Anni settanta: c’era più gusto

11
Share on Facebook2.1kTweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Quarant’anni indietro per consumare meno e vivere meglio

In una scena di Marrakech Express, uno dei protagonisti dice: “siamo l’ultima generazione ad aver visto la tv in bianco e nero”.

Io sono di quelli. Cioè, non sono Diego Abatantuono bensì uno dei ragazzi cresciuti in un’epoca in cui tutto era in bianco e nero, la televisione, i giornali, la moda, le città: gli anni settanta. Ma, oltre ai pantaloni a zampa di elefante, tra le meraviglie di quel periodo vi era la quotidiana sensazione di essere ad un passo dall’apocalisse. O la terza guerra mondiale, pronta ad esplodere per uno sventolio di mutandine femminili sul Muro di Berlino; o la fine improvvisa del petrolio o l’arrivo dei marziani vestiti da Rockets. Paure serie e ben fondate. All’epoca c’erano terroristi seri: i brigatisti, i palestinesi, i molucchesi, che avevano un nome da Star Trek e non si capiva perché ce l’avessero con noi.

Questa premessa non per indulgere nella nostalgia del quarantenne, genere letterario piuttosto consunto oltre che imbarazzante, collegato a calvizie precoce e pancia prominente, bensì per fare un esperimento mentale. Ovvero. Negli anni settanta la famiglia media italiana era definitivamente uscita dalla povertà ma non aveva ancora raggiunto gli attuali ed insostenibili livelli di consumo. Se non sobria per volontà, lo era per mancanza di possibilità.

Certo, sarebbe bello tornare alla vita bucolica ma a parte il fatto che non tutti possono permettersi una fattoria con annessi servi della gleba, per motivi economici, se non etici, possiamo scegliere di consumare meno senza essere costretti a mungere la vacca alle quattro del mattino per fare colazione. Gli anni settanta possono essere allora il punto di equilibrato tra le nostre esigenze e quelle sociali ed ambientali.

Limitiamoci ad una regressione allo stadio infantile del consumismo. Immaginiamo di tornare al livello di consumi esistenti il 2 gennaio 1977. Perché questa data? Ecologista sì, masochista no. Il primo gennaio vennero inaugurate le trasmissioni a colori della Rai e vorrei almeno vedere le partite a colori.

Per cominciare, facciamo sparire da casa tutti gli elettrodomestici inventati nel corso degli ultimi trent’anni. Non si tratta poi di gran cosa. A parte la televisione, la grattuggiera elettrica e la lavatrice erano già stati inventati. Il frigorifero dovrà essere del tipo più semplice possibile, alto la metà di oggi, con una sola maniglia, senza defrost e con un piccolo scomparto dove ci sarà posto per un ghiacciolo. Niente surgelatori da macelleria, niente condizionatori, niente televisori al plasma, no cellulari, computer, ipad, ipod, playstation. Vi concedo l’aspirapolvere ma non la lavapiatti. Il televisore deve essere unico per tutta la casa, massimo 21 pollici e senza telecomando. Nessun pericolo di conflitto tra i componenti della famiglia, perché l’apparecchio dovrà avere solo due canali. Nel 1977 non c’era scelta. Rai1 e Rai2. Punkt. Ignoro i particolari tecnici ma chiamate un buon antennista (non il presidente del Milan) per chiedergli di oscurare tutti i canali tranne due, da scegliere a caso. Se l’antennista vi lascerà solo Telemaria e I programmi dell’accesso, la vostra esperienza anni settanta sarà più ricca.

Probabilmente la rinuncia più gravosa sarà lo sport in televisione. A quei tempi le partite si vedevano in novanta secondi in formato surreale. Tanto duravano i servizi di 90° minuto con gli sbalorditivi commenti di Tonino Carino da Ascoli, Giorgio Bubba da Genova e Luigi Necco da Napoli. Vi è un solo modo per tornare a quell’epoca. Andare allo stadio. Armatevi di pazienza, di bottigliette di cognac per le partite invernali e di un passamontagna per non farvi riconoscere dalla DIGOS.

Svaghi. Negli anni settanta i divertimenti erano poco variati. Il sabato sera a cena con gli amici, la domenica a pranzo con i parenti, il bar, la partitella di calcio (il calcetto non era ancora stato inventato) il mercoledì sera al circolo dei contusi, eccetera…. beh, proprio come adesso. I bambini, naturalmente, vanno mandati a giocare all’oratorio, nell’ultimo campo di calcio gratuito della città. A casa sono proibiti playstation, wii ed internet. Si gioca a carte, a Monopoli e a Subbuteo.

I consumi alimentari devono tornare ai genuini sapori dell’epoca quando i fosfati erano di prima scelta. Niente bio, diet, light. Basta con le pappe reali, le salsicce di soya, i gamberetti vietnamiti, kiwi, papaya e avogado. Si mangia solo italiano. Quarant’anni fa il sushi si chiamava pesce crudo ed evocava l’epidemia di colera a Napoli del 1973; l’hamburgher si chiamava polpetta; la cucina cinese entrava nella vasta categoria delle cose di cui non volevamo sapere nulla; l’acqua minerale non esisteva e si ravvivava l’acqua di rubinetto con l’idrolitina.

