La pagina della cover writer: Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer.

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La copertina del libro di Safran FoerYes I understand that every life must end…
Stay with me…
You’re all I see.
Did I say that I need you?
Did I say that I want you?
Oh, if I didn’t now I’m a fool you see…
Pearl Jam – Just Breathe

 

 

 

 

 

 

MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO

 

Di Jonathan Safran Foer, edizioni Guanda 2005

 

L’undici settembre 2001 avevo appena compiuto 36 anni ed ero a casa di mia suocera davanti alla televisione. Mia figlia e mio marito erano in cortile a giocare a palla. Ero stata dimessa dall’ospedale da poco ed era la prima volta che uscivo di casa dopo 2 settimane. Avevo subito un intervento ginecologico abbastanza invasivo, che aveva dimezzato le mie capacità riproduttive. I postumi di una gravidanza extrauterina. Mia madre era a casa sua che preparava i bagagli per partire, proprio per New York, proprio quella sera dell’11/09/2001.
Le immagini dei vari attacchi, in particolare quello che ha portato al crollo delle Torri Gemelle di New York mi hanno sconvolto, come se quelle immagini parlassero di una mia tragedia personale. Come se tutto quel fuoco, quella polvere, quei morti, quella distruzione fosse stata realizzata per farmi del male. Mi sentivo come se degli sconosciuti fossero entrati in casa per derubarmi e fare del vandalismo. Sai che lo fanno senza guardare in faccia a nessuno, non conoscono la tua storia, la tua sensibilità, quindi non è un’azione mirata al tuo dolore. Eppure quello che provi è una violazione personalissima e individuale.
Mentre provavo questo, il groppo che già avevo in gola per i casi miei personali, si scioglieva. Piangevo guardando la mia città ideale così colpita, ma le lacrime non erano per la sua gente, ma per il mio dolore.

 

La distruzione a DresdaL’undici settembre 2001 Jonathan Safran Foer aveva appena 24 anni e stava scrivendo il suo romanzo d’esordio dopo un viaggio in Ucraina per conoscere la storia del nonno ebreo sopravissuto alla distruzione del suo villaggio per mano dei nazisti. Nel 2002 è uscito “Ogni cosa è illuminata”. A 25 anni, 9 anni fa, Safran Foer ha meritato il successo planetario che ha avuto perché ha inaugurato una scrittura personalissima e ci ha insegnato che le tragedie dell’umanità non sono eventi generici, ma le singole tristi storie e i drammi vissuti da singole persone. Che ogni vita è fatta di legami e tristezze. Morire per la guerra, per la persecuzione, per un attacco aereo, per un bombardamento non capita a un popolo, a un’etnia, a una città.

 

Capita a tanti padri, madri, figli, innamorati, nonni, professori, vicini di casa.

 

Questo nella seconda guerra mondiale.

 

Questo durante l’undici settembre. Ecco di cosa  parla “Molto forte incredibilmente vicino”. Dal bombardamento di Dresda, alla bomba di Hiroshima, al crollo delle Torri Gemelle quello che ci distrugge non è il faccia a faccia con il nemico, non si parla mai di rabbia o di colpevoli. Si parla dell’impossibilità di accettare la morte di una persona cara, indipendentemente da come questa arrivi. Del non essersi salutati  e detti cose che non potranno più essere dette. E come parla Safran Foer? Con trovate eccentriche e mai banali, con pagine ben scritte e trovate grafiche e fotografiche.

 

Il finale è bellissimo.

 

Quando ad agosto ho ripreso in mano questo libro, che avevo letto appena uscito nel 2005, ho iniziato ha cercare cosa avevo sottolineato.L'edizione italiana del libro

 

Ho dovuto rileggerlo tutto, perché non riuscivo a staccarmene.

 

Per concludere vorrei dire:

 

1 – bravo Jonathan, che il tuo secondo romanzo è meglio del primo.

 

2 – bravo Jonathan, sei stato il primo che ha fatto un gran romanzo parlando espilicitamente dell’11 settembre.

 

3 – Il regista inglese Daldry (Billy Elliot, the hours, the reader) sta girando il film tratto da questo romanzo… speriamo di dire bravo anche a lui …

 

 

 

Non è assurdo che il numero dei morti aumenti anche se la terra resta sempre grande uguale? …ho letto che ci sono più persone vive oggi di quante ne sono morte in tutta la storia dell’uomo. Per dire, se tutti tutti volessero recitare l’Amleto contemporaneamente, non ci sarebbero abbastanza teschi.

