Sol levante e arrabbiato

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L’incidente della centrale nucleare di Fukushima: volta pagina per il Giappone?

Anche a Fukushima settembre è il momento della raccolta del riso, un alimento che in Giappone non è semplicemente un altro prodotto sugli scaffali dei centri commerciali. Come il pane in occidente, il riso è un simbolo religioso, che merita rispetto e viene offerto nelle più importanti cerimonie in onore dei kami, gli dei shintoisti. Anche in un paese ipertecnologico, dove solo gli anziani restano nei campi, il raccolto è osservato con attenzione. Quest’anno più che in passato.

La prefettura di Fukushima ha dichiarato ufficialmente il 25 agosto qualche giorno fa che “almeno una parte” del raccolto della regione è sicura. Una parte è buona. Ma che dire del resto? Qual è il discrimine tra sicuro e insalubre? Ci si può fidare dei limiti massimi di radioattività consentiti dalla legge, alzati anche di venti volte dal governo negli ultimi mesi?
A Fukushima ci si preoccupa anche di far ripartire l’economia. Le province settentrionali non sono ricche come Tokyo, Nagoya ed Osaka. I cittadini però sono preoccupati dall’assenza di informazioni chiare.
Difficile capire quello che sta accadendo.

La zona di evacuazione di venti km di raggio proclamata intorno alla famigerata centrale nucleare di Fukushima presenta livelli di radiazione insostenibili. Probabilmente quel semicerchio sarà inabitale per decenni. Ma oltre i venti chilometri? Alcune misurazioni mostrano un pennacchio radioattivo che penetra verso nordovest per molti chilometri oltre la fascia di esclusione. Più a sud, scendendo verso Tokyo, le misurazioni delle radiazioni sono rassicuranti, anzi sono nettamente più basse che il fondo naturale a Roma. Non ci sono motivi per dubitare dei dati ufficiali. Il punto è un altro. Quali decisioni intende prendere il governo per ricostruire la fiducia nei cittadini ed aiutare la disastrata Fukushima.
Finora i risultati sono stati limitati. Solo in giugno, con la pubblicazione del rapporto dell’AIEA sull’incidente, è cominciata a venire alla luce una parte della verità nascosta sull’incidente di Fukushima. Nessuno può negare che si sia trattato di un evento eccezionale. Tutti i sistemi di emergenza della centrale sono andati distrutti. I tecnici hanno dovuto rimettere in funzione la centrale letteralmente a mani nude. L’AIEA loda la risposta degli uomini sul campo ma, con linguaggio diplomatico, afferma che la TEPCO, l’azienda elettrica proprietaria, e il governo che la doveva controllare, non erano in alcun modo pronti all’emergenza. Come se il Giappone non fosse un arcipelago ballerino. Come se la lezione dello tsunami del Natale 2004 fosse scivolata tra orecchie sorde.
La centrale continuerà a perdere radiazioni per chissà quanti altri mesi.

Per mesi la maggioranza di centrosinistra ha litigato con l’opposizione, quella che ha governato il Giappone per cinquant’anni, una specie di Democrazia cristiana virulenta e vischiosa, sugli interventi da fare nella zona disastrata. Pochi risultati e una gran confusione. L’obiettivo primario dell’opposizione era far fuori il primo ministro Naoto Kan. Obiettivo condiviso anche da parte della maggioranza.
I media nazionali non hanno aiutato. Sempre pronti dietro ogni respiro della principessina Aiko, la futura ed improbabile erede al trono, giornali e televisioni hanno praticato l’autocensura, nel nobile scopo di non allarmare la popolazione, per evitare le fughe di massa, magari un altro crollo della traballante borsa di Tokyo. Paradossalmente, il fatto che i danni siano circoscritti a zone periferiche e che Tokyo non sia stata seriamente colpita, ha ridotto l’interesse dei media.
Il muro di gomma si sta lentamente incrinando. Una delle conseguenze della catastrofe dell’11 marzo è stata quella di favorire una sorta di risveglio della civilissima ma apatica società giapponese. Manifestazioni antinucleari si sono svolte ripetutamente nelle principali città. Numeri limitati ma significativi per il Sol Levante.
Tra le iniziative nate subito dopo il terremoto, vi è safecast.org. In poche settimane i cinque promotori sono riusciti ad armare di contatori geiger squadre di volontari per misurare il livello di radiazioni. I risultati sono poi pubblicati su internet. Safecast non si propone di costituire una fonte alternativa di dati, bensì di affiancare i dati ufficiali, restituendo ai cittadini una forma di controllo sulle proprie vite.

