Vari undici: 11 settembre…1714

4
Share on Facebook143Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

L’11 settembre è un giorno di festa in Catalogna, una regione autonoma della Spagna, con una propria storia, letteratura, lingua, dove in tanti, da secoli, rivendicano l’indipendenza. In quest’ottica, ciò che accadde l’11 settembre 1714 a Barcellona è molto importante.

Ci sono popoli un po’ “sfigati” (in senso buono), che la storia ha lasciato senza un stato proprio: ad esempio i palestinesi e i curdi o – in misura minore – baschi, scozzesi e catalani.

La Catalogna è formalmente una regione del Regno di Spagna abitata da oltre 7 milioni di persone (il 16% degli spagnoli) con capitale Barcellona. In una accezione più estesa (“Paesi Catalani”) comprende anche le Baleari, la zona di Valencia e soprattutto la regione francese oltre i Pirenei.

La festa “nazionale” catalana ricorre l’11 settembre e i catalani sono così “sfigati” (sempre in senso buono) che questo giorno commemorano una sconfitta avvenuta nel 1714. Anche i palestinesi ricordano il 15 maggio la Nakba (la catastrofe), quando, nel 1948, fu fondato lo stato di Israele. Ma i catalani sono così “sfigati” che il giorno della loro festa, dal 2001 è indissolubilmente associato al più tragico attentato avvenuto nel mondo occidentale.

In estrema sintesi, l’origine delle sfighe catalane sta nella geografia: la Catalogna è giusto in mezzo a due potenti stati (Spagna e Francia) le cui guerre e alleanze hanno finito per schiacciarne le ambizioni indipendentiste.

Ma partiamo dall’inizio. Come l’intera penisola iberica, la Catalogna fu romana [clicca qui per leggere l'articolo de L'11 sulla patrona di Barcellona la cui vicenda ha luogo in quel tempo], poi visigota e poi araba. Verso l’800 d.C. arrivano i carolingi (francesi) da cui – progressivamente – la Catalogna si emancipa divenendo di fatto indipendente. Nel XIV secolo, con il nome di “Corona di Aragona”, la Catalogna arriva a comprendere i “Paesi Catalani”, l’Aragona (la zona di Saragozza), la Sardegna, la Provenza e tutta l’Italia meridionale, Sicilia compresa. Insomma: una vera e propria potenza mediterranea.

Nel frattempo però un altro regno vicino sta acquisendo importanza: il Regno di Castiglia (la zona poco a nord di Madrid), che sarà l’embrione dell’attuale Regno di Spagna…

Come spesso accade, i casini grossi cominciano con un matrimonio: quello tra Fernando II d’Aragona (il “re della Catalogna”) e Isabella di Castiglia che si celebra nel 1469. I due regni mantengono istituzioni politiche proprie, ma da quel momento le vicende catalane saranno indissolubilmente legate a quelle castigliane o spagnole (da qui in poi – per semplicità – utilizzeremo i due termini come sinonimi). Isabella è la regina che finanzia il viaggio di Colombo (1492), le cui “scoperte” sono un brutto colpo per i catalani perché l’asse del mondo si sposta progressivamente dal Mediterraneo all’Atlantico. Tuttavia quando il navigatore genovese ritorna in Spagna dopo il primo viaggio è a Barcellona che si reca perché è lì che in quel momento risiedono i sovrani. In ogni caso, negli anni a venire l’importanza della Castiglia cresce assai, mentre la Catalogna rimane un po’ ai margini, perdendo autonomia.

Nel 1635 scoppia una guerra tra Francia e Spagna: i soldati spagnoli fanno base in Catalogna, a cui sono imposte nuove tasse. I catalani s’incatzano e proclamano l’indipendenza (1641), ma subito si rendono conto di non farcela da soli e si alleano/sottomettono ai francesi, ritrovandosi ora loro in casa. Nel 1648 Francia e Spagna firmano la pace e per i catalani sono catzi: gli spagnoli gliela fanno pagare conquistando Barcellona, mentre i francesi si tengono la parte di Catalogna oltre i Pirenei (che da allora sarà sempre francese).