Ci si muoveva con auto minuscole. Chi ha più di quarant’anni ricorderà con affetto (e residuali attacchi di sciatica) i lunghissimi viaggi sugli ammortizzatori della Fiat 127. Quelli che avevano un’auto straniera (la Citroen 2CV) erano figli dei fiori o (Mercedes) autentici evasori fiscali. Nell’impossibilità di riesumare l’asfittica 127 dello zio, si opta per un surrogato, una di quelle macchinette per sedicenni figli di papà e nonni senza più certificato medico per la patente. In ogni caso, si torna all’unica auto per famiglia. All’epoca non c’era la smart per andare al lavoro, la golf per portare il bambino a scuola e il SUV per le vacanze in montagna. Inoltre l’auto la usava solo il papà, solo lui, tenendola in religiosa adorazione tra la statuina condominiale della Madonna e il pilastro di cemento armato del garage incompleto.

Si va a fare la spesa nel negozio sotto casa. I bambini vanno a piedi alla scuola di quartiere e peggio per loro se è frequentata da teppisti. Un po’ di violenza tra ragazzi non ha mai impedito la crescita. Si diventa psicopatici solo con il Grande fratello. Ovviamente, quando si va fuori città, si guida solo sulle statali. Non ci si ferma al bar e per merenda si mangia quello che ci si porta da casa, pizza e mortadella e il mitico tè al limone.

Quarant’anni fa le vacanze erano un affare semplice. Il resort era cosa da James Bond, un luogo mitologico dove uomini cinquantenni dal fisico perfetto incontravano donne ventenni perfettamente scolpite tra un’oliva e l’altra del martini (il concetto di mojito era ancora nell’alto dei cieli). Non si andava all’estero. L’Italia era circondata da paesi ricchissimi dove tutto costava enormemente di più: Francia, Svizzera e Austria. Più poveri di noi, anche all’epoca, erano i greci, ma c’era un mare da attraversare. La Spagna era al di là delle colonne d’Ercole francesi, irraggiungibile, franchista e le donne non avevano ancora scoperto la depilazione. Alla portata degli italiani restavano solo i paesi comunisti, dove tutto era proibito e le donne leggendariamente disponibili. Ma ci voleva il passaporto e in questura ci mettevano due mesi per dartelo. Altro che last minute.

reldFd0Sì, perché negli anni settanta non si partiva all’ultimo minuto per visitare il Nepal in una settimana. Il viaggio all’estero era una scelta di vita. Chi partiva per Aosta, poi alla fine si trovava a Kathmandu. In ogni caso, l’aereo costava un botto. Quindi niente viaggi a Sharm-el-Sheik, niente maratona di New York, niente lowcost, niente vacanze erotiche a Cuba, a meno di non partecipare a un campo di lavoro della gioventù comunista. In vacanza manderete i figli, sulla spiaggia più economica dell’Adriatico, accompagnati dalla moglie. Voi passerete luglio in città vivendo come a quell’epoca: niente estate romana, niente cineteatri all’aperto, niente calcio. Per passare il tempo cercatevi un’amante. Ma senza utilizzare meetic.

Convinti? Allora spegnete il computer, il cellulare, l’Ipad, lo smartphone, il Kindle. Prendete il giornale e assettatevi sul divano comodamente. Tornate a sfogliare la carta invece di muovere un mouse. Le notizie sono ugualmente orribili ma invece di distruggere lo schermo per la rabbia, potrete appallottolare il giornale e buttarlo fuori dalla finestra. Dopodiché chiamerete il vostro migliore amico al telefono di casa per parlare di donne invece che postare video porno su Facebook.
Anch’io sto per cominciare. Questo è il mio ultimo articolo su L’Undici. Il prossimo sarà ciclostilato e appeso come un dazebao sui muri di casa mia. Mi leggerà il portiere di fronte, la domestica filippina e l’idraulico. Tre persone. Lo stesso numero di persone che visitano il mio profilo su Facebook …

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook2.1kTweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici.

11 commentiCosa ne è stato scritto

  1. fiorella

    Mi è piaciuto, è simpatico, gradevole ed autentico nella sua veste anche paradossale. Mi suscita tenerezza perché tra quella folla ho riconosciuto una ragazza con i pantaloni a zampa d’elefante , gli zatteroni e i lunghi capelli lisci e neri con tanti sogni e tante sfide nello sguardo

    Rispondi
  2. Mino

    CiaO a tutti
    Nei commenti si parla spesso di nostalgia del quarantenne
    Facciamo pure del sessantenne forse
    Sono del 69, ho 44 anni e nel 1970 avevo 1 anno
    Nn guidavo certo la macchina e nn ricordo nulla di quel decennio
    Sono l’unico?

