Un marziano a Milano

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Cercare casa è un modo diretto per conoscere dal profondo una città.

Quando lo si fa a Milano, la capitale morale (morale?!) diventa più umana e si avverte il pulsare segreto del suo organismo urbano. E anche se solo si sfiora una scarsa porzione della grande città, l’impressione è che se ne sappia di più rispetto alla gente che vi abita da anni. Cadorna si riconosce subito. E’ una delle stazioni di Milano; passano i treni, le metro, i tram e gli autobus, ci sono numerosi bar e paninoteche; come in ogni stazione di un grande centro urbano che si rispetti il prezzo di un caffè sfiora l’euro. Concepita dallo scultore Gaes Thure Oldenburg, al centro della piazza c’è una peculiare costruzione che cattura l’occhio, non per la straordinaria fattura ma perché tende verso il cielo. La chiamano l’Ago, a me sembra una penna a biro senza punta incastonata ad un filamento di DNA che si avviluppa su di essa.

Cadorna è un’infaticabile crocevia di passaggi, quando si esce dalla stazione tutti vanno in una direzione precisa, tutti sanno il proprio percorso, la marcia è spedita, lo sguardo è terribilmente asettico e solo qualche volta vedi gruppi di persone parlare del più e del meno, oppure passanti, innaturalmente fermi, aspettare qualcuno o qualcosa con un accenno di speranza, di ansia o di imprecazione sul viso, a seconda dei casi…per chi arriva a Milano no, non c’è nulla di tutto questo. Il passo non è spedito per chi deve cercarsi una casa dove vivere, l’andare è incerto, l’atteggiamento smarrito e il colore delle cose risulta ininfluente.

 

Cercare casa in una metropoli come Milano può diventare un’odissea intessuta di imprevisti, sviste clamorose, incontri di ogni tipo, ancorché occasione imperdibile per vagheggiare una sorta di familiarità con la tua nuova città, che, forse, in futuro potresti non avere più. Sono costretto a prendere confidenza con la nuova realtà, fatta di linee dell’Atm, percorsi municipali consigliati da qualcuno a cui ho appena chiesto un’informazione, odori e vedute distorti dalla mente che ancora fatica a ricordare le piazze, le strade, le curve. Cadorna è il raccordo imprescindibile per ogni nuovo abitante di questa città, per me lo è stato, e negli infiniti passaggi nella stazione ho iniziato a sentirmi più presente a me stesso. In ogni metropoli c’è una stazione che comanda le nostre direzioni, il posto dove si fa mente locale per una nuova meta, un nuovo passaggio.

La prima casa che vedo si trova a Lambrate, ho letto l’annuncio su un sito Internet, Kijiji.it. Il prezzo è modico, 250 euro al mese per una stanza singola. Non mi sembra vero ma al contempo inizio ad essere diffidente con il primo entusiasmo, deve esserci il trucco. Scendo dalla metro di Lambrate, linea rossa, e mi imbatto in un cielo plumbeo e sconsolato che non lascia prendere visione corretta delle cose. Il cielo riflette nell’atmosfera una cortina di insensibilità ambientale, tutto sembra uguale per me, Lambrate, la metro, il passante ferroviario; i negozi non hanno nessuna caratteristica, il pub sembra simile alla fotocopisteria, così l’agenzia turistica si confonde con la lavanderia. Mi dirigo verso l’appartamento, si trova in via Porpora, la via dove il bandito Vallanzasca giocava a campana con altri bambini, e dopo aver chiesto un paio di volte la strada più agevole per raggiungerlo, finalmente ci sono. Il citofono è un po’ sberciato e i nomi si leggono a malapena, alcuni vengono deformati da una stampa che si sgrana con l’età. Mi risponde una voce straniera e metallica che con tono stentoreo mi invita a salire su. Settimo piano. L’ascensore ha l’odore dei palazzi di una volta, si porta appresso tutti i passaggi delle persone che vi abitano e che vi sono abitati.

Mi accolgono due individui slegati tra di loro, che non immagineresti mai poter abitare insieme: un ragazzo indiano e una signora sui cinquanta. Saluto, mi presento ma tutto sembra piuttosto tralasciabile. La signora fa da Cicerone e mi spiega la casa mentre la vediamo insieme. C’è una stanza dove dorme il ragazzo indiano adibita a cucina con un grosso divano multicolore, stendibile, mi dicono, un piccolo televisore quindici pollici e un simpatico utensile a forma di elefante. La stanza è tutta tappezzata di poster e quadri, messi lì come il caso ha preteso. Il lavello gocciola, mentre parliamo, e la lavatrice ha appena smesso di fare il suo giro.

