Grandi Misteri: le Province, enti inutili

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I più pii vorrebbero l’abolizione di quelle sotto i 200mila abitanti. I più arrabbiati preferirebbero direttamente il loro bombardamento e la deportazione immediata di tutti i dipendenti.

Sono le inutilissime Province, vera e propria palla al piede per le magnifiche sorti e progressive della nostra Penisola, luogo di malaffare e di giochini innominabili tra partiti, rifugio di tutti i fancazzisti. Ma è proprio così?

 

Il tema (caldissimo)
A ben vedere, in principio erano le Province. Sono la prima forma amministrativa italica, addirittura di romana memoria (intesa come Roma Caput Mundi), quando indicavano i territori periferici dell’Impero. Da cui ancora oggi il dispregiativo “provinciale”, nell’accezione usata spesso da Gianni Agnelli per elevarsi al di sopra dell’ennesimo avversario che lamentava l’ennesimo torto arbitrale.

Con lo Stato unitario, la Provincia diventa la ripartizione minima periferica dello Stato: prefetture, tribunali, questure, sono e restano di fatto ancor oggi organizzati su base provinciale, affiancati successivamente da provveditorati agli studi e uffici ministeriali (Sovraintendenze, Catasti, Camere di Commercio, Agenzie delle Entrate). La Costituzione repubblicana la istituisce come ente locale con una connotazione socio-economica (zona entro cui si svolge la maggior parte dei rapporti sociali, economici e culturali della popolazione residente, di regola non inferiore ai 200.000 abitanti) di livello intermedio tra i Comuni e le Regioni. Ma mentre per queste ultime ci vorranno 25 anni prima di vederle nascere, le Province saranno operative da subito.

È con la entrata in funzione delle Regioni che ci si inizia a chiedere se abbia ancora un senso mantenere un livello di governo intermedio, le cui prerogative iniziano ad essere schiacciate tra il ruolo dei Comuni, storico ed indiscutibile (nel senso letterale del termine: guai a metterlo in discussione), ed il nuovo ente regionale. Le cose peggiorano negli anni ’90, quando il crescente protagonismo municipale diventa superomismo a seguito della elezione diretta dei sindaci (ed era ora), mentre la Regione diventa un colosso grazie al suo essere interlocutore privilegiato della UE nella destinazione dei sempre maggiori fondi comunitari.

Ma nonostante l’accusa montante di non essere carne né pesce, il numero delle Province italiane non diminuisce mai, perché alla nascita periodica di nuove (Oristano, Biella e Pordenone a cavallo tra anni ’60 e ’70, Rimini e Prato negli anni ’90, Barletta, Fermo, Verbania, Monza nel nuovo millennio, fino alle nuovissime Province sarde, solo per citarne alcune) non hanno mai fatto riscontro soppressioni né accorpamenti.

Nel frattempo, con la riforma in chiave federalista portata avanti dalla Riforma del Titolo V della Costituzione, dal 2001 è assegnato a tutti i livelli territoriali il carattere di componente costitutivo della Repubblica (tradotto: Comuni, Province e Regioni sono riconosciuti come enti autonomi anche a livello statutario e finanziario) e sono delegate sempre più funzioni dallo Stato centrale ai livelli più vicini al cittadino, nello spirito del decentramento e della sussidiarietà.

La Provincia: serve o sparecchia?

In breve: cosa fa la Provincia, sempre che faccia qualcosa? Le sue funzioni istituzionali, ribadite dalla L. 42 del 2009 sul federalismo fiscale, sono di carattere urbanistico attraverso la definizione ed il controllo di un Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (il PTCP), cui devono attenersi i PSC/PRG comunali, provvede alla manutenzione della rete stradale sbolognatele dall’ANAS, gestisce il patrimonio immobiliare scolastico, coordina la protezione civile ed ha competenze diffuse sull’ambiente, gestisce gli uffici per il lavoro e la formazione professionale; infine, ha voce in capitolo sulle attività economiche, indirizzando i fondi per commercio, turismo, industria e agricoltura.

Insomma, nel sistema amministrativo italiano la Provincia è nella posizione e nella dimensione ottima minima per mettere in campo quelle funzioni di coordinamento ed indirizzo di area vasta che vanno sotto il nome (altisonante) di “marketing territoriale”: né troppo vicino da doversi occupare dei problemi quotidiani del cittadino come fanno i Comuni (il trasporto locale, le mitiche buche nelle strade, i rifiuti), né tanto lontano da dovere seguire politiche di carattere macro come fanno le Regioni (università, sviluppo economico, sanità).

