La pagina della cover writer: Chiamami col tuo nome di André Aciman.

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la copertina di Chiamami col tuo nomeNel suo libro Chiamami col tuo nome, Andrè Aciman (edizioni Guanda) parla d’amore come in pochi hanno saputo fare.

Io non piango mai per te - Non farò niente di simile… No
Si, lo ammetto, un po’ ti penso - Ma mi scanso Non mi tocchi più
Solo che pensavo a quanto è inutile farneticare
E credere di stare bene …
… Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale
Che anche se non valgo niente perlomeno a te - Ti permetto di sognare
Tiziano Ferro – Non me lo so spiegare – 2003

Se dopo ottobre 2010, quando Tiziano Ferro ha finalmente fatto coming out, ha cioè detto apertamente che la persona di cui avrebbe voluto innamorarsi era un uomo, un lui, avete smesso di emozionarvi ascoltando Non me lo so spiegare, allora non leggete la cover story di Chiamami col tuo nome, di Andrè Aciman, edizioni Guanda 2007.
Andre Aciman, Ethan Hawke e Lore Segal
Nato ad Alessandria d’Egitto, ebreo sefardita, ha vissuto in Europa e negli Stati Uniti, Andrè maneggia almeno 4 lingue, arabo, ebraico, francese, lingua della madre e inglese e 4 culture. È un esperto di Proust. Forse per questo mi viene sempre in mente quando non trovo le parole. Infatti è proprio nella scrittura degli altri che cerco sempre ispirazione. Il suo romanzo è per me la storia d’amore più apprezzata degli ultimi 20 anni. Eppure è quanto di più lontano da me. Andrè Aciman parla della scoperta di un’attrazione, una passione, un amore inevitabile fra Elio ed Oliver. Elio è un ebreo americano, figlio di 17 anni un colto musicista che possiede una casa in Liguria e che ogni estate ospita uno studente perché possa godersi la concentrazione dello studio insieme alla bellezza ispiratrice del luogo. Oliver è poco più grande di lui. La loro relazione è tutta un cedere e ritrarsi in quell’estate, sembra che si perdano senza mai trovar le parole per dire l’indicibile. Fino al ritrovarsi dopo 20 anni, e faticare ma continuare a cercare di dirsi che sì era amore. E che lontani, vicini, ovunque, quell’estate sarebbe stata per loro l’amore eterno.

l'edizione americana di call me by your nameParlare, scrivere d’amore senza essere banali, senza essere superficiali è secondo me difficilissimo. Credo che realmente l’amore sia indicibile. Quindi quando trovo chi sa utilizzare parole e voci così reali eppur così letterarie, mi commuovo. E allora che importanza ha se l’amore di cui si parla è fra persone dello stesso sesso. Mi inchino ad Andrè Aciman e a Tiziano Ferro, perché veramente è inutile farneticare e credere di stare bene. E a quel punto che i soggetti siano un uomo e una donna, una donna e un uomo, un uomo e un uomo, una donna e una donna non ha nessuna importanza. È  la forza dell’amore che parla ed ha trovato le parole per dirlo.

