Intervista con il pagliaccio

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Il  mio romanzo era stato un completo fallimento, così decisi di sperimentare con una nuova tecnica, la migliore pensai:  intervistare personaggi scomodi.

Avevo letto nel manuale del “Nuovo Giornalismo” di Vito Gomez alcuni suggerimenti su come essere incisivo: viva descrizione delle immagini, il principio dell’osservazione e l’uso di un linguaggio fresco e vivo nella descrizione  dettagliata dei personaggi. Proprio per questo Vito Gomez, consigliava di evitare quelle larghe e insulse narrazioni teoriche che molti scrittori, incluso me, usavano nei loro racconti senza successo. In ogni caso, riuscii a fissare un appuntamente con un personaggio che, secondo me, riuniva tutte le caratteristiche per la riuscita di una buona intervista: Garrik.

Io – Mi dica Garrik, come mai ha deciso di convertirsi in un clown?
Mi fissò durante alcuni secondi con quel misto di amarezza e tristezza che solo i clown possiedono nello sguardo, dopodiché rispose:
G – Io non ho deciso proprio un bel niente. La vita mi ha condotto in questo paese e mi ha convertito giusto in quello che più odio: un miserabile clown da circo.
I – Un momento, non capisco: lei odia essere un clown?
G – Si, lo detesto; ho sempre avuto un certo ribrezzo per i pagliacci. Sono essere sprezzevoli e grotteschi che fingono essere allegri, denigrando in ogni show la propria vita e la poca dignità che ancora conservano come uomini. È un sentimento contradditorio, vero? Odiare un pagliaccio… ironia della sorte?… non lo so e tuttavia lei osserva in questo momento la realtà che mi colpisce ogni giorno quando mi vedo riflesso nello specchio.

Ero confuso. Non sapevo se Garrik stesse scherzando o stava eseguendo un magistrale esercizio di drammatizzazione, forse un monologo interiore, comunque nelle sue parole c’era tanto dolore che la curiosità mi spinse a continuare quella scomoda però allo stesso tempo accattivante intervista.
I – C’è una ragione speciale che la spinge a continuare ad essere un clown pur suscitandole questo sentimenti così contradditori?

Garrik puntò i suoi occhi dritti nei miei, abbozzò un mezzo sorriso sconcertante, forzato, perturbante; senza battere ciglio mi rispose:
G – Si, c’è una ragione. È la stessa che spinge un ubriaco a bere una ed un’altra volta, senza rimorsi, senza sensi di colpa, senza pensieri,  semplicemente beve. La transparenza del bicchiere induce un irrefrenabile desiderio di vederlo di nuovo pieno, e allora il tempo si ferma, non c’è più presente né futuro, solo lui, la bottiglia e il suo destino.

Smise di parlare qualche istante, con lo sguardo fisso nel vuoto, poi riprese:
G – Quando poi svanisce l’effetto dell’alcool allora è il momento dei rimorsi, dei sensi di colpa del pentimento! Oh però è talmente debole il filo che unisce l’uomo ai suoi ricordi, che basta solo un bicchiere di liquore per cominciare di nuovo.

Il suo cambio di comportamente fu totalmente inaspettato. Iniziò a ridere e le sue risate confondevano ancora di piu le mie idee fino a quel momento. Con difficoltà  poteva contenersi, e appena riusci a prendere un respiro mi chiese:
G – In tutto questo, qual’è il suo nome? Non ci siamo ancora formalmente presentati!
Io – Rodéricko.
G – Bene Rodéricko mi dica: è soddisfatto della sua vita? Le piace il suo lavoro? Fa quello che realmente vuole?
Io – Evidentemente si!! Sono uno scrittore e studente e lei in questo momento mi sta fornendo materiale per scrivere il mio prossimo racconto.