 

 

 

Quando avevo creduto di morire, ai piedi del ponte di Loschwitz, nella mia mente c’era un solo pensiero: “Continua a pensare”. Pensare mi avrebbe tenuto vivo. Ma adesso sono vivo, e pensare mi uccide. Io penso, penso, penso. Non smetto di pensare a quella notte, ai candelotti rossi, al cielo che era come un’acqua nera, e che solo poche ore prima di perdere tutto, avevo tutto…

 

…E il cuore mi va in pezzi, certo, in ogni momento di ogni giorno, in più pezzi di quanti compongano il mio cuore, non mi ero mai considerato di poche parole, tanto meno taciturno, anzi non avevo proprio mai pensato a tante cose, ed è cambiato tutto, la distanza che si è incuneata fra me e la mia felicità non era il mondo, non erano le bombe e le case in fiamme, ero io, il mio pensiero, il cancro di non lasciare mai la presa, l’ignoranza è forse una benedizione, non lo so, ma a pensare si soffre tanto, e ditemi, a cosa mi è servito pensare, in che grandioso luogo mi ha condotto il pensiero? Io penso, penso, penso, pensando sono uscito dalla felicità un milione di volte, e mai una volta che vi sia entrato…

 

Per la prima volta nella vita mi son chiesto se la vita valeva tutta la fatica che serve per vivere. Perché esattamente valeva la pena di vivere? Che c’era di così orrendo nell’essere morti per sempre e non provare niente, non sognare nemmeno? Che c’è di così fantastico nel provare sensazioni e nel far sogni?

 

…Ho passato la vita imparando a sentire di meno.

 

Sento di meno ogni giorno.

 

È la vecchiaia? O è qualcosa di peggio?

 

Non ci si può difendere dalla tristezza senza difendersi dalla felicità.

 

 

 

…Quando il secondo aereo è finito contro la torre, la donna che stava dando la notizia ha iniziato a gridare. Una palla di fuoco si è staccata dalla torre ed è rotolata in alto. Un milione di pezzi di carta ha riempito il cielo…

 

…Tua madre ha chiuso le finestre ma si sentiva ancora odore di fumo… Siamo rimasti soli, tu ed io, non abbiamo parlato di quello che stava sopra di noi … Quando ti sei addormentato con la testa sul mio grembo ho acceso la televisione.

 

Ho abbassato il volume al minimo.

 

Le stesse immagini ripetute all’infinito.

 

Aerei che vanno contro le torri.
Corpi che cadono.
Persone che agitano camicie dalle finestre in alto.
Aerei che vanno contro le torri.
Corpi che cadono.
Aerei che vanno contro le torri.
Persone coperte di polvere bianca.
Corpi che cadono.
Le torri che cadono.

 

…quando non ho avuto più il dovere di farmi forte davanti a te son diventata molto debole. Ho battuto i pugni sul pavimento. Volevo spezzarmi le mani, ma quando mi hanno fatto troppo male mi sono fermata. Son stata tanto egoista da non spezzarmi le mani per il mio unico figlio. …Avrei voluto, come avrei voluto esserci io sotto le macerie. Era semplicemente un voler prendere il suo posto.

 

 

…“Son più di sei mesi che cerco e non conosco neanche una cosa che non conoscevo sei mesi fa. No in effetti ho accumulato una conoscenza negativa, ho saltato tutte le lezioni di francese… e in più ho dovuto dire un googleplex di bugie… e poi mio padre mi manca più di quando ho cominciato, quando lo scopo era esattamente smettere di sentire la sua mancanza” … “Sta cominciando a farmi troppo male”.

 

Avrei dovuto saperlo quel pomeriggio, quando ci eravamo stretti la mano, che non avrei più rivisto Mr Black. Così non l’avrei lasciato andare. Oppure l’avrei costretto a continuare la ricerca con me. O gli avrei raccontato che papà aveva telefonato mentre ero in casa. Invece non lo sapevo, proprio come non sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che papà mi rimboccava le coperte, perché non sappiamo mai niente. …

 

…Ho pensato a tutte le cose che tutti ci diciamo l’un l’altro, e che tutti dobbiamo morire, o fra un millisecondo, o fra giorni, o fra mesi, o fra 76 anni e mezzo se uno è appena nato. Tutto quello che è nato deve morire, e questo significa che le nostre vite sono come i grattacieli. Il fumo sale a velocità diverse, ma le vite sono tutte in fiamme, e tutti siamo in trappola…

 

…Ha schiacciato Play per ascoltare tutti i messaggi e quando il quinto è finito io ho schiacciato Stop.

 

“… Nell’ultimo messaggio sembra quasi sereno” – “Ho letto sul National Geographic che quando un animale pensa di morire, viene preso dal panico e comincia a scatenarsi. Ma quando SA che morirà diventa calmo, calmissimo.”

 

“Forse non voleva farti preoccupare.” Forse. Forse non mi ha detto che mi voleva bene, perché mi voleva bene. Ma non era un motivo valido. “Ho bisogno di sapere come è morto.” – “Perché?”

 

“Per riuscire a smettere di inventare come è morto. Io faccio sempre invenzioni.”

 

 

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