La Catalogna “spagnola” mantiene comunque una certa autonomia, ma nel 1700 muore il re di Spagna e c’è un casino grosso per la successione: i pretendenti sono Filippo V (della casa dei Borboni che governa anche in Francia) e l’arciduca d’Austria appoggiato da Inghilterra, Germania e Olanda. La Catalogna si schiera con quest’ultimo, sbagliando ancora una volta la “scommessa”: i due contendenti fanno la pace (1714), la corona finisce sulla testa di Filippo V, il quale presenta il conto ai catalani, assediando Barcellona. L’11 settembre 1714 la città capitola e Filippo V mette fine a quasi tutte le istituzioni politiche catalane sostituite dalle castigliane. Ormai la Catalogna è assorbita a tutti gli effetti nel Regno di Spagna.

 

Oggi quell’evento viene presentato dai catalani come un confronto netto tra Spagna e Catalogna, come tutto il popolo catalano contro l’imperialismo spagnolo. Tuttavia le cose sono più complesse: all’epoca le nazioni e il sentimento nazionale non erano come noi li intendiamo ora e le guerre erano più tra “casate” di re e nobili che tra stati. Inoltre esistevano nette divisioni sociali all’interno degli stati, tra nobili e “popolo”. Furono i nobili catalani che scelsero di appoggiare un aspirante re invece di un altro che – una volta vinta la contesa – punì chi non lo aveva sostenuto. In ogni caso, attualmente l’11 settembre è la giornata dell’”orgoglio catalano”, quando – con diverse gradazioni – i catalani rivendicano la propria identità che significa molto la loro distanza dal Regno di Spagna.

Nei secoli successivi, la Catalogna ebbe almeno due altri sussulti indipendentisti che però non sfociarono in un vero e proprio distacco da Madrid: durante la Repubblica (1931-38) poi rovesciata da Franco [clicca qui per leggere le vicende di quel periodo del poeta Machado raccontate da L'11] e subito dopo la caduta del franchismo. In particolare l’11 settembre 1977, un milione di persone sfilò per le strade di Barcellona rivendicando l’autogoverno della Catalogna.

 

Oggi la Catalogna gode di forti autonomie: ha una sua polizia, un suo sistema scolastico e una lingua ufficiale. Nonostante questo, specialmente in periodi di crisi come questo, l’insofferenza verso Madrid è forte e le autonomie non sono mai abbastanza. Oltre ad innegabili e reali ragioni storiche e culturali, anche quelle economiche hanno un forte peso (la Catalogna è ricca): sullo stile “Roma ladrona”, se qualcosa non funziona, dai treni alla disoccupazione, “la colpa è di Madrid”. Tutti i maggiori partiti catalani (tranne i Popolari) hanno forti connotazioni nazionaliste anche se – eccetto chi vuole la totale indipendenza – sembra che lo siano non tanto per autentica convinzione, ma perché hanno paura di perdere voti, se non lo fossero.

E’ comunque un fatto che, nonostante secoli di “spagnolizzazione” culminati nella dittatura franchista che proibì anche l’uso del catalano, l’identità catalana è tuttora viva e presente, ben più di quella di qualsiasi regione italiana. Per conservare lingua e tradizioni, i catalani si sono però chiusi in se stessi, un po’ come accaduto agli ebrei [clicca qui per un articolo de L'11 a riguardo]: costituire comunità poco permeabili all’esterno per preservare ciò che è all’interno.

Questa “chiusura” si percepisce da alcuni dettagli significativi: a Barcellona sui campanelli delle case ci sono i numeri degli interni e non i cognomi, come a dire: “Non rompeteci i coglioni”. Le piazze, come luogo d’incontro, sono rare: la piazza del Comune (Saint Jaume) è piccola, Placa Reial è “spagnola” e Placa Catalunya è più che altro un indefinito svincolo stradale. Un’altra caratteristica urbanistica barcellonese è la difficoltà a raggiungere il mare (simbolo e luogo d’”apertura” per eccellenza), nonostante la città vi si affacci: le strade non conducono veramente verso il mare e anche le Ramblas si spengono prima di arrivarci.

