Buona scuola a tutti!

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

La pellicola “L’affaire Farewell” (non ancora uscita in Italia), racconta la storia (vera), ambientata in Russia negli anni ’80, di un agente del KGB (la polizia segreta sovietica, NdA), deluso dal sistema e deciso a farlo crollare, che sceglie un giovane francese come tramite per far giungere documenti segretissimi ai servizi segreti occidentali. Il francese non è una spia, bensì un normale ingegnere che lavora a Mosca, sposato con due figli. Eppure il destino lo porta a ritrovarsi in mano dossier in grado di infliggere un colpo mortale all’Unione Sovietica.

La moglie lo supplica di disfarsi di quei documenti che scottano per il bene suo e dei bambini. Anche lui tentenna: chi glielo fa fare? Non è una spia, solo un cittadino qualunque: perché immischiarsi?

Ma poi decide di continuare: prende in consegna i documenti dall’agente del KGB e li porta in Francia dove saranno effettivamente utilizzati per smantellare la rete di spie sovietiche in Occidente. Perché sceglie di correre un rischio così grosso? Quali ragioni lo guidano? Non lo fa per denaro, non lo fa per potere e neanche per se stesso o la famiglia, anzi tiene tutto nascosto alla moglie.

Lo fa perché crede in alcuni valori: la libertà, la democrazia, probabilmente anche la patria ed il bene dell’umanità. Lasciamo perdere l’anti-americanismo e tutte quelle robe lì: anche l’agente del KGB non ama l’Occidente e non considera il comunismo tutto da buttare, ma è conscio che quel sistema non garantirà un futuro felice ai suoi figli. Il punto è che per il francese, un ordinario cittadino, esistono alcuni valori per i quali sceglie di mettere a repentaglio la propria incolumità e quella della sua famiglia.

Cosa avremmo fatto noi? Cosa faremmo noi? Nei momenti di massimo stress e pericolo o addirittura quando vediamo vicina la morte, ciò che ci guida sono l’istinto e i valori in cui più crediamo e che reputiamo giusti. E di solito si tratta di cose a cui siamo stati educati dalla famiglia, ma anche dalla scuola e dalla comunità, in maniera così profonda che possiamo considerarle parte dell’istinto stesso.

Se la collettività è capace di educare i propri cittadini ad alcuni valori, con l’esempio, con le istituzioni, con la scuola, allora anche un normale cittadino, in un momento cruciale in cui la sua stessa vita è in pericolo, può comportarsi per il bene della comunità stessa e non solo per il proprio egoistico tornaconto. Anche per questo è fondamentale la scuola: non solo per fornirci strumenti per ottenere “risultati” immediati, quali il lavoro, il danaro o l’affermazione personale, ma anche per insegnarci valori di solidarietà e di fratellanza (si può dire fratellanza?) che possano guidarci al bene dei nostri simili e del “prossimo”, quando il destino ci pone di fronte a scelte drammatiche o anche nella ordinaria quotidianità.

Dopo la morte di Martin Luther King, Robert Kennedy pronunciò un bellissimo discorso in cui affermava quanto fosse importante smettere d’insegnare a temere il prossimo, perchè ciò ci conduce ad “affrontare gli altri non come concittadini ma come nemici”, mentre “coloro che vivono con noi sono nostri fratelli, e condividono con noi lo stesso breve istante di vita. [...] essi desiderano, come noi, solo la possibilità di vivere la propria vita, con motivazione e felicità, conquistando ogni soddisfazione e ogni realizzazione possibile”. [clicca qui per il discorso completo]

In questi giorni, comincia la scuola: che possa cominciare anche con questo spirito, perché ne abbiamo tanto bisogno e occorre continuare a piantare semi, anche se intorno ci sembra di vedere solo deserto. Buona scuola a tutti!

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?