La mia supposta stanza, invece, è diversa, il colore predominante è il marrone. I piumoni dei letti sono marroni, gli armadi sono marroni, le tende sono marroni, solo la carta da parati indulge ad una tonalità dello stesso colore più tiepida, verso il beige. La signora mi dice che noi avremmo dovuto condividere la stanza ma che non c’è nessun problema per la privacy e strizzandomi gli occhi stanchi biascica che è sufficiente comprare un tendone divisorio capace di stabilire i confini.

Il bagno, poi
. Un incunabolo di piastrelle azzurrognole romboidali in cinque metri quadrati, credo. Con un po’ di perplessità mi fingo interessato ma credo di non essere un buon attore e la giovialità del nuovo incontro si interrompe per via della mia smorfia mal dissimulata.
Ritorniamo nella stanza – cucina e vengo interpellato dal ragazzo indiano, il quale mi chiede con un italiano arrancante cosa faccio nella vita, da dove vengo e cosa essenziale se russo. Non sarà la prima volta che incapperò in una domanda del genere a Milano, alcune persone sembrano ossessionate dal prevenire lo spiacevole inconveniente. Alcuni lo scrivono sugli annunci che trovi per strada o su Internet. La signora mi spiega che quando si dorme, si dorme. Perché la mattina bisogna andare a lavorare e la notte bisogna riposare bene. Le domande diventano fitte, ad alcune non so neanche rispondere. La loro preoccupazione principale pare focalizzata a censurare qualsiasi tipo di eversione dalla quotidianità, il coinquilino che cercano non deve essere rumoroso e deve fare una vita sana.
“Se vuoi venire ce lo devi far sapere entro due giorni perché noi abbiamo fretta di chiudere”.
Mi congedo e vado via, sono in ritardo e le sensazioni convergono dubbiose. Ripasso a Cadorna e vado via per i miei impegni, per oggi le mie ricerche sono finite.

 

La mattina successiva mi accingo ad Internet, lo interpello quasi fosse un oracolo che mi riveli la via per la nuova casa; appunto gli indirizzi e i numeri di cellulare che la gente lascia sui siti per gli affitti. Non c’è molta differenza tra questi annunci e quegli delle escort, entrambi nascondono un’insidia dell’ignoto. Valentina, Cimiano, stanza singola, cerchiamo coinquilino riservato, rispettoso degli altri ma non noioso, settimana corta; Ugo, Famagosta, gay friendly, stanza luminosa e ampia, a due passi dalla metro, richiesto il contratto di lavoro; Mirella, Piola, siamo due ragazze over 30, massima serietà, caparra 2 mesi anticipati, no perditempo, settimana corta; Claudio, trenta anni, Porta Genova, zona Navigli, il quartiere è fluorescente pieno di divertimenti, vicino a metro, supermarket e locali di ogni tipo, a scanso di equivoci, ci tengo a dire che sono bisessuale per evitare discussioni inutili, non cerco un compagno ma un coinquilino che non mi chieda chi porto a casa, visione free della vita; Dario, Corso 22 marzo, siamo un ragazzo e una ragazza, ognuno la sua singola, cerchiamo il terzo per l’altra stanza, c’è anche una gattina meravigliosa da accudire. Fisso un appuntamento con Dario, l’ unico disponibile a farmi vedere la casa in mattinata. Le altre telefonate, almeno una decina, sono cadute nell’etere o sono fissate sine die.

Il destino della ricerca è mobile, è un continuo rincorrersi di appuntamenti, a risentirci, ti chiamo io, che ti lasciano speranzoso o frustrato per l’obiettivo mancato, essa diviene aleatoria, parli con voci che non si paleseranno in una fattezza, gente che hai solo conosciuto telefonicamente ma che non avrai la possibilità di incontrare, tuttavia, a volte, è piacevole il gioco di rimandi, dei labirinti da cui non se ne esce, dei sentimenti d’attesa per la casa che potrebbe essere la tua futura.

