TV 11 Settembre

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La palla di stoffa che vidi sul cratere dell’11 settembre rimane a tutt’oggi l’unico ricordo indelebile che ho di una…

stupenda e sciocca vacanza a cavallo tra il 2005 e il 2006 a New York, la città dei desideri. Non che successe poi molto in quella vacanza, i soliti scherzi tra tre idioti che bighellonano prendendosi in giro, filmando come giapponesi eclettici tutto il filmabile e sbevucchiando la sera enormi quantità di litri di “long Island” (cocktail a forte gradazione alcolica, NdR), così, tanto per sentirsi americani.

Tuttavia di fronte al cratere, un mare lunare ancora pieno di detriti e di ombre di corpi, la nostra vacanza stupida e sciocca si è come bloccata, ha preso per almeno mezza giornata una pausa e vi assicuro, ma chiunque lo sa, che quando si è in vacanza con due amici con cui non si fa altro che cercare di rilassarsi e divertirsi, un momento di riflessione, di sospensione dal tempo materiale e terreno del ludibrio, non è poca cosa, anzi è la richiesta e l’accadimento più difficili che possano capitare a tre bighelloni. Lì la storia è ricominciata per tutti di nuovo, in pista verso un nuovo secolo.

Parto da questo ricordo, minimalista e di scarso interesse per il globo terracqueo, per dire che la realtà, il rapporto di essa con l’essere umano è cambiato dopo che gli aerei di linea hanno devastato le erezioni sgargianti dell’occidente, i due totem della New York capitale del mondo. L’undici settembre ha influenzato la mente di tutti noi, occidentali ed orientali, i primi nell’approccio alla paura, i secondi nell’approccio ad un pregiudizio, si è parlato di scontro tra civiltà, di culture dissimili, nel nostro paese la famosa scrittrice Oriana Fallaci, famosa intendiamoci, ha lanciato i suoi epiteti generalizzando contro gli arabi. L’aereo ha infilzato la torre, nessuno voleva crederci, mentre lo schermo della televisione e delle immagini rendevano il tutto come ammantato da una spessa lastra di menzogna che copriva una lacerante verità, così conseguentemente le teorie del complotto erano servite, e l’aguzza fantasia dei narratori di più fine ingegno presero il largo.

Quando la relazione tra essere umano e realtà muta, l’arte, di solito, se vuole essere al passo coi tempi e raccontare questo rapporto, si mette in marcia e indaga e affabula. A mio parere l’unico movimento che ha veramente colto questo cambiamento e lo ha fatto in modo sistematico è stato quello delle serie televisive americane. Allo stesso tempo la rivista britannica “Prospect”, notizia di pochi giorni orsono, ha annunciato in una maniera programmatica e lievemente dogmatica, ma è nelle natura delle riviste, che il postmoderno si è concluso e che le arti hanno superato definitivamente il solco che ha contraddistinto la fine della modernità. Senza entrare nel dibattito, che indubbiamente troverebbe la mia posizione fuori da ogni considerazione: siamo solo una povera rivista on-line, damn it!, la verità nascosta e difforme del postmoderno non sembra invece per niente messa in gioco nelle serie televisive che vediamo, e che invece sembrano ancora ben incentrate nel nucleo narrativo e formale del postmoderno. In antitesi con Prospect, che probabilmente non considera arte le serie televisive, l’undici settembre, dopo aver segnato senza dubbio molti cambiamenti economici, politici, militari, geopolitici, energetici etc., ha invece solo accresciuto la voglia di postmoderno o sarebbe meglio dire la necessità, e quasi, senza che sia una forzatura, ha creato una realtà postmoderna, materiale, finalmente pronta al tatto.

Il postmoderno – il suo relativismo, la sua liquidità – per definizione categoria artistico-filosofica, si è tradotto nella realtà tramite i due aerei che hanno penetrato la skyline più pubblicizzata del pianeta,  nella parte della città che fu rappresentata spietatamente dalle luci del romanzo di Jay McInerney.

Nelle serie americane, il miglior catalizzatore narrativo dei nostri anni, l’undici settembre è presente anche senza essere citato esplicitamente. Quel geniale intelletto di J.J. Abrahams avrebbe potuto partorire Lost o Fringe senza che Mohamed Atta avesse pilotato uno degli aerei contro le Twin Towers? Serie come Flash Forward, e la sua estetica della fine del mondo, oppure 24, con il tempo visto come una lancetta indagatrice e impietosa, che costringe il protagonista alla risoluzione di minacce terroristiche ai danni degli Stati Uniti, e quindi del mondo, considerando il concetto ombelicale che ha di sé un americano medio. Non che 9/11 non abbia avuto riflessi al cinema, Donnie Darko è una storia di un blackout temporale che viene innescato da un elicottero che si infrange sulla camera da letto dell’allucinato Donnie, oppure come non citare il cinematografico Babel dove le quattro storie collegate tra loro si vestono della patina ansiogena delle scorie morali derivanti dall’undici settembre. Ma quello che consta è soprattutto il rapporto che le serie in particolare esprimono tra l’essere umano e la realtà, un rapporto giocato a filo doppio tra la verità e la menzogna. Cosa c’è allora di più postmoderno della relazione tra questi due poli? Cosa c’è di più aderente al postmoderno dell’infinito duello a cui l’essere umano è chiamato dalla realtà, per dirimere la tentacolare disfida lanciatagli dalla verità e dalla menzogna?

