Non ci sono più gli 11/9 di una volta

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Il braccio di ferro per il podio di nemico dell’umanità di fine estate 2011 ha visto come sfidanti Gheddafi e Irene.

Concentriamo la nostra attenzione sul prorompente fenomeno naturale. Innanzitutto: invece che la compagna di scuola, la vecchia fidanzata, la zia etc. a chi non viene in mente una palma che svolazza di qui e di là al solo pronunciare questo nome?

 

Irene, ironia della sorte – viene dal greco e vuol dire pace. Il chè suggerirebbe l’ipotesi di una presa per i fondelli sin dall’inizio. Previsioni apocalittiche, countdown, inviti a provviste alimentari da carestia africana, Hurricane trackers, insomma l’arrivo dell’Apocalisse. Fantascienza che diventa realtà. La possibilità di un nuovo confine storico preciso come un orologio: un’altra tragedia su New York per spazzare via la città e un po’ di memoria dell’Undici Settembre. O forse la speranza di colmare i vuoti del palinsesto autunnale.

 

Ma ahimè i grattacieli non crollano e la paura nasce e muore nel piccolo schermo. Quando arriva la quiete dopo la tempesta – anzi anche senza – tutti ci sentiamo un po’ cretini e anche un po’ delusi perché in fondo in fondo speravamo di vivere l’emozione di quel piccolo cataclisma. Argomenti di conversazione al ritorno delle vacanze, desiderio di raccontare al tabaccaio di fiducia che sei molto dispiaciuto per quel cugino di quinto grado che vive laggiù. Insomma una bella distrazione dal tran-tran quotidiano. Poi ovviamente ce la si prende anche un po’ con i media che “esagerano sempre”.  E la questione diventa politica: quanto è costato l’allarme? Quando costa bloccare una città come New York per tutte quelle ore? Questa è una domanda che lasciamo aperta.

 

Anche quando intuito e buon senso ci fanno pensare alla favola di Esopo al lupo al lupo, finiamo sempre per cascarci, per credere al pericolo imminente. E questa volta, dopo la storia del terremoto della settimana prima (che da molti newyorkesi non è stato nemmeno sentito) ci siamo sentiti ancora un po’ più creduloni. Ma soffermiamoci su ciò che, per ingenuità o effetto domino, di più buffo e paradossale c’è in questa storia.

 

Gli eventi su Facebook.

 

L’Hurricane Lunch. Molti, sfidando la minaccia di alberi volanti e sottovalutando il blocco totale delle 23 linee di metropolitana, hanno approfittato dell’uragano per cucinare a casa – il chè è un evento più unico e raro di un uragano – e invitare frotte di amici ad assaggiare i propri manicaretti. Non male l’idea di godersi lo spettacolo dalla tragedia in diretta, dalla finestra di un grattacielo, un live-cinema.

 

O l’Hurricane@kiss&fly. Una discoteca al centro a Chelsea, un po’ vicino alle sponde dell’Hudson, ma come non rischiare e non partecipare un evento dal nome tanto evocativo? E così mentre fuori piove, c’è chi balla e si diverte. Almeno loro non ci pensano. Salvo onde anomale.

 

La  tua banca è un’amica.

 

La tua banca ti aiuta: se rimani senza cash  o vuoi versare le ultime banconote nascoste sotto il cuscino – ammesso e non concesso che ancora qualcuno lo faccia, magari italiani di vecchia generazione? chissà – la tua banca si assume gli eventuali costi di versamenti last minute. Forse anche questo è uno degli infiniti modi di farsi pubblicità. Puntando a meccanismi di solidarietà da emergenza, la mail pre-catastrofe spiega anche ai clienti che bisognerà chiudere qualche ora prima del normale orario di ufficio botteghe e botteghini per permettere agli impiegati di correre a casa in tempo.

 

La giustificazione post: i morti comunque ci sono stati e molte abitazioni sono andate distrutte.
La “figura da cincillà” del giorno dopo pesa come un macigno in redazione. Chi si prenderà il coraggio di rivelare che era tutta una bufala? E che l’urgano in realtà si è trasformato in una pioggerellina tropicale? Chi avrà il coraggio di far vedere le immagini di ragazzini che giocavano a hockey a time square? Per salvare il salvabile, si invoca l’altrove spaziale e temporale e si parla dei danni avvenuti giorni prima e a centinaia di km di distanza.
Le immagini si ripetono e mostrano case che vengono spazzate via. L’uragano è il lupo cattivo, ma ahimè, pochi sono gli americani che facevano come il porcellino che investiva nel mattone. Molte abitazioni made in US, specialmente quelle sulle coste, sono fatte di qualcosa che assomiglia al compensato. Sono costruite per essere ricostruite. Per essere spostate, colorate, per invertire il garage con la camera o la cucina con la stanza dei bimbi. E’ un po’ come giocare con il lego.  E infatti l’immagine di travi inchiodate all’ultimo minuto le abbiamo in mente tutti. Quindi, va bene la forza dell’uragano, ma anche a loro sfugge il senso del lungo periodo (e della ciclicità della natura, gli uragani ci sono ogni anno!). Cosa dire di quelli che – pace all’anima loro – sono rimasti vittime delle intemperie? Chi sono costoro? Per farsi un’idea:

 

Ai morti già registrati se ne aggiungono altri quattro in Pennsylvania, tra cui due campeggiatori colpiti da alberi caduti” (tg.com).
“Un altro morto e’ stato registrato nel Maryland e tre in Virginia. Tra le vittime in Nord Carolina anche una colpita da un infarto mentre stava chiudendo ermeticamente le finestre della sua casa. (…) Tra questi morti, anche alcuni surfisti.” (meteoweb.eu).
A parte il poverino colpito da infarto mentre chiudeva la finestra, gli altri proprio dei genietti.

 

La stampa per recuperare quel minimo di credibilità deve ringraziare la deficienza della natura umana. Probabile dedicherà loro una serie di speciali durante l’autunno, “le vittime di Irene”.
Cosa vuol dire informarsi? Dove trovare delle fonti attendibili su cosa succede nel mondo? Di chi fidarsi, come distinguere? Bè questi interrogativi rimangono aperti, ma qualcosa mi dice che se siete arrivati su questa pagina, siete già a buon punto.

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