“Buon lavoro e buona serata”: come il capitalismo ci ha tolto il saluto

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Una delle scene più belle di “Habemus Papam” è quella in cui la guardia svizzera che fa da controfigura al Papa suona a tutto volume “Todo Cambia” di Mercedes Sosa, mentre i porporati applaudono a tempo.

In quel momento ho avuto la rassicurante conferma che al mondo non esista veramente niente di assoluto, nemmeno dietro le austere mura del Vaticano. E se non esiste l’assoluto nei domini della Chiesa, figuriamoci quando ci spostiamo nei più profani territori della cultura popolare.

Buona serata…

Insieme ai papi, alle mode e alle culture, anche le lingue cambiano. Soprattutto quelle vive, che si distinguono da quelle morte per essere in continua, imprevedibile mutazione. Uno dei cambiamenti più interessanti che ho registrato di recente nella lingua italiana è il modo di salutarsi. In particolare, da qualche anno a questa parte ho notato l’affermarsi di due forme di neo-saluto: “Buon lavoro” e “Buona serata”, che hanno portato alla quasi estinzione di più tradizionali forme di saluto quali “Arrivederci” e “Buonasera”.

Le parole o espressioni che intervengono a cambiare il linguaggio si presentano in modo particolare. Quando le senti per la prima volta, suonano strane, come se avessero un timbro o un volume diverso dal resto del parlato. Inizialmente,  quando sentivo “Buon lavoro”, mi suonava stonato. C’era qualcosa che strideva, nell’uso diffuso e casuale della parola “lavoro”. Da ragazzino, ad esempio, sentivo sempre gli adulti parlare del lavoro con toni sospesi fra l’ironia e la rassegnazione. Nessuno credeva veramente che il lavoro potesse essere “buono”. Il lavoro era lavoro. Anzi, meno se ne parlava, meglio si stava.

Deve essere un nostro tratto culturale, qualcosa che caratterizza la cultura italiana rispetto all’idea stessa del lavoro, ma tant’è: lavorare stanca. D’accordo, secondo la nostra Costituzione, “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Ma detto francamente, l’Italia non è certo nota al mondo per essere la patria di solerti lavoratori. Noi italiani siamo sicuramente estrosi, caparbi, anche, ma da quanto ne so Alexey Stakhanov non era certo originario della costiera Amalfitana.

Ovvio, se vogliamo augurarci che l’idraulico che ci fattura la riparazione dello scaldabagno a cento euro l’ora faccia il suo lavoro in modo efficiente e rapido, allora l’augurio risulta del tutto comprensibile. Il problema che “Buon lavoro” è diventato una forma di saluto standard, con cui ci congediamo indistintamente da avvocati, postini e operatori di “call center”. Quindi anche da gente che verosimilmente detesta il proprio lavoro. Il colmo è che un paio di mesi fa ho sentito una ragazza salutare un carabiniere con “Buon lavoro!”. Ora, l’arma dei carabinieri è stata per anni il bersaglio di una letteratura di barzellette. Da quanto tempo il contributo della Benemerita alla popolazione civile è diventato così vitale da meritarsi quell’auspicio così  professionale?

Ma soprattutto, da quando il lavoro è diventato così importante da entrare a pieno titolo nelle nostre forme di saluto? Io sospetto che questa mutazione linguistica abbia a che fare con cambiamenti politici ed economici di vasta portata. Prima di addentrarmi nell’analisi, vorrei però parlare di un altro neo-saluto entrato con prepotenza nel nostro vissuto quotidiano: “Buona Serata”. Se possibile, “Buona Serata” èancora più diffuso, e in parte anche più subdolo, di “Buon Lavoro”. E’ diventato una specie di lubrificante sociale che demarca il passaggio dal giorno alla notte. Agisce da passpartout per una nuova fase della giornata, che si apre lungo il tratteggio prodotto da un’altra occasione sociale di recente genesi: l’aperitivo.