Garrik non smetteva di ridere. Rideva di me? Di ciò che avevo detto? Come osa questo stronzo, buffone di seconda categoria, stupido e vanitoso? Per un momento ebbi l’impulso di andarmene, prendere il mio registratore tascabile e abbandonare il camerino del teatro. Lo stesso teatro che, pieno di spettatori e ammiratori di questo buffone, era stato testimone di un’altra notte gloriosa per Garrik.
G – Non se la prenda caro amico Rodéricko, sono un clown professionista e il mio ruolo è ridere degli altri e prima di tutto di me stesso. Prese il pacchetto di sigarette sul tavolo e me ne offri una. La accesi. La prima boccata di fumo fu riappacificante, Garik sembrava più rilassato, così continuammo l’intervista…
G – Qual’è il titolo del racconto che ha intenzione di scrivere?
Io – Il Mio racconto-dissi enfatizzando su “mio racconto”; lui non poteva dirlo, non era scrittore.
G – Certo, altrimenti quale…
Io – Si intitola “Il Kaleidoskopio”. In realtà è un lavoro di tesi per l’università nel quale cerco di toccare il fondo della realtà latinoamericana. Perchè mi ha fatto questa domanda Garrik?
G – Mi scusi se sono così curioso. Cercherò di rispondere alla sua ultima domanda, non voglio invertire i ruoli, lei interroga e io rispondo.
Diedi un gran respiro, cercando di riprendere il controllo, e continuai..
Io – Allora dicevamo, perchè dedica la sua vita e il suo talento ad una professione che disprezza?
G – Caro amico scrittore, forse a lei piace tutto quello che scrive. Non ha mai disprezzato un suo lavoro al rileggerlo dopo averlo scritto? Non ha mai avuto il piacere di buttare tutto via e iniziare da zero? Smettere di seguire i consigli di scrittori professionisti, e scrivere come davvero le piace? Scrivere solo per il piacere di farlo e non per commissione?
Io – Chi..io? Impossibile! Io sono totalmente indipendente, decido io di cosa scrivere quando e come voglio!
G – Le diro di più..Non ha mai avuto la tentazione di smettere quando nota che non può farcela a diventare uno scrittore professionista?
Io – Un momento Garrik, io non ho problemi con il mio lavoro.
G – Si, però almeno una volta ha sperimentato tutto ciò?
Mi guardava, cercando nel fondo degli occhi la verità. Non mi avrebbe permesso di eludere quelle domande. Così abbassando lo sguardo riposi:

Io – Beh..si, non esattamente…
G – Lo vede? Si giustifica e si ostina a difendere una causa persa! Il mondo è pieno di gente che accetta la sua mediocrità fino ad affezionarcisi, non aspira ad essere niente di piu di quello che è. Cè sempre una buona scusa per rifare le stesse cose. Dopo tutto, siamo profondamente legati alle cose più odiamo…si tratta dei Karma vero??
Io – I Karma!!!..Adesso risulta che Garrik il buffone è un esperto di filosofia orientale!!
Garrik si mise in piedi improvisamente ed inizio a camminare in circolo per il camerino. Accese un’altra sigaretta e disse:
G – So quelle che ho vissuto, osservo tutto ciò che mi circonda, sono perfettamente cosciente di tutto e tutti. Per caso ha prestato attenzione, quando è arrivato qui, a cosa c’era scritto sulla locandina all’entrata del teatro? C’è scritto: “Garrik e il suo circo”. Qui c’è spazio per esseri deformi, curiosi, grotteschi, strani, e perchè no, c’è spazio anche per i falliti. Personaggi perfetti per una commedia da circo. Non le sembra che anche le università sono un buon punto di raccolta per il gregge e i falliti?
Io – Lei tutto sa e tutto disprezza.  Immagino che la scelta del suo nome sia casuale. Ha per caso letto la poesia “Ridere piangendo? (Reir llorando) Sa chi l’ha scirtta?”.
G – Giovanotto, non mi sottostimi. Juan de Dios Peza, scrittore messicano e amico di Manuel Acuña. Anche io fui uno scrittore. Ho letto Plauto, Aristofane, Moliere, Wilde, Ionesco e anche a Juan de Dios..Smisi di scrivere quando accettai il fatto che non podevo dominare il linguaggio, che sempre ci sarebbe stato qualcuno migliore di me, con miglior intuito, miglior talento.
Mi misi in piedi, seriamente intenzionato ad adarmene, con gli occhi iniettati di rabbia cercavo il suo guardo, non me ne sarei and
ato via senza dargli ciò che si meritava:
Io – Secondo il suo esperto parere allora io dovrei fare lo stesso, dare un giro di vite, abbandonare, mettermi in coda nella fila della mediocrità. Come può  giudicare i miei lavori senza averne mai letto uno? Con che autorità? Adesso capisco il suo sarcasmo, lei sta cercando di creare tensione, di farmi incazzare, ma ha sbagliato soggetto!!
G – Aspetti un momento Rodèricko.
Garrik mi supplicò di non andarmene. Forse le mie parole lo avevano commosso, forse il mio tono disperato e iracondo, il fatto è che il clown adesso sembrava un’altra persona. Il tono della sua voce calma e posata arrivava alle mie orecchie…
G – Niente è perduto. Lei sa meglio di chiunque altro, che essere uno scrittore porta  inevitabilmente ad essere un lettore più attento e profondo. Questo è un premio per le sue notti insonni da scrittore, per cui sono sicuro che valga la pena.