    Rispondi
  3. Marco Filippi

    L’articolo seppur ironico ha una gran base di verità, gli anni 70 erano il punto di equilibrio tra la dura vita in una società agricola e per la maggior parte analfabeta, dove i bambini finite le elementari (se le frequentavano) erano destinati ai campi, e l’eccesso di consumismo ormai insostenibile per una nazione sempre meno industrializzata e sempre più in crisi.
    Ma su una cosa pecca l’autore, se è vero che viaggi all’estero in aereo, auto di grossa cilindrata e megaschermi sono inutili per una vita piena e più gestibile senza distruggere l’ambiente e in una frenetica corsa ad uno sviluppo insostenibile, invece computer ed informatica non sono solo consumismo, sono una svolta ecologica e un progresso che non è ignorabile nel mondo attuale. La trasformazione di tanti atomi in bit ha portato a ridurre il peso delle risorse ed energia depauperate, e la lotta per avere accesso ad informazione e terminali propri è stata proprio una battaglia degli anni 60, nei campus, contro le caste che detenevano uesto tipo di sapere.
    Vita da anni 70 certo, senza troppi canali TV, senza SUV e lavastoviglie, ma con tanti libri, fumetti, un computer e l’accesso al mondo intero.

    Rispondi
    • Max Keefe

      Caro Marco. Ci mancherebbe se rinuncerei ad internet, senza il quale non esisterebbe L’undici e tante altre belle cose. L’articolo era volutamente paradossale. Non ho alcuna nostalgia per gli anni ’70 in sé ma forse per una cosa sì, la meraviglia che provavamo allora per la tecnologia. Un orologio al quarzo veniva direttamente da Star Trek. Ma al di là di questo, credo che il vero problema è il fatto che la tecnologia non ci ha liberati. Lavoriamo tutti di più (chi ha un lavoro), più stressati, abbiamo più cose, possiamo viaggiare ovunque (chi ha soldi) ma non siamo liberi. Le nostre vite sono in mano alle multinazionali, sia come consumatore che come lavoratore. Se ti fermi un minuto sei perduto. Sarebbe interessante parlarne ancora. Ciao. Max.

      Rispondi
      • Stefano

        Ciao Max,
        Sono un tentativo abortito (dagli altri) di giornalista, e adoro scrivere con stile ironico/descrittivo.

        Desideravo complimentarmi sinceramente Per questo bellissimo pezzo tuo. Tramite l’iniziativa di qualcuno qui in Facebook, l’articolo è stato “riesumato” e io ho avuto la possibilità e la fortuna di leggerlo. Bravo. Bravo davvero. Sintesi ed ironia riassunta in modo fluido all’interno di uno spaccato veritiero di un’epoca incredibile quale è stata quella degli anni 70 in Italia.

        Ad Maiora.
        Stefano

        Rispondi
  4. Cristina

    Grazie per l’articolo. Fa bene ripensare come eravamo e come ci siamo ridotti, per certi aspetti! Solo poche precisazioni: l’hamburger era conosciuto dalle mie parti (Ravenna)come “svizzera”, l’acqua la si andava a prendere in bicicletta alla fontana di quartiere con la tanica da 10 lt. Le prime vacanze fatte sono del 1977 a 13 anni, in auto, in 500 con i miei nonni (davanti) e io e mio fratello dietro, le valigie sul portapacchi sul tettuccio (che quando si andava forte (80 km/h) suonava come un piffero) per raggiungere un paesino ai piedi della Marmolada!

    Rispondi
  5. Cristina

    Grazie per l’articolo. Fa bene ripensare come eravamo e come ci siamo ridotti, per certi aspetti! Solo poche precisazioni: l’hamburger era conosciuto dalle mie parti (Ravenna)come “svizzera”, l’acqua la si andava a prendere in bicicletta alla fontana di quartiere con la tanica da 10 lt. Le prime vacanze fatte sono del 1977 a 13 anni, in auto, in 500 con i miei nonni (davanti) e io e mio fratello dietro, le valigie sul portapacchi sul tettuccio (che quando si andava forte (80 km/h) suonava come un piffero) per raggiungere un paesino ai piedi della Marmolada!

    Rispondi
  6. giampi

    Il goal di Bettega in Italia-Argentina del ’78 è bello come la cupola del Brunelleschi.
    Il fatto è che pochi ne hanno coscienza.
    (mi scuso per la nostalgia da 40enne…couldn’t resist)

    Rispondi
  7. michele d'anna

    Si negli anni ’70 forse non avevamo raggiunto il livello di consumi odierno ma del ’77 io non ricordo la TV a colori ma le manifestazioni studentesche, lotta continua e le cariche della celere. Poi ci fu via Fani e il corpo di Moro ritrovato nella R4 e poi la normalizzazione tutti rientrarono nei ranghi e fu eliminata la scala mobile, l’inflazione da due cifre scese a una e si potè entrare trionfalmente negli ’80 con l’edonismo reganiano di d’agostiniana memoria e la TV commerciale.
    Migliori, peggiori, nostalgia?
    panta rei e … sic transit gloria mundi

    michele

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?