Finanza e rivoluzione

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Riempie di orgoglio sentire alcuni manifestanti americani che protestano contro Wall Street intonare allo Zuccotti Park “Bella Ciao”…

…la canzone degli italiani che comunica universalmente il messaggio di resistenza alla canaglia, di lotta contro l’ingiustizia di un tiranno che ha preso possesso della casa in cui si vive, di mantenimento dei diritti e delle opportunità che giustamente si vogliono custodire. Il tiranno, la canaglia si chiama finanza e tra finanza e rivoluzione il passo è breve. Non che i newyorkesi, figli del paese capitalista per etichetta saranno i capitani della rivoluzione, ma tra non molto, tra qualche anno (forse dieci, venti o anche l’anno prossimo?) alcuni, meno viziati e più consapevoli di quelli che urlano a Wall Street, in qualche altra parte del mondo occidentale e democratico potrebbero trasformare la protesta in lotta, si spera senza armi, e costringere fino in fondo ad un cambiamento.

La situazione economico-finanziaria libera nel mondo un sentimento contrastante di rivincita di chi non ha mai avuto voce in capitolo e che pervade le menti più libere, di milioni di persone che si sono accorti dei giochi monetari, dell’astrazione mercatistica, tuttavia così materiale nella vita della gente, consumati a loro insaputa da dirigenti che nessuno ha votato e di cui si conosce appena l’esistenza. Qualcuno sa con quali criteri è stata scelta la Lagarde al FMI, fondo monetario internazionale, o Trichet alla BCE, banca centrale europea, o Pascal Lamy alla WTO, l’organizzazione mondiale del commercio?
Qualche americano ha avuto modo di avanzare un’opinione sul capo della Federal Reserve Bank, la banca centrale americana? Certamente nell’odierno spirito di rivolta contro il potere ci sono le naturali degenerazioni, per la verità un po’ grottesche: l’elemosina concessa dall’americano Warren Buffet che si vergogna, dopo quanti anni però?, di pagare meno soldi in tasse rispetto ad un lavoratore a stelle e strisce, proprio perché le rendite finanziarie sono tassate di meno delle rendite da lavoro; la sconcertante lettera di Della Valle pubblicata sui giornali italiani – proprio lui che ospitava in barca Clementone Mastella, forse l’aggregato più simbolico di opportunismo elettorale e di politica ignorante dei mercati e del mondo che ci ha relegato fuori dai giochi, e mentre gli altri investivano in innovazione, questi pensavano a creare carrozzoni clientelari a danno dalla spesa pubblica e solo per acchiappare qualche voto in più -; le primavere arabe mascherate da rivoluzioni e che invece vanno ad irrobustire il tessuto plutocratico dell’Occidente intero, Siria esclusa dove l’orchestra rivoluzionaria ha assunto i toni duri della libertà agognata senza l’aiuto di risoluzioni ONU che furbescamente servono a giustificare le spinte espansionistiche di paesi come Francia e Gran Bretagna.
A proposito perché nessuno interviene in Siria? Le rivolte e gli scontri degli ultimi mesi sono avvenute in zone del pianeta dove la storia dei diritti acquisiti sembrava aver avuto un lieto fine: l’onore islandese dopo il fallimento dello Stato e delle banche, la guerilla estiva di Londra, le urla del popolo greco, l’indignazione spagnola, i singhiozzi italiani, vede, protagonisti, persone cresciute nel benessere occidentale, europei che si sono visti aprire dinanzi loro le praterie dell’iniquità e presentare una scala sociale irrimediabilmente off limits. Tutti a protestare, deliberatamente o meno, contro un unico nemico: la finanza, che ha ridotto le aspettative socio-economiche di intere generazioni.