 

Serve questo coordinamento? Secondo me sì. Viceversa, ha il via libera la corsa dei Comuni a volere ciascuno la propria area produttiva/artigianale, la propria stagione di eventi culturali che si sovrappone, fa e subisce la concorrenza del vicino, il proprio polo scolastico, il proprio ipermercato, il proprio palazzetto dello sport da 10mila posti, il proprio inceneritore (vabbè, quello no)… Il risultato sarebbe un gioco a somma negativa che finirebbe per mettere tutti contro tutti, duplicando i costi e mandando sempre più in vacca il territorio.

Famo du’ conti
E a fronte di tutti questi meravigliosi, irrinunciabili vantaggi, quanto ci costano le Province? La parola a quel vero e proprio servizio di pubblica utilità che è La Voce Info (sì, se la tirano un pochino, ma onore a un gruppo di economisti che cercano di rendersi utili e che si fanno capire, NdA).

Ogni anno le Province spendono circa 12 miliardi di euro (in calo dal 2008 ad oggi di circa il 5%). I due terzi riguardano la manutenzione/ristrutturazione miglioramento del patrimonio immobiliare, 125 chilometri di strade e circa 5mila edifici scolastici, spese che – anche in caso di abolizione – andrebbero comunque sostenute. Lo stesso dicasi per tutte le funzioni di amministrazione, gestione e controllo, istruzione pubblica, trasporti, gestione del territorio, tutela ambientale, servizi del mercato del lavoro, che in caso di soppressione andrebbero trasferite ad altri enti (così a occhio le Regioni), collocati però ad una distanza tale da renderle più difficili da svolgere.

E veniamo ai dipendenti: al 2009 erano intorno ai 56mila, 7mila dei quali in realtà trasformati da dipendenti del Ministero del Lavoro a provinciali a seguito del trasferimento alle Province dei Centri per l’impiego, cui se ne aggiungono altrettanti trasferiti dalle Regioni, in conseguenza del conferimento di funzioni, in particolare nel campo del turismo, dell’agricoltura, della formazione professionale, delle attività produttive (sempre in omaggio ai principi di sussidiarietà e decentramento). Un’abolizione delle Province non potrebbe che significare un viaggio in direzione opposta di questi 14mila, che tornerebbero all’ente di origine accompagnati dagli altri 40mila e più colleghi. Chiaro, sempre nell’ipotesi che le funzioni oggi in capo alle Province siano utili a qualcosa e che i 56mila non giochino a carte tutto il giorno.

Alla fine, non potendo eliminarne ma solo trasferirne termodinamicamente (nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma) le funzioni, il risparmio vero sarebbe sul taglio dei costi della politica: tra stipendi alla Giunta, indennità e gettoni di presenza agli eletti, parliamo di 113 milioni di euro. Ammettendo anche un forte abbattimento delle spese generali (in realtà tutto da dimostrare), stimato dai più ottimisti in circa 750 milioni, la massa critica dei risparmi conseguibili molto verosimilmente sarebbe attorno al miliardo di euro.

Intermezzo amoroso: e gli altri “enti inutili”?

Sì, ma non ci sono mica solo le Province! Ci sono anche tutti quegli altri enti che costano come un tavolo con champagne al “Billionaire” e che la maggior parte degli Italiani nemmeno sa cosa siano, tanto non servono a niente, tanto poco incidono sulla vita dei cittadini (ma sulle loro tasche sì): le Unioni di Comuni e, soprattutto, le mitiche, inutili Comunità Montane. Tutto vero.

 

Comunità Montane e Unioni hanno storie simili: le prime nascono nel 1971 come associazioni di Comuni montani, affinché Amministrazioni piccole ed isolate, ma con problemi simili si coordinassero nella programmazione dello sviluppo; a partire dal 2000, con lo stesso spirito e le stesse motivazioni sono diventate anche strumenti di gestione di servizi in forma associata (scuole e bus scolastici, strade, tutela del suolo). A questo servono anche le Unioni di comuni, nate nel 1990 come forma associativa tra comuni confinanti e di dimensioni inferiori ai 5.000 abitanti per gestire in forma associata servizi altrimenti molto frammentati e sovrapposti (anagrafi comunali, uffici tecnici, quelli visti per Comunità Montane). Ma soprattutto, le Unioni furono pensate come anticipazione di una fusione che doveva avvenire tassativamente entro 10 anni, solo che nel 1999, all’avvicinarsi della scadenza obbligata, i Comuni ottennero l’abolizione della norma e dei limiti demografici. E mi sa che qui veniamo al punto.