Anche nell’establishment nucleare sono emerse posizioni critiche alla politica seguita finora dal Giappone. Fino all’11 marzo i critici del nucleare erano ignorati o sistematicamente emarginati. Troppo forti gli interessi di aziende, burocrati e politici. Il professor Tatsuhiko Kodama è il direttore del centro radioisotopi dell’università di Tokyo, quella che fornisce le menti della burocrazia e dell’imprenditoria giapponese. A fine luglio ha testimoniato di fronte alla Dieta. Ha fatto un discorso lucido e durissimo. Ha concluso con rabbia “mentre 70.000 persone sono lasciate in mezzo a una strada, che diavolo sta facendo il  parlamento?” 
Nel mese di agosto i parlamentari si sono occupati della sostituzione del povero Naoto Kan, leader di buona volontà ma scarso seguito nel suo partito, con un altro leader senza carisma, Yoshihiko Noda. E tutti stanno già pensando alle elezioni del 2012. Non c’è tempo per occuparsi di politica energetica e standard di sicurezza.

Ma i giapponesi sono un po’ meno passivi e indulgenti che in passato. La loro infinita pazienza potrebbe essere alla fine. Sono più di vent’anni che la politica ha smesso di guidare il paese. Il dorato declino del Giappone si sta trasformando in una crisi sistematica. L’economia ristagna, le grandi aziende, la Toyota, la Sony, sono incalzati dai concorrenti coreani e cinesi, il paese invecchia.  
Storicamente, il paese ha vissuto i maggiori cambiamenti a causa di shock imprevisti. Nel 1853 l’allora governo dello shogun si dimostrò incapace di proteggere il paese dall’arrivo degli americani. Qualche anno dopo venne deposto e sostituito. Nasceva il Giappone moderno. Forse un giorno ricorderemo Fukushima come il momento chiave di una rottura storica.

Max ringrazia Ayami Noritake per avergli segnalato un mucchio di informazioni.

 

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici.

4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Jeremy Bentham

    Assolutamente vero che la bolla speculativa in Giappone è stata una mannaia spietata per le aspirazioni di crescita del Paese, come è vero che il debito pubblico è salito vertiginosamente per ripianare alla meno peggio i conti che non tornavano. Tuttavia i loro governanti, mi riferisco a quelli che si occupano di economia, hanno avuto l’accortezza di fare più debito interno – vendere i propri titoli a soggetti interni e controllabili – e di non svendere le loro obbligazioni o titoli a hedge fund o fondi speculativi esteri che sono l’anticamera per il fallimento. Per questa ragione pur avendo il debito sovrano più alto del mondo il Giappone non è a rischio insolvenza mentre noi ci siamo dentro fino al collo.

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  2. Max Keefe

    In due parole, il Giappone è andato in crisi alla fine degli anni ottanta a causa di una bolla speculativa di dimensioni stratosferiche. Le banche si indebitavano per finanziare l’acquisto di proprietà immobiliari che avevano raggiunto quotazioni inconcepibili (il quartiere di Ginka a Tokyo valeva più di tutta New York). Quando la bolla è esplosa, ha trascinato con sé il paese che non si è mai più ripreso. Per far ripartire l’economia il governo ha aumentato a dismisura il debito pubblico per finanziarie opere di dubbia utilità ma ottime per tenere buoni clienti ed elettori. Ma l’economia non è mai davvero ripartita.
    In altre parole, il Giappone ha sperimentato per primo una stagnazione epocale indotta dalla speculazione finanziaria e dalle connivenze politiche. Quello che stiamo adesso sperimentando in USA e Europa.
    Tra Italia e Giappone ci sono davvero molte similitudini ma c’è una grossa differenza: in Giappone non si protesta. Fukushima forse cambierà le cose.

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  3. kiki

    Pianino.
    Ricordo che nel 2002 dsi attendeva la bancarotta del Giappone proprio per le spericolatezze finanziarie del suo sistema bancario (col senno di poi, l’esatto meccanismo della tempesta perfetta dei subprime USA 2007). Poi, hanno continuato a galleggiare e la bancarotta non è mai avvenuta. Qui avrei davvero bisogno di sapere da Max Kneefe o da un MatzEyes a caso che cosa minkia successe, perché io me lo sono perso.

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  4. Jeremy Bentham

    Grande pezzo, puntuale ed esaustivo, complimenti Max! Il Giappone è un Paese molto simile al nostro, con il debito pubblico più alto del mondo ed una classe politica vecchia (nell’anagrafe e nelle idee) inadeguata alle sfide del futuro. Tuttavia hanno avuto una spericolatezza finanziaria contenuta ed è per questo che, pur trovandosi nel bel mezzo della voracità tecno-economica cinese, indiana, coreana e del sud-est asiatico, conservano una certa solidità di fondo. Per non menzionare il fatto che anche loro, come noi, possiedono una cultura millenaria che se sfruttata potrebbe diventare una risorsa planetaria. E pensare che il grande Akira Kurosawa in “Konna Yume wo mita”, un film a episodi del 1990, tradotto da noi come “Sogni”, aveva messo in guardia il suo Paese sul pericolo nucleare in una delle più strazianti scene dell’intero lungometraggio.

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