Quando la finanza ha smesso di essere un’appendice dell’economia e ne è diventata l’asse portante i problemi per il mondo sono esplosi, all’inizio sembrava l’approssimarsi glorioso di una nuova frontiera, la possibilità di fare soldi attraverso dei calcoli matematici e un gran fiuto da scommettitore, poi quando il mondo ha perso il suo valore la finanza ne ha afferrato quanto restava e adesso ci si ritrova in un ordinamento più diseguale dal quale risulta arduo, o addirittura controproducente uscire, la classica storia del cane che si morde la coda.
I mercati, le borse servono se usati bene, e servono perché si può guadagnare con una grande azienda quotata in borsa, attraverso titoli e obbligazioni lucenti e robuste, un monte di soldi per finanziarsi, per sviluppare grandi idee, ma se tutto rimane come un fine e non si tramuta come un mezzo, la finanza è il portantino del più scaltro, per fare soldi, ancora soldi, solo soldi investiti in niente. Per un ricco italiano quale vantaggio, ora, può avere investire in un venture capital, sostanzialmente in idee nuove da sviluppare industrialmente, rispetto a farlo in un hedge fund, un fondo speculativo? Il 99,9 per cento investe nel secondo, senza appelli, senza sconti, senza ascoltarle neanche, le idee. Lo sanno gli operai della Fiat, tutti, che hanno smesso di ricevere progetti di sviluppo industriale perché i loro manager pensavano a giocare in Borsa invece di usare i quattrini del mercato per concorrere a qualche nuova idea geniale. Il problema principale di un’azienda come la Fiat è che ha smesso di produrre automobili che stanno sul mercato, il resto, Pomigliano, Grugliasco etc., le polemiche sindacali, gli investimenti avventuristici come la Chrysler, sono solo conseguenza di una mancata crescita.
Non c’è speculazione finanziaria che tenga contro una sana, forte, competitiva produzione industriale a meno che i manager che amministrano una società con forti quote di mercato impazziscano tutti ad un tratto. Tuttavia è difficile pensare che una società come la Apple possa autodistruggersi e questo perché la Apple studia, ricerca, investe, se ne frega dei giochini politici e vince giocando bene, non solo incassando i profitti ma facendo divertire i dipendenti e il pubblico. Ad approfittare del primato della finanza speculativa sono stati i più prepotenti, non i meritevoli, ma coloro che si trovavano in situazioni di contrattualizzazione vantaggiosa nei confronti della politica e dell’economia, che rimangono in teoria due pianeti dove è possibile produrre energia pulita rispetto alla finanza contemporanea che sembra l’universo distopico dove atterra Marty McFly in Back to the Future II.
Si gioca, la globalizzazione finanziaria spinge i protagonisti al gioco dove vincere è tutto, perché, come è ovvio, chi entra in una ricevitoria non ci entra per perdere ma per vincere, e più soldi possibili. Credit default swap, hedge fund sono strumenti per raggiungere tutto questo, senza il rischio di usare il cervello ma solo la furbizia di un high frequency trading o di un’analisi matematica ben composta e routiniera. Ci sono uomini nel mondo che nella vita non hanno fatto altro che speculare sulle disgrazie dei paesi, degli enti, delle banche, come il messicano Carlos Slim che riesce a vendere titoli e azioni quando più gli conviene o l’americano George Soros che vinse, non guadagnò, ma vinse un miliardo di dollari scommettendo contro la Banca d’Inghilterra. Per carità non ha infranto la legge, ha usato uno strumento finanziario, lo short selling, o vendita allo scoperto, cioè ha venduto alcuni titoli che ancora non aveva in portafoglio per poi riacquistarli quando i titoli avevano perso di valore, si giocò il suo intero patrimonio scommettendo che la Banca d’Inghilterra non sarebbe riuscita ad aumentare i tassi d’interesse e a lasciare i tassi di cambio della moneta fluttuante. In poche parole la Banca d’Inghilterra dovette svalutare la sterlina e fece uscire la moneta dal Sistema Monetario Europeo, lo SME, questo comportò il guadagno di Soros che aveva comprato titoli con l’obbiettivo che andassero male.
Come quando si va in ricevitoria e si scommette contro la vittoria della Roma o della Juventus. Sono gli esempi di come alla domanda che si fa ai bambini, che cosa vuoi fare da grande, questi dovrebbero rispondere senza indugi: lo scommettitore. Certo Soros è stato geniale, ma di quella svalutazione della sterlina nel 1992 un lavoratore inglese ne aveva proprio bisogno? Le gioie finanziarie di uno o pochi possono buttare al macero l’economia produttiva di migliaia di lavoratori? Le mille alchimie della finanza consentono ai grandi speculatori anche di scommettere contro loro stessi o contro il proprio paese. Se ci sono dei debitori che devono pagare si può sempre scommettere contro di loro. Se pagano si avranno indietro i crediti che possiedi nei loro confronti, se non lo fanno avrai guadagnato dalla tua scommessa contro di loro. Anzi è molto meglio perdere i crediti che si avevano perché i soldi che guadagni con le scommesse contro i debitori sono tassati infinitamente meno rispetto ai soldi che si sarebbero guadagnati al netto delle tasse con la società che si possiede.