Nelle serie americane è rappresentato un Essere Umano che lotta in queste maestose e complesse narrazioni, per raggiungere la verità che c’è dietro ogni apparenza. Lo fanno i protagonisti di Lost, così le casalinghe inquiete di Desperate Housewives e, come noto e non a caso, entrambe le serie partono da una tragedia, collettiva in Lost, domestica e provinciale in Desperate Housewives. La lista della dicotomia universale verità-menzogna è lunga e verga la mitologia di molte serie. La doppia faccia di Dexter, l’universo di relazioni offuscate lanciato dalla nuova Persons Unknown, il passato piramidale e a scatole cinese di Alias, non a caso nato dal genio J.J. Abrahams, la New York strampalata e bizzarra di Flight of the Conchords dove i protagonisti che camminano le stesse strade delle cougars di Sex and The city non hanno nulla a che vedere con il supposto fascino insito nella New York anni novanta – mai, prima dell’undici settembre, New York poteva essere sterilizzata del suo glamour in un modo così dissacrante.
L’andamento scomposto di Prison Break, o i monologhi e i dialoghi che travalicano il limite di tempo per definizione, la morte, centrali in Six feet Under. Menzogna e verità: nelle serie televisive i protagonisti si vedono sfidati dalla realtà a scegliere da che parte stare, e spesso la prima ha la meglio sulla seconda oppure, nel quadro del nietzshiano “non fatti ma interpretazioni”, decidono di far suonare la scoperta della verità in maniera personale e ambigua, come se la verità avesse un’armonia diversa a seconda di chi la crea. Everybody lies suole dire il dottor House, Lie to me è la serie sulla menzogna che vede protagonista Tim Roth.

Il rapporto tra la menzogna e la verità è molto sensibile anche nelle serie più brillanti e meno problematiche dal punto di vista dei temi che trattano. Per esempio How I met your mother, il contraltare degli anni duemila della serie che ha contraddistinto gli anni novanta, Friends. Tutte e due sono sit com, situation comedy, parlano di ragazzi di New York, belli, spiritosi, sempre al passo coi tempi e soprattutto incapaci di non divertirsi e di non fare divertire. A prima vista due serie “in serie” che arricchiscono il pregiudizio merceologico che molti spettatori snob hanno nei confronti dei telefilm. Eppure cambiano considerevolmente, e l’influenza di questo rapporto mutato tra l’essere umano e la realtà, intriso di verità e menzogna, è ben presente anche nella apparentemente frivola How I met your mother. La storia che si racconta è già finita, e nulla può essere cambiato – nella sigla vediamo solo foto dei protagonisti e non immagini – tuttavia i piani narrativi sono dinamici, nulla si riduce ad un classico flashback, e la linearità che una sit-com prevede scompare a favore di una voce narrante che prende in giro lo spettatore, cioè noi, inducendo a credere di essere ad un passo dalla verità per poi glissare e andare avanti senza curarsi della frustrazione che potrebbe provocare. Non sarebbe stato possibile negli anni novanta dove, a parte qualche sporadico esempio, le storie venivano raccontate seguendo i modi e le forme classiche senza spingersi in puzzles enigmatici da risolvere – in una puntata di How I met your mother due personaggi decidono di chiamare il loro temporaneo bar “Puzzle”.

Le serie più del cinema sanno fare i conti con la relazione mutata di cui si è accennato, instaurando un regime ambiguo di scarsa comprensibilità e proponendo le avvincenti strade che permettono di simulare l’arrivo che poi non arriva mai. Come quella palla di stoffa dentro il buco oltraggioso al centro di downtown a New York che segnò il blackout della mia vacanza: per me era una palla di stoffa ma per i miei compagni era un’altra cosa, un pezzo di marmo o un cuscino imbottito.

L’undici settembre è la testimonianza che, oltre che negli infiniti dibattiti televisivi, come avviene in Italia, e come è avvenuto anche oltreoceano, una tragedia nazionale può essere digerita e trasposta nell’arte immortale della narrazione e dei racconti che le consentono di diventare universale ed esercizio dialettico per ogni abitante del pianeta.

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