Garrik prese in mano la bottiglia di Tequila-buona marca!!-esclamò. Sorrise, mi servi un bicchiere, insieme bevemmo. La notte dominava nel teatro ormai silenzioso. Che forma tanto strana di essere una persona amabile. Garrik bevve un altro sorso di tequila ed iniziò a togliersi il trucco da clown.
G – Beva, mio caro amico scrittore. Una buona tequila non si rifiuta mai! Di questi tempi difficili, è l’unico lusso che posso concedermi.
Ancora non aveva terminato di struccarsi, quando accese la radio: una musica armoniosa, un tango colmò l’atmosfera di malinconia, la voce del cantante intonava:
“..Voglio ubriacare il mio cuore,
per spegnere questo folle amore,
che piu che amare è soffrire.
Per questo sono qui, per cancellare quei baci
con altri baci su altre bocche.
Se il suo amore durò un giorno,
perchè è cosi crudele il ricordo
e la preoccupazione?
Voglio brindare a noi due,
per liberarmi da  questa ossesione
e con piu forza ripenso a lei..” (Tango Originale “Nostalgias” Cadicamo-Cobián)

Accettai volentieri un altro bicchiere di Tequila. L’intervista non era acora terminata, Garrik aveva ancora qualcosa da dirmi..
G – Suppongo che vorrà supere da cosa nasce il mio odio verso i pagliacci.
Io – Si, sarebbe interessante saperlo.
G – Da bambino, anche se lei nutre dei dubbi al rispetto, sì, anche io fui un bambino, quando uscivamo con mio padre, mi addormentavo sui sedili posteriori della sua auto. Un giorno, arrivati al centro commerciale, non volle svegliarmi, visto che avrebbe impiegato solo pochissimi minuti per i suoi acquisti. Mentre dormivo si avvicinò al finestrino un pagliaccio. Mi svegliai all’improvviso, la vista del pagliaccio mi prese tanto alla sprovvista che iniziai a gridare di paura. Quell’uomo inizio a ridere al vedermi impaurito. Il suo viso truccato male lo presentava come un mostro deforme ai miei occhi. I colori del suo trucco erano verde azzurro e rosso, una parrucca vecchia e scolorita e un ridicolo cappello a cilindro completavano il quadro. Continuai a gridare fino a che la sua espressione burlona sparì davanti agli sguardi dei passanti che iniziavano ad avvicinarsi richiamati dalle mie grida. Un’immagine terrificante per un bambino.

 

L’immagine di quel viso deforme, non ha smesso di accompagnarmi. Quello stesso volto che porto sul palcoscenico e che è ora qui davanti a lei.
Colui che si fa chiamare Garrik nasconde nelle sue battute la propria storia. Un amore promettente che lo abbandonò, una carriera fallimentare come scrittore, una vita miserabile che non vuole finire, la sua naturale mediocrità, la sua viltà.
Osservai, una lacrima solcava il suo volto, solamente una. Forse è possibile nascondere la capacità di esprimere la propria sofferenza, forse quella lacrima portava con sé tutto il dolore della sua anima. Concluse così, dopo il sesto bicchiere di tequila:
G – Ironia della sorte mio caro amico Rodericko, ho imparato a ridere piangendo

 

 

 

Ammirando Garrick – attor d’Inghilterra –
la gente al applaudirlo gli dicea:
«Sei il più bello della terra
e il più felice…»
E il comico ridea.

I gran lord che di spleen si tormentavan
nelle loro più grevi e oscur nottate,
a veder il re degli attori se n’andavan,
per barattar lo spleen colle risate.

Una volta, da un gran medico,
un tal si presentò collo sguardo squallido:
«Soffro – gli disse – d’un mal tan terrifico
come questo volto mio così pallido.

»Nulla più m’incanta o mi sta attraendo;
non penso al buon nome né alla mia sorte,
in un eterno spleen, da vivo sto già morendo,
e la mia unica speranza sta nella morte».