Si prenda ad esempio un’industria a cui serve del petrolio, un tempo, questa, contro il timore di un aumento dei prezzi del petrolio, si premuniva comprando quantità di petrolio, e magari contro i rischi sui crediti costituiva un fondo, un tesoretto che mettesse al riparo dai guai di insolvenza. Adesso se si possiede un’azienda che consuma petrolio è più vantaggioso scommettere sull’innalzamento dei prezzi del petrolio grazie ad un altro strumento del diavolo finanziario: il famigerato derivato. Se non riesci a mandare avanti l’azienda perché il petrolio è salito di prezzo hai guadagnato con la scommessa a perdere che hai fatto contro te stesso, con il risultato che il conto in banca di pochi sale mentre l’azienda avrà perso peso sul mercato perché dovrà far fronte a ineludibili tagli, impoverimenti infrastrutturali, chiusura di stabilimenti, licenziamenti e quanto di peggio. Tutto a danno dei lavoratori e del mercato indotto, e questo, da sottolineare, non è populismo. Il nemico odierno si chiama cattiva finanza e se nell’Ottocento i moti e le rivoluzioni si sono sviluppati a causa della mancanza di libertà dei popoli, sul desiderio di autodeterminazione, ora il quadro è cambiato di poco, quello che c’è in ballo è la libertà e l’uguaglianza (partire, cioè, tutti dagli stessi blocchi di partenza). Una libertà ed un’uguaglianza diverse, ma molto simili alla liberté e alle egalité francesi della fine del Settecento. Nessuno mette in dubbio l’appartenenza allo Stato in cui si vive, non lo fanno gli Indignados spagnoli, non lo fanno gli Occupy Wall Street americani, o i Pirati tedeschi, non lo fanno gli aderenti al Movimento a Cinque Stelle che sono il corrispettivo di questi movimenti, anzi ad essere onesti, sono gli antesignani dal momento che il movimento originato da Grillo ha preso il via nel 2009.
In Occidente la gente protesta, ovunque, e lo fa non perché vuole cacciare il nemico straniero come nell’Ottocento ma perché vuole rimodulare e, negli istinti più profondi, cacciare il nemico globalizzato e finanziario che influenza il mercato del lavoro. La partita si gioca quindi sul terreno bombardato del lavoro. La finanza ha depauperato l’economia e la produzione, è sotto gli occhi di tutti. Gli imprenditori occidentali più à la page  sono i magnati russi, ex burocrati di Stato, funzionari di partito, facenti parte del sottobosco del Kgb che hanno acquistato a debito
grazie ad un altro strumento finanziario, il leveraged buyout
, enormi aziende di stato dalle risorse infinite di gas, metalli e petrolio, un po’ come fece anni fa Tronchetti Provera con Telecom, inaugurando la catastrofe in itinere dell’ex più grande azienda telefonica d’Europa. Roman Abramovich, Oleg Deripasca e Sulejman Kerimov, padroni di aziende dai capitali illimitati non sono Steve Jobs o Rockfeller e neanche Adriano Olivetti, loro hanno solo ereditato a prezzi di successione stracciati l’impero che possiedono, non producendo posti di lavoro nuovi ma arricchendosi disgustosamente grazie ai ricatti che le fonti primarie di energia (queste sì limitate) suggeriscono. Di rivoluzioni è difficile parlare al giorno d’oggi anche se i dizionari storici del futuro riporteranno nei primi anni del duemila varie rivoluzioni pacifiche nel solco della disobbedienza civile come quella serba del 2000, quella arancione dell’Ucraina, quella delle rose in Georgia, quella dei tulipani in Kirghigistan, eppure una storiografia più attenta non potrà rimediare al fatto che questi movimenti non hanno portato ad un bel nulla che non sia stata una piena accettazione dall’Occidente, con nuovi leader che fossero più graditi ai paesi padroni del mondo, come accade d’altra parte in Libia o in Egitto o in Tunisia. Rivoluzioni col bollino dei mercati. Le immagini festanti di Cameron e Sarkozy che brandiscono goffamente l’arma dell’ipocrisia, nascosta da un sorriso smagliante, saranno il simbolo della rivoluzione mancata futura. La rivoluzione compiuta futura si giocherà come detto sul campo del lavoro se si considera che nell’area Ocse, un’area che monitora i paesi sviluppati, i disoccupati sono 44 milioni, la cellula drammatica è pronta ad estendersi in tutto il corpo sociale. La prossima rivoluzione, quella dove si mostrerà una popolazione consapevole, sarà per la mancanza di lavoro, a favore di un abbattimento dell’ordine finanziario che così come composto non produce nulla se non l’allargamento della forbice tra ricchi e poveri. Altre realtà si affacciano, altri paesi ormai producono. I Brics, Brasile Russia India Cina Sudafrica, il Civet, Colombia Indonesia Vietnam Egitto Turchia, che inevitabilmente si stanno trasformando da soggetti economici interdipendenti a soggetti politici capaci di scegliere e imporre le proprie scelte – non ultimo la mossa dei cinesi di tassare con dazi le terre rare, quegli elementi che servono a