Che Bandoneón!

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In un articolo precedente abbiamo parlato dell’argentino ideal, Carlos Gardel. Abbiamo parlato della sua storia, della sua fama legata indissolubilmente al tango.

Penso che chiunque, quando sente parlare di tango, pensa a Gardel o magari ripensa ad Astor Piazzolla, sì, quello della canzone della pubblicità del “Vecchia Romagna”. Quella canzone si chiama “Libertango”, uno dei temi più famosi del maestro Piazzolla.

La “voce” di “Libertango” non è quella di Gardel, tanto meno quella di Piazzolla, ma è quella del bandoneón (da non confondere con la fisarmonica (accordeon): la prima, infatti, ha solo i bottoni, mentre il secondo utilizza una tastiera). Vale la pena quindi raccontare un po’ la storia e l’essenza dell’altro grande protagonista, insieme a Gardel, della massima espressione musicale della Buenos Aires del secolo scorso.

Il bandoneón

Nelle ultime due decadi dell’ ’800 il Rio de la Plata (il fiume che bagna Buenos Aires, NdR) fu testimone della nascita di una musica che si sarebbe convertita poi nell’espressione piu ricca e rappresentativa della cultura Rio-Platense: il tango. I primi strumenti che formavano gli ensemble che diedero voce al tango erano l’arpa, il violino, la chitarra e la grancassa (bombo). Col passare del tempo il pianoforte e il contrabasso presero il posto dell’arpa e del bombo, e i primi esemble porteñi (di Buenos Aires, NdR) iniziarono a dare vigore e forza a questo nuovo genere. Un musica, il tango, cittadina e allo stesso tempo universale e che incoscientemente aspettava l’arrivo di quello strumento che lo avrebbe completato e reso unico: il bandoneón.

Il bandonenon arrivò a Buenos Aires nel 1864 nella valigia di un immigrante tedesco che mai e poi mai avrebbe potuto immaginare che lo strumento che egli portava con sè si sarebbe convertito nella firma indelebile del tango. Il “fueye” (mantice, altro nome del bandoneón, NdR) era destinato ad arricchire il tango con le sue molteplici sfumature. Il bandoneón si asfissiava in Europa: aveva bisogno di respirare la buona aria porteña intrisa di tango; tango che a sua volta aspettava di essere interpretato e toccato nell’anima da questa cassa misteriosa con i bottoni. Il bandoneón era uno strumento religioso da chiesa che in Germania nacque e e crebbe con la sua lirica inconfondibile; tuttavia fu nella placenta bonaerense dove maturó la sua vera personalità.

6a00d8341c345453ef017615f101b3970c-800wiUno dei maestri del tango, innovatore nel dar voce al bandoneón, fu Pedro Maffia (dall’inconfondibile cognome italiano). Sebbene iniziò la sua vita da tanguero sul pianoforte, tuttavia quello strumento era troppo grande per poter arrivare nella profondità del suo spirito ed esprimerne le emozioni. Le sue piccole dita scivolavano inutilmente sui tasti del pianforte. Maffia aveva bisogno di uno strumento più piccolo capace di farlo piangere d’emozione con il tremolio di una carezza. Uno strumento che si potesse tenere tra le braccia per averlo così piu vicino al cuore. Forse per questo motivo scelse il bandoneon e come lui molti altri maestri come Pedro Laurenz il “pichuco” Anibal Troilo, Astor Piazzola per citarne alcuni…

Molti componimenti sono stati dedicati allo strumento piu rappresentativo del tango. Il Bandoneon fu capace di creare un vincolo indissolubile con la sensibilità dell’anima dell’artista e questi si rivolge allo strumento, da pari a pari, parlandogli con la poesia. Parlare con uno strumento?? Ebbene si.. Il bandoneón è un sentimento sonoro che nel mistero della profonda spiritualità tanguera prende le sembianze di un fratello, un amico, un figlio..una vita condivisa. Molti sono i geniali poeti del tango che al bandoneon hanno dedicato canzoni. Nel 1956 Catulo Castillo scrive con la collaborazione musicale di Annibal Troilo: “La ultima curda”. In questa canzone il poeta dialoga con il bandoneon, personificato da Troilo, evidenziando la fratellanza indissolubile che lo lega a questo strumento, che conosce tutti i suoi segreti, successi e sconfitte.

Il bandoneón ascolta e conforta sempre il suo “socio” e questi sa perfettamente che quella scatola con i bottoni saprà dare la giusta risonanza alla sua gioia e al suo dolore..
Il bandoneon forma parte di moltissimi altri tanghi, per la semplice ragione che questi tanghi sono stati scritti per poter esprimere la sua voce. Una leggenda popolare argentina dice che noi tutti – cultori dell’amore e dell’amicizia – respiriamo come un bandoneon che, al sospirare ogni nota, tende un laccio verso il mondo. Il bandoneon – un polmone cadenzato che respira appasionatamente – purifica la nostra aria, l’aria ossigena il sangue che arriva dritto al cuore rivitalizzando cosi i nostri piu profondi sentimenti.

Vi lascio proprio con un video, simbolo dell’intesa tra Annibal Troilo e quella che secondo me  è la voce piu emozionante dell’ondata tanghera post-Gardeliana.
Per voi “La ultima Curda”,  cantanta dal grande Roberto “el  Polaco”  Goyenche

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