Noi italiani invece – con buona pace di chi oggi vuole alzare muri – abbiamo reagito alle continue invasioni straniere, facendo dell’Italia una terra di contaminazione, magari spesso in modo vigliacchetto ed opportunista (“Francia o Spagna purché se magna”). Abbiamo cioè difeso (alcune del)le nostre tradizioni offrendole a tutti perché le potessero apprezzare. Prendete le feste paesane: in Italia c’è uno stand gastronomico ad ogni angolo, tanto che alcune si sono trasformate in un enorme ristorante, perdendo alcuni significati originari. In Catalogna ci sono le tavolate per strada, ma seduti ci sono solo gli abitanti locali e se tu arrivi da “turista” fai fatica a trovare da mangiare, come a dire: “la festa è nostra e non c’interessa degli altri”.

L’indipendenza della Catalogna oggi come oggi sarebbe anacronistica oltre che un suicidio politico ed economico. Tuttavia, se e quando l’Europa come entità politica, economica e culturale, divenisse più importante dei singoli stati nazionali, allora una Catalogna che con uno status equiparabile a quello del Regno di Spagna, sarebbe sensata ed auspicabile. Come sempre, prendiamo il calcio come terreno esemplificativo: in una Catalogna indipendente oggi, il Barcellona dovrebbe giuocare un insignificante campionato catalano: che senso avrebbe? Domani, quando e se le competizioni a livello europeo saranno più importanti di quelle nazionali, allora un Barcellona – Real Madrid si potrebbe disputare così come accade per un Barcellona – Manchester United.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook143Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Tano

    non si tratta di non imparare la lingua. A parte il fatto che l’euskera è una lingua difficilissima da imparare, quando si inizia da bambini, e comunque sto facendo un corso. La cosa è che i paesi vaschi, cosi come la cataloña, sono “paesi” bilingue. Se conosci una delle due lingue ufficiali, dovresti poter sopravvivere almeno per un tempo limitato. se decidi di rimanerci a vivere, beh allora forse conviene imparare anche l’altra lingua che coem tu sostieni molte volte non si impara solo per pigrizia

    Rispondi
  2. Barceloní

    @Tano: Mentre invece penetrare nella società catalana è facilissimo. A) Se hai i soldi, come dappertutto. B) Impari il catalano, senza rompere le palle con il fatto che “…tutti parlano spagnolo, ma cosa vogliono questi, cheppalle sta lingua, vogliono stare da soli, non ho tempo,…”.

    Rispondi
  3. Tano

    volevo solo fare un precisazione, che comunque non cambia il senso dell’articolo. La mancanza dei nomi sui campanelli non è un segno da cui dedurre che i catalani non vogliono farsi romepre in coglioni. La presenza di lettere o numeri sui campanelli invece dei cognomi è comune a tutte le città spagnole da Cadiz a A coruña San Sebastián e Barcellona. I catalani non sono nemmeno l’unica comunità a non volere “estranei” a rompere i coglioni. Basta dire che a San Sebastián,nei Paesi Baschi, molti riferiscono con l’andare a Madrid, l’andare in Spagna. Molti annunci di lavoro, affitto , così come manifestazioni culturali sono escusivamente in euskera (il vasco appunto), e credo di poter dire dopo 4 anni che ciò significa che io , che vivo e lavoro in quella città, non sono invitato. Non lo sono stato il primo giorno arrivato non lo sono dopo 4 anni. Non bisogna generalizzare ovviamente, ma vi assicuro che penetrare nella civiltà basca non è affatto facile

    Rispondi
  4. kiki

    Ara és hora, segadors!
    Bellissimo articolo, che coglie il punto: Barcellona è forse il posto più bello del mondo, ma i suoi abitanti ve li regalo tutti, tanto “cagano in piedi” (tentativo di traduzione: tendono a farla cadere un po’ dall’alto)

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?