costruire gli oggetti di alta tecnologia di cui le generazioni dai venti ai quaranta anni non possono fare a meno. D’altra parte le scelte finanziare di questi paesi emergenti stanno influenzando i comportamenti politici che come al solito si acquattano come un cane bastonato di fronte al padrone finanziario. Non è una coincidenza che al Dalai Lama non è stato concesso il visto in Sudafrica proprio perché il paese dell’ex apartheid ha avuto dalla Cina, nemica del Tibet, ingenti investimenti nella sua terra. Noi Europei invece scontiamo una politica che, al solito, per far fonte alla crisi finanziaria si indebita, o con la ventilata ipotesi degli Eurobond per “scaturire” liquidità e ammorbare un istituto forte come la BCE, oppure istituendo l’Efts, il fondo salva stati, che ha già denunciato forti limiti se nell’estate del 2010 sono stati dati 110 milioni alla Grecia su decisone di Ue e Fmi, 29 miliardi dei quali già fagocitati come le locuste che azzannano il grano, e di rifinanziarla con altri 109 miliardi che dovranno essere approvati dai singoli Stati tra cui l’Italia che contribuisce non poco con un obolo di svariati miliardi di euro. Non è vero ovviamente che le banche sono al riparo perché sempre questa cattiva finanza ha costruito il proprio reticolato in modo tale che tutti dipendano da tutti, e oltre agli esempi catastrofici dei mutui subprime, o dei titoli tossici greci acquistati pantagruelicamente dalle banche francesi, è sufficiente pensare al sistema interbancario dove le banche prestano soldi ad altre banche secondo un tasso concordato, in Europa è l’Euribor. Tutte le banche sono legate a filo spesso e niente può essere rimosso, a patto di un utopico ricalcolo dei tassi e degli interessi. Il default non è un’evenienza da romanzo di Pynchon, non è un rumore bianco e neanche una barzelletta come il provincialismo di taluni vorrebbe credere. Il default è dietro di noi – nel 1998 in Russia, questa la causa della creazione dell’oligarchia politico-finanziaria, è in Argentina, con le cartolarizzazioni, altro strumento del diavolo finanziario, che hanno devastato il valore di uno degli Stati più caratteristici del pianeta, è in Islanda dove fortunatamente il percorso di autocoscienza nazionale ha prodotto una faticosa e inusitata costituzione del popolo. Prodi aveva quanto meno a parole centrato con discreta analisi il problema parlando con una preoccupazione poco elettorale di cuneo fiscale e abbattimento del debito pubblico a fronte del piazzista di Arcore che proclamava con voluttuosità da televendita l’abolizione dell’ICI, l’unica tassa pagata del disastrato sistema tributario evasivo della Penisola. Questo a dire che, a prescindere da quello che avviene in Grecia, l’Italia rischia il default a causa del debito pubblico elevato e degli interessi su di esso che avremo difficoltà a pagare da qui a qualche anno. Utopistico pensare che una rivoluzione di libertà ed uguaglianza possa investire il Paese quando gli stipendi diminuiranno, le banche non concederanno più mutui se non a tassi esagerati e il lavoro scadrà sempre di più in uno scantinato di Barletta? La risposta è si, è utopistico perché abbiamo per ora tanta ricchezza privata, tanto patrimonio, ma se questo patrimonio si svalutasse saremmo ancora in grado di poter dire che un italiano, fino ad ora protetto dai soldi della nonna, se ne starà fermo in un’Europa futura animata da fermenti di rivolta? Alcuni Stati in Europa cercano politicamente, e non aspettando i voli della finanza, di eliminare a monte il dubbio, come la Danimarca che, dopo aver eletto una donna come presidente del consiglio, ha visto nominare da quest’ultima, al ministero delle finanze, un giovane di ventisei anni, che, sia detto, potrà anche rivelarsi un perfetto incapace ma la domanda è sempre la stessa: i nostri brontosauri sono stati capaci? E quelli greci che hanno truccato i conti? Trattasi di grande amministratore il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi che compra il 5% di Aeroporti Firenze comportandosi come un finanziere che spende 15 milioni di soldi pubblici? Un monito si aggira per l’Europa: più la politica si appiattirà sulla finanza più da qualche parte ci sarà il rischio di una rivoluzione. Quelli che protestano oggi saranno quelli che protesteranno domani, e sono e saranno rivoluzionari nei confronti della finanza, e ribelli nei riguardi della politica. Rivoluzionari perché vogliono e vorranno una riscrittura delle regole finanziarie, ribelli perché vogliono e vorranno che la politica rispetti le regole già scritte e che la classe dirigente non conosce o fa finta di non sapere. La politica rispetti i suoi propositi, la finanza li reinventi.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

Cosa ne è stato scritto

  1. giampi

    Esatto: è come scommettere contro la vittoria della Roma o della Juventus *e* andare a spaccare la gamba a Totti o Del Piero senza che esista alcuna legge che ti vieti di farlo.

    Rispondi

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