Ma esistono o no enti inutili?
In Italia esistono 8.092 Comuni con meno di 15mila abitanti. In Italia, l’82% dei Comuni ha popolazione compresa tra 500 e 3.000 abitanti. In Italia una Provincia come Campobasso ha 237mila abitanti spalmati su 84 Comuni. È il retaggio della Rivoluzione francese arrivata a noi attraverso la mediazione pre-unitaria del Piemonte: un estremo principio di eguaglianza, che spinse a considerare ogni comunità uguale per dignità amministrativa, la Parigi della grandeur come il paesino di 150 anime del Massiccio Centrale. Senza preoccuparsi dell’efficienza della gestione.

A fronte della difficoltà di tirare avanti, di organizzare i servizi per i cittadini, di non duplicare i costi del fare tutti le stesse cose per i propri 500 cittadini, i Comuni si inventano da 20 anni forme associative, salvo poi essere gelosi della propria autonomia, del proprio essere Comune di Prata d’Ansidonia (525 abitanti) e non semplice frazione de L’Aquila. Il nostro attuale Governo in stato confusionale permanente ed effettivo sbaglia quando propone di eliminare quelli sotto i 1.000 abitanti; dovrebbe avere il coraggio di imporre l’accorpamento a quelli sotto i 20mila abitanti.

 

Ad postera
No, non sono un dipendente provinciale (non sono nemmeno un dipendente pubblico). Sono però convinto di quanto sopra. Probabilmente resto l’unico, visto che ho preso sberloni ogni volta che ho provato a perorare questa causa (salviamo le province, accorpiamo i Comuni sotto i 20mila abitanti). Va detto che quella degli “enti inutili” è una geografia a geometria variabile: nelle grandi città (Milano, Napoli, Roma, anche la più modesta e provinciale Bologna) forse l’ente inutile è proprio la Provincia, soprattutto quando si arrivasse finalmente ad organizzare l’ente sovracomunale di cui si parla da anni, l’area metropolitana. O, paradosso per paradosso, in Trentino Alto Adige suona più inutile l’Ente Regione, vista l’ampia autonomia delle due Province Autonome ed il modo con cui si rapportano con la Regione (“sguattero, fammi trovare pronti questo e questo”). Ma nella maggior parte dei casi, quantomeno in quegli 8.092 casi di cui si parlava poco fa, a me sembra che gli enti inutili siano altri.

 

ABROGHIAMO PIUTTOSTO LA LEGGE ELETTORALE

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5 commentiCosa ne è stato scritto

  1. klement

    Lo slogan degli enti inutili presuppone che eutanasia e amputazione siano la cura di tutti i mali.
    Basterebbe dare al Presidente della Provincia funzioni di Ufficiale del Governo come il SIndaco perché basti un solo Prefetto per regione, dedicato soprattutto all’antimafia e simili funzioni per cui occorra distanza dalla società locale

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  2. kiki

    E’ vero, questa è un’analisi (abbastanza) lucida (ma mi do un morso in una chiappa se Cinzia non è una dipendente provinciale…).
    Va bene, mi rispondo da solo: Omnia munda mundi.

    ugoth però ha ragione. Basta che uno tiri fuori la casta e via andare. Se penso che una volta di un giornalista come Gian Antonio Stella non mi perdevo un articolo, a vederlo adesso sbraitare che so’ tutti ladroni…

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  3. ugoth

    Infatti il cittadino si interfaccia col comune o con lo stato. Sa che l’USL dipende dalla Regione e non avendo contatto diretto con uffici della provincia è convinto che non faccia niente. Poi appena uno dice che una cosa fa parte della casta, ecco il coro che gli va dietro.

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  4. Cinzia

    sai qual’è il problema? che la maggior parte della gente non ha la minima idea di quello che fa la Provincia (e forse anche le Regioni) mentre per i Comuni non c’è problema: il Comune è lì in piazza, tutti prima o poi sono passati all’anagrafe o all’ufficio mense o trasporto scolastico…

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