Non a caso, la prima volta che ho sentito usare l’espressione “Buona serata” è stato proprio durante un aperitivo. Il barista salutava in modo complice un avventore, come se volesse consegnarli una parola d’ordine per varcare soglie speciali, che nella mia immaginazione lo avrebbero introdotto in situazioni chiassose, o eccitanti, o addirittura proibite. E’ come se il nuovo rito sociale dell’aperitivo avesse trasformato la scansione delle fasi del giorno. Prima, dal giorno si passava alla sera. Ancora prima, ai tempi della civiltà agricola, il giorno si concludeva direttamente con la notte. E poi è arrivato l’aperitivo, che ha rimescolato le carte in tavola. Ad esempio, ha ridimensionato l’antico rito della cena in più specifiche funzioni – nelle varianti cena romantica, o cena dopo il calcetto, o cena al microonde – e ha definitivamente imposto la “serata” come l’orizzonte temporale e culturale in cui muoversi dopo il calar del sole.

Ma che cosa distingue una semplice sera da una più luccicante “serata”? Perché per indicare le ore dopo il tramonto si è diffuso questo termine così televisivo? Una volta ci saremmo salutati – in base al grado di intimità e di informalità – con un semplice “Ciao”, un più cordiale “Arrivederci”, o nelle versioni più rispettosi o sussiegose, “Arrivederla”, oppure con il “Buonasera” che classicamente faceva pendant con “Buongiorno”, creando la coppia di saluti che denotavano cortesia e discrezione. Adesso invece, la “sera” è diventata “serata”, e “Buonasera” e’ stato rottamato in favore del più trendy “Buona Serata”

Personalmente, questo saluto mi ha sempre trasmesso un intimo senso di inadeguatezza. Quando qualcuno mi salutava con un ammiccante “Buona serata” – accompagnato dal suo trailer di visioni di divertimento sfrenato – subito mi preoccupavo che il mio interlocutore intuisse che non avevo nessun progetto per la serata. E al disagio, subito seguiva l’invidia per un’immagine di serata mirabolante a cui il mio interlocutore si stava preparando, e da cui io ero escluso.  Fra l’altro, era lo stesso senso di inadeguatezza che insorgeva quando mi salutavano con “Buon Lavoro”, e mestamente mi confessavo che stavo per andare a fare cose di cui non ero veramente competente, né appassionato.

La fregatura delle mutazioni del linguaggio è che a volte avvengono senza che noi possiamo fare veramente nulla a riguardo. Se la società decide che adesso ci si saluta così, non ci resta che adeguarci. E quindi via di “Buon lavoro”, usato con quella parvenza di brillante convinzione che fa molto business, anche se di questi tempi “un buon lavoro” è un miraggio sempre più pallido. E dopo il lavoro, vai di “Buona serata”, snocciolato davanti ad uno spritz con imposta disinvoltura, anche in quelle sere che staresti più volentieri a  piangere davanti a un muro. Il tutto perché siamo animali sociali, e il linguaggio è come un vestito che dobbiamo indossare per forza, per coprire le nostra “nudità” ed essere accettati dai nostri simili.

Ma c’è un momento in cui certe forme del linguaggio, come certi capi d’abbigliamento che erano di tendenza l’anno precedente, rivelano i segni del tempo: le fibre si sfilacciano, il taglio appare vecchio e banale, e si mostrano in tutta la loro inutilità. Succede quando le condizioni economiche, politiche e sociali che hanno prodotto quelle espressioni, o quelle mode, non sussistono più. E la naturalezza di quelle parole o di quei vestiti svanisce, rimane solo la trama artificiale che le compone. E’ cosi che mi sono accorto che “Buon lavoro” e “Buona serata” erano i prodotti di un ambiente culturale nato durante il decennio del capitalismo post-industriale sfrenato, conosciuto anche come neo-liberismo, un modello economico reso anacronisti
co dalla recente crisi economica globale.

L’aspetto paradossale di questo fenomeno è che negli anni in cui non si faceva altro che parlare di lavoro, al punto di usarlo anche come forma di saluto, il lavoro ha perso quasi completamente la sua sostanza economica, sociale, e politica. I contratti si sono sempre più accorciati, le competenze sempre più impoverite, e i salari sempre più assottigliati. E’ come se di comune accordo avessimo fatto ricorso ad una celebrazione simbolica del lavoro per compensare il suo progressivo deterioramento reale. Un po’ come nel detestabile uso del “politically correct” di edulcorare condizioni problematiche o subordinate dietro comode etichette linguistiche: escort, ipovedente, operatore ecologico, collaboratrice familiare, assistente di volo, ecc. In breve: “Buon lavoro” si potrebbe liberamente tradurre in “So che stai per fare un lavoro precario, inutile e sottopagato, ma non ci pensare, siamo tutti sulla stessa barca. Inoltre, sospetto che nella tua vita ci sia rimasto poco altro quindi voglio aiutarti a mantenere viva l’illusione che non stai buttando nel cesso i tuoi giorni”.