– Viaggi e si distragga.
– Ho viaggiato tanto!
– Si dia alle letture.
– Ho letto tanto!
– Ami una donna.
– Sì son amato!
– Acquisti un titolo.
– Già nobile son nato!

– Sarà forse povero?
– Ho fortuna
– Le gustassero le lusinghe?
– Ne ascolto tante!
– Qual è la sua famiglia?
– Le mie tristezze
– Visita il camposanto?
– Tanto… tanto…

– La vostra vita nutre di pubblica ammirazione?
– Sì, ma non mi faccio metter in soggezione;
sol pei morti ho vera affezione;
che i vivi son la mia tribolazione.

– Il vostro mal mi causa tentennamento
– aggiunse il medico – ma senza paura
segua questo mio suggerimento:
ammirar Garrick sarà la sua cura.

– Garrick?
– Sì, Garrick… la più triste
e austera società lo cerca ansiosa;
chi lo vede si spancia in risate mai viste:
c’ha il dono d’una grazia artistica meravigliosa.

– E farà ridere anche me?
– Ah! Sì, ve lo giuro
egli, e nulla più, ma… perché ancor afflizione?
– Così – dice il paziente – di certo non mi curo
Garrick son io!… Dottor, mi cambi prescrizione.

Quanti ce ne sono che stanchi di vivere
morti di noia, malati di depressione,
come l’attor suicida gli altri fan ridere,
senza mai, pel suo stesso mal, trovar soluzione!

Ahi! Quante volte ridere è un piangere ancora!
Nessuno confidi dell’allegria nel riso,
perché negli esseri che il dolor divora,
l’anima soffre mentre ride il viso!

Se muore la fede, se fugge la calma,
se solo mestizia nel cammino è incontrata,
sale su al volto la tempesta dell’alma,
e scoppia in un lampo triste: la risata.

Il carneval del mondo inganna tanto,
che le nostre vite son brevi mascherate;
qui apprendiamo a rider col pianto,
e a piangere pure colle risate.
(Juan de Dios Peza-Reir LLorando)

»Nulla più m’incanta o mi sta attraendo;
non penso al buon nome né alla mia sorte,
in un eterno spleen, da vivo sto già morendo,
e la mia unica speranza sta nella morte».

– Viaggi e si distragga.
– Ho viaggiato tanto!
– Si dia alle letture.
– Ho letto tanto!
– Ami una donna.
– Sì son amato!
– Acquisti un titolo.
– Già nobile son nato!

– Sarà forse povero?
– Ho fortuna
– Le gustassero le lusinghe?
– Ne ascolto tante!
– Qual è la sua famiglia?
– Le mie tristezze
– Visita il camposanto?
– Tanto… tanto…

– La vostra vita nutre di pubblica ammirazione?
– Sì, ma non mi faccio metter in soggezione;
sol pei morti ho vera affezione;
che i vivi son la mia tribolazione.

– Il vostro mal mi causa tentennamento
– aggiunse il medico – ma senza paura
segua questo mio suggerimento:
ammirar Garrick sarà la sua cura.

– Garrick?
– Sì, Garrick… la più triste
e austera società lo cerca ansiosa;
chi lo vede si spancia in risate mai viste:
c’ha il dono d’una grazia artistica meravigliosa.

– E farà ridere anche me?
– Ah! Sì, ve lo giuro
egli, e nulla più, ma… perché ancor afflizione?
– Così – dice il paziente – di certo non mi curo
Garrick son io!… Dottor, mi cambi prescrizione.

Quanti ce ne sono che stanchi di vivere
morti di noia, malati di depressione,
come l’attor suicida gli altri fan ridere,
senza mai, pel suo stesso mal, trovar soluzione!

Ahi! Quante volte ridere è un piangere ancora!
Nessuno confidi dell’allegria nel riso,
perché negli esseri che il dolor divora,
l’anima soffre mentre ride il viso!

Se muore la fede, se fugge la calma,
se solo mestizia nel cammino è incontrata,
sale su al volto la tempesta dell’alma,
e scoppia in un lampo triste: la risata.

Il carneval del mondo inganna tanto,
che le nostre vite son brevi mascherate;
qui apprendiamo a rider col pianto,
e a piangere pure colle risate.

 

Juan de Diós Peza (1852 -1911)
Traduzione di Rodolfo de Matteis

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