Dario mi fa accomodare nel suo appartamento al quarto piano. L’abitazione è in Corso 22 marzo, una zona che già conosco per via di alcuni amici che mi hanno ospitato in passato. Via Marcona è una via elegante, dietro Piazza Giuseppe Grandi, i palazzi sono costruiti secondo un criterio regolatore che oltre ad essere urbanistico è anche estetico, sebbene non deliberatamente estetico. La casa di Dario è abbastanza grande; un lungo corridoio tra due pareti, una delle quali è coperta da una bianchissima carta sdrucita di dubbia utilità. La cucina e il salone sono spaziose e le due stanze sono accoglienti e confortevoli. Dario, quarant’anni, invece dorme in un enorme vano di fronte le stanze, nessuna porta, solo un telone argentato che copre il letto. Si definisce musicista; di strada, sottolinea. Il suo è un aspetto giovanile, capelli lunghi contrappuntati dalla barba incolta, e uno strambo poncio grigio che gli scende sulle spalle. I termini preferiti di Dario, durante la conversazione, sono: “sganazzato ma preciso”, con i quali definisce il suo temperamento e “irregimentare”, la sua tetra visione del lavoro. Lui compone, fa ricerca su sonorità alternative, usa persino il telone argentato che emette uno stridio, un gracchio. Quando lavora, di solito la mattina, non vuole avere nessuna interruzione. Mi parla dell’altra ragazza che vive con lui, e mentre lo fa intravedo negli occhi un non so che di pazzo, un lucore di esaurimento. Ha trentaquattro anni, l’altra coinquilina, lavora nell’ufficio stampa di Dolce e Gabbana e il suo peggior difetto sono i tacchi quando ritorna da una serata in discoteca, e le telefonate con le amiche prima di addormentarsi. ”Ma noi ci veniamo incontro e lei adesso toglie i tacchi quando torna e parla a bassa voce quando telefona”. Dice che sono simpatico ed è sincero ma è anche pazzo, adesso ne sono sicuro. Tre giorni dopo Dario mi dirà che hanno optato per una ragazza che lavora in un call-center ma è dispiaciuto perché si era sentito a suo agio con me.

 

Le case viste si moltiplicano, gli appuntamenti si incrociano e si incastrano ma la strada sembra non aver fine e gli intoppi si affacciano sadici, come il cadere in una pozzanghera fangosa prima di un colloquio di lavoro. C’era quel ragazzo lucano del 1986 che ha preferito uno della sua età perché altrimenti avrei potuto avere uno stile di vita differente dal suo, per lui i sei anni che ci separano erano più di una generazione, erano un modus vivendi. Oppure Gioia e Lucia che, “a parte il fatto che non hai un contratto a tempo indeterminato…”, erano sospettose verso di me in quanto uomo, cioè in quanto babbuino arrapato.

Così scrivo il mio annuncio su Kijiji e non mi aspetto di essere contattato, invece vengo sommerso da una fluviale quantità di messaggi di risposta. Molti mi invitano a vedere casa. Decido di chiamare; parecchi posti hanno già trovato il loro abitante ma due messaggi mi convincono più degli altri. Due stanze singole: una a Lotto e l’altra a Gambara, la prima verso Rho, l’altra verso Bisceglie. Due direzioni della biforcazione della linea rossa che a Pagano si divide come un bivio. Mi dicono che le zone sono molte diverse tra di loro: Lotto-Fiera è in prossimità di San Siro, un quartiere residenziale, piano e con possibilità di buoni collegamenti con i punti nevralgici della città. Gambara mi è descritta come un ambiente ai piedi di una non ben definita scala sociale. Ma a Gambara la stanza singola costa solo trecento euro e deve essere vista. Via Massarenti è una traversa di Via Rembrandt, che, a Gambara, dimostrano tutti di conoscere. Prima di arrivare a Via Massarenti mi perdo in un abbondante giro che mi porta a percorrere almeno il doppio della distanza utile per arrivarci. Questo surplus di cammino mi trascina in Piazza Siena, vicino la fermata Bande Nere, prefiguratami da un fioraio con una netta sineddoche etnica, “accozzaglia di negri e slavi”. A Piazza Siena ci sono due palazzoni che saltano direttamente all’attenzione. L’aria bigia e malmostosa dell’inverno li rende per paradosso più visibili, due spettri scrostati che posseggono miserie.

Qui vivono gli abusivi, come li chiamano. Extracomunitari che sfondano le porte delle case inabitate per cercare un po’ di ristoro, fin quando non saranno cacciati, oppure costretti ad andarsene, come quelli del secondo palazzone, celestino davanti e aridamente pastello sul retro a causa di un fuoco divampante che ha reso inagibile l’edificio solo venti giorni prima. Due cingalesi mi dicono che la situazione è andata peggiorando quando dal quinto piano del palazzo è stata gettata una lavatrice. Mentre me ne vado chiedo da accendere ad una donna che con un gesto dinoccolato mi porge il suo fiammifero e mi chiede una sigaretta in cambio. Mentre la sfilo dal pacchetto accartocciato la donna si lamenta con me del fatto che non può salire su. Mi dice di essere stata accolta da una sua amica ma la mattina non può entrare in casa. Le chiedo perché e lei, sardonica, mi risponde: ”Lavora, bello”.