E qui ci colleghiamo a “Buona serata”, che è il saluto gemello di “Buon Lavoro”, entrambi figli dell’epoca neo-liberista. Se “Buon lavoro” designa il momento della produzione, la fase della giornata in cui l’uomo lavora, produce e distribuisce beni e servizi di valore variabile, “Buona serata” è il momento del consumo, dell’intrattenimento, a volte persino dell’edonismo. Ai saluti personali, basati prima di tutto sul rapporto fra persone, o sul rapporto con il ciclo naturale sonno-veglia, si sostituiscono quindi queste forme di organizzazione del giorno in due fasi: produzione e consumo. Ma all’impoverimento del momento produttivo, di pari passo abbiamo osservato anche uno svuotamento del senso delle ore dedicate allo svago serale. E non solo perché con la crisi del lavoro ci sono meno risorse da dedicare all’intrattenimento. Ma anche perché se il lavoro perde di valore -  un valore che vada oltre al mero riconoscimento economico – anche il tempo libero perde di valore.

Questo è il capitalismo nella sua forma deteriore: la vita, la natura, i cicli del giorno e della notte ridotti a semplici sistemi per organizzare burocraticamente i comportamenti umani, e nel processo, svuotarli progressivamente di senso e di valore. In questo senso, il capitalismo ci ha tolto il saluto. Ci ha tolto il gusto di salutarci prima di tutto come persone, come individui, come esseri umani. Fortunatamente le mode passano, le abitudini cambiano, e il linguaggio si trasforma: nell’attesa di nuove forme di saluto, salviamoci dalla catastrofe economica e culturale del neoliberismo tenendoci stretti le poche certezze che ci sono rimaste: dopo il giorno, arriva la sera. Arrivederci, capitalismo!

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6 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Sarah Hubbler

    Mi spiace, ma l’Italia è un paese di lavoratori (e soprattutto lavoratrici): certo, lo stereotipo è diverso, a causa di un’aspirazione culturale diffusa a somigliare ai signori feudali, ma per millenni, dall’infanzia alla morte la maggioranza della popolazione ha lavorato con fatica, gusto e creatività. In particolare in costiera amalfitana, dove non ci sono terre in piano, e quindi i contadini PRIMA di cominciare ad arare (una bella fatica in se) dovevano costruirsi i campi terrazzando le montagne.

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  2. fabio

    Concordo e condivido pienamente il senso dell’articolo e le argomentazioni dell’autore : vivo a Roma ed ho sempre sofferto anch’io di queste, iperboliche e preconfezionate ad hoc, forme di saluto.

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  3. kiki

    Allora: premesso che quando qualcuno dalle mie parti mi saluta con il “buon lavoro” gli rispondo “Hai la fortuna di non essere milanese, non salutare la gente buon lavoro”, secondo me il Jumpi ha colto la questione 8anch’io lo associo a Galliani). E’ la Milano da bere, che a un certo punto si è fatta costrutto sociologico ed ha iniziato a scassare i coglioni. Esempio: quelli che per dire “o” (“vengo in macchina o in treno o con un altro mezzo”) ti ammorbano con una serie infinita di “piuttosto che”. E’ la parlata milanese che si è imposta, probabilmente sulla punta delle baionette dei programmi e delle sit-com di Mediaset.
    Buon lavoro a tutti voi.
    PS: bellissimo articolo, banda di radical chic che non siete altro
    PSS: la sinistra ha perso e continuerà a perdere fino a quando continuerà a dare la colpa di tutto a Mediaset

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  4. giampi

    Ottimo articolo. “Buon lavoro” credo d’averlo sentito la prima volta da Adriano Galliani. E ho detto tutto…

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  5. Marcella

    Veramente un bell’articolo, anche se il “buon lavoro” è arrivato forse con 100 anni di ritardo da quando il lavoro è divenuto unica forma riconosciuta di vita activa. A questo punto si tratterebbe di introdurre nuove forme di saluto (e di salute):
    “buon reddito sociale” e “buona comunità” come li vedi?

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