… tutto questo iniziò l’estate che Oliver venne a casa nostra. È inciso in ogni canzone che spopolava allora, in ogni romanzo che ho letto durante e dopo il suo soggiorno, in ogni cosa, dal profumo del rosmarino nelle giornate calde al frinire concitato delle cicale di pomeriggio: odori e suoni in mezzo ai quali ero cresciuto e con cui fino ad allora avevo convissuto ogni anno della mia vita ma che poi d’un tratto riscoprivo eccitanti, arricchiti di una sfumatura particolare, per sempre colorata da ciò che accadde quell’estate.
… oggi, il dolore, la curiosità, l’eccitazione per una persona nuova, la promessa di una gioia immensa a portata di mano, il goffo tentativo di sondare chi potrei fraintendere ma che non voglio perdere …l’urgenza di criptare e decriptare ciò che in realtà non è mai stato codificato …
… Volevo essere come lui? Volevo essere lui? O forse volevo solo averlo? Oppure “essere” e “avere” sono dei verbi del tutto inadeguati nell’intricata matassa del desiderio, per cui avere il corpo di qualcuno ed essere quel qualcuno che desideriamo toccare è la stessa cosa, sono solo le rive opposte di un fiume che scorre dall’uno all’altro, poi torna indietro e infine va di nuovo verso l’altro, e ancora, e ancora, un circuito perpetuo dove le cavità del cuore, come le botole del desiderio e i buchi del tempo e il cassetto a doppiofondo che chiamiamo identità, condividono una logica ingannevole, secondo la quale la distanza più breve tra la vita reale e vita non vissuta, tra ciò che siamo e ciò che vogliamo, è una scalinata tortuosa progettata con l’empia crudeltà di M.C. Escher.
…Come tutte le esperienze che ci segnano a vita, mi ritrovai rivoltato, sventrato, squartato. Era la somma di tutto ciò che ero stato nella vita, e anche di più: chi sono quando canto, quando friggo le verdure per la mia famiglia e mi miei amici la domenica pomeriggio; chi sono quando mi sveglio nelle notti gelide e vorrei solo infilarmi un maglione, correre alla scrivania e scrivere della persona che sono e che so essere ignorata dagli altri; chi sono quando desidero solo essere nudo con un altro corpo nudo o quando desidero essere solo al mondo; chi sono quando ogni parte di me sembra a chilometri e secoli di distanza, nonostante ogni parte di me giuri di essere me.
La chiamai la sindrome di San Clemente. L’attuale basilica di San Clemente sorge su ciò che un tempo era un rifugio per cristiani perseguitati. Residenza del console romano Tito Flavio Clemente, venne abbattuta durante l’impero di Nerone. Accanto alle rovine carbonizzate, in quella che doveva essere una volta ampia e profonda, i romani costruirono un tempio pagano sotterraneo dedicato a Mitra, il dio del mattino, su cui i primi cristiani costruirono un’altra chiesa, dedicata a un altro Clemente, Papa San Clemente, sopra la quale venne eretta un’altra chiesa ancora, che poi fu gravemente danneggiata da un incendio, al posto della quale oggi sorge la nostra basilica. E si può tornare indietro nel tempo all’infinito. Come il subconscio, come l’amore, il ricordo, il tempo, come ognuno di noi, la chiesa è costruita sulle rovine e su di una serie di restauri, non c’è base rocciosa, non c’è un inizio, non c’è una fine, solo strati, passaggi segreti e stanze comunicanti, come catacombe cristiane e insieme a queste persino catacombe ebraiche.
… E dunque mi dici che verrai a casa mia solo quando pensi che sarai troppo vecchio per tenere ancora a me. Quando i miei figli se ne saranno andati. … E come i vecchi davanti al memoriale del Piave, parleremo di due giovani che avevano trovato tanta felicità per qualche settimana e avevano passato il resto delle loro vite ad intingere batuffoli di cotone in quella ciotola di felicità, temendo che potesse finire. … Ma questa cosa che quasi non fu mai ancora ci tenta, avrei voluti dirgli. …
Quei due giovani non possono disfarla, né riscriverla, né far finta di non averla vissuta, nemmeno riviverla; è lì, bloccata, come un’apparizione di lucciole in un campo d’estate verso sera, e continua ripetere a ognuno di loro: Avresti potuto avere questo, invece … Ma tornare indietro è falso. Andare avant
i è falso, far finta di niente è falso. Cercare a rimediare a tutte queste falsità è a sua volta falso.

 

 

 

[spoiler]

 

Quello che segue son le ultime righe del romanzo. È un libro che va letto per intero e non voglio precludere a nessuno la bellezza del finale. Lascio chiunque libero di decidere se proseguire o meno.
… Vent’anni sono ieri, e ieri è stamattina presto, e stamattina sembra lontana anni luce.
“Sono come te” ha detto. “Mi ricordo tutto”.
Mi sono fermato un secondo. Se ti ricordi tutto, volevo dirgli, e se sei davvero come me, allora domani prima di partire o quando sei pronto per chiudere la portiera del taxi e hai già salutato gli altri e non c’è più nulla da dire in questa vita, allora, una volta soltanto, girati verso di me, anche per scherzo, o perché ci hai ripensato, e, come avevi fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, e chiamami col tuo nome.

 

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