Quando arrivo a via Massarenti mi sento spossato da quella risposta che ha stanato le ingenuità piccolo-borghesi della mia supposta dimestichezza da “hipster”; citofono e mi rispondono seccamente: quinto piano. La casa è pervasa da un odore di cipolla fortissimo e acre, il proprietario Umberto è un signore a modo, un cappello nero fasciato in testa, una sciarpa cachi quadrettata e degli occhiali spessissimi. Mi saluta in modo affettuoso. Umberto è un lombardo di ferro, milanese, le parole, quanto vanno veloci, si rincorrono nella sua bocca una dietro l’altra, formando un grumo di saliva ai lati delle labbra. Mi parla di questo appartamento con molta misura, dice che è un posto modesto ma vivibile e aggiunge che il prezzo della stanza, però, è di cinquecento euro, non di trecento, poi mi presenta le altre due inquiline della casa: due signore ecuadoregne di mezza età. Le signore, arrendevoli nel portamento, balbettano qualcosa di incomprensibile, dopo di che, salutandoci in spagnolo, si ritirano nella stanza con passo breve e svelto quasi che quell’incontro fosse stato l’evento, l’epifania inaspettata. Umberto mi spiega che sono lì da tanto e non se la sente di buttarle fuori da casa. L’ha pagata quattordici milioni nel 1968, costituendo una cooperativa con alcuni suoi amici. Mi dice che a Milano tutti facevano così negli anni Sessanta, ma ora il Paese è cambiato, insiste accalorato, ci sono altri valori, non esistono più le persone che come lui amano fare le cose correttamente. Salta fuori che un posto macchina in quell’Italia lui l’ha pagato solo duecentomila lire. Si eccita quando racconta, vuole dimostrarmi la sua concretezza ed è per questo che mi mostra con amabile tronfiezza il balcone costruito in clinker, “modello di stabilità e tradizione”.

Quando torno indietro alla metro di Gambara mi infilo nel sottopassaggio e ritorno a Pagano dove il serpentone della linea rossa si dipana in due tronconi. A Pagano vado verso Rho, Lotto Fiera precisamente. Probabilmente è proprio a Pagano che mi rendo conto che quel pezzo di città si divide in un immaginario spartiacque antropologico. Lotto è una zona dove sembra non accadere nulla, forse è perché l’inferno di Piazza Siena rende gli altri ambienti una scialba sequenza di case. A via Colleoni c’è l’appartamento che devo vedere, i ragazzi della casa hanno la mia età e uno di loro libera la sua singola e va a vivere a Buenos Aires. “Vado a fare il trader per una società laggiù”, mi dice. Forse ha ragione lui. Ha la stessa noncuranza di chi stabilisce il prezzo degli affitti delle case a Milano e in Italia. A nessuno importa della recessione, del costo del denaro, del default imminente, della mancanza di lavoro.

Passo di nuovo a Cadorna, ormai sono le otto. Aspetto il 27 che mi lascerà all’ostello dove alloggio, in Corso 22 Marzo, davanti all’ex glorioso Rolling Stone, un tempo tempio della musica live a Milano. Il 27 è un collante storico, è come una macchina del tempo, incontra prima Piazza Fontana, la piazza dei morti ammazzati, e poi il Tribunale, quello delle Mani Pulite, quello delle speranze, quello degli assassinati, in Corso di Porta Vittoria. L’aria è stanziale e per un attimo viene da rimpiangere, insieme al poeta caraibico Derek Walcott, il mare che non custodisce statue o monumenti, ma è la Storia stessa. Il cielo coperto piomba giù a picco sul grosso orologio rosso al neon della Banca Popolare di Milano, sono intirizzito dall’indifferenza ma soddisfatto poiché all’ennesimo passaggio a Cadorna mi sento definitivamente di casa nella mia nuova vecchia città.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Jeremy Bentham

    Ottima domanda. Diciamo che è finita che Milano è diventata anche un po’ mia…anche se come tutte le metropoli risulta sfuggente e traditrice appena non la vedi per un po’ di tempo.

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