anni aveva necessità di scrivere e ricevere email, navigare su web e lavorare in Office. E’ incapace di gestire un mouse e non ha ancora capito, dopo anni di PC portatili, come copiare/incollare una cartella. Tipico esempio di testardo professionista old-economy.
    Ha imparato a usare iPad in meno di 24 ore ed è tecnologicamente indipendente: questi sono risultati, il resto è ‘fuffa’.

    Ironia della trance ideologica e agonistica in cui state annaspando dall’istante della dipartita del buon Jobs – state dedicando allo smontaggio della sua figura più tempo e spazio di quanto dedicato alla sua memoria dell’ufficio stampa Apple! – state utilizzando all’uopo un canale prettamente online, quindi sostanzialmente sputando nel piatto in cui tutti immergiamo il nostro pane quotidiano. Eh, sì, ragazzi, c’è un po’ di Apple in quella tastiera che stiamo digitando e senza Internet forse non si sarebbero venduti tanti iMac. Non sarebbe forse il caso di lanciare anatemi contro gli informatici planetari sgolandosi dall’alto di un semplice panchetto in Speakers’ Corner? :-D

    (Ah: Mac OS X, sistema granitico e low-cost, deriva direttamente da “PreviousSTEP”. Ma questa è un’altra storia…)

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  19. giorgio marincola

    @ Tano
    Per favore non iniziamo con le battaglie di religione. è meglio linux no meglio windows, no meglio Mac. A te è stato detto e ti è andato bene, però non è necessario ripetere il dogma. Ti sei abituato subito, ok, come scritto nell’articolo, moltissimi prima di te si sono abituati a windows a da allora basta.
    Per finire, risposta alla tua domanda finale: non tutti, diciamo un 50% :). Non c’è niente di male, basta che non la menino con “il mac è meglio di tutti” e poi leggono solo la posta.

    @ Jumpi
    D’accordo. Non è bello ma è cosí, bravo Stoves.
    Quindi lasciamo perdere la brodaglia del “fondatore di una nuova epoca”, “rivoluzione digitale”, “addio genio”…
    Ferraglia con dello zucchero, ricordiamoci.

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  20. giampi

    Jobs ha compreso prima di altri che le masse avrebbero scelto e comprato i computer (e altri gadgets) come comprano le automobili: basandosi più sull’estetica che sulla qualità dello spinterogeno.

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  21. Tano

    Non credo che i prodotti Apple siano solo bellezza. Funziona, anche bene, e durano nel tempo. Dal mio punto di vista parlo dei MacBook. Non ho un Ipad ne Iphone ne IPod, e penso che non ne avrò mai uno. Appena entrato nella comunità scientifica dove ancora per poco lavoro, mi sono trovato circondato da computer Apple. Mi è stato detto che che era la migliore scetla per il lavoro e che me ne avrebbero comprato uno, il piu fico al momento, perche funzionava bene. Aveva molti dei vantaggi di linux e windows, e allo stesso tempo pochi dei loro dis-vantaggi. Non avevo mai visto un Mac fino ad allora. Mi ci sono abituato subiro, tanto da coprarne uno mio, portatile appunto. GIrando per congressi ho avuto modo di vedere che il 50 % degli scenziati, copratutto i dinosauri-professoroni, ma anche giovani ambiziosi e molto bravi, fossero in possesso di MacBook. Sono tutti dei modaioli consumisti?

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