Freaks

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Freaks? Un tentativo. Il suo progetto distributivo rappresenta una buona fetta di attualità in questa Italia del Default, dove, per far vincere la propria originalità, senza fondi, serve semplicità ed intelligenza.

Nata come un progetto sul web, Freaks, la prima serie italiana, a budget ridotto tendente allo zero, che abbia assorbito realmente la lezione di quello che ci viene fatto ammirare dall’America e dall’Inghilterra. Lost, Heroes, Misfits, Flash Forward. Prestiti offerti dalla “golden age” americana e britannica delle serie televisive, l’unico vero sommovimento audiovisivo avuto nei primi anni del Duemila.

I giovani autori della serie, alcuni dei quali vere star della Rete, sono i celeberrimi “youtubers”, ossia giovani talentuosi che caricano i video, o creano il proprio canale, per fornire il loro personale punto di vista, a volte brillante a volte furbo a volte stupido, sulla società. Ideata da Claudio Di Biagio, Matteo Bruno, Guglielmo Scilla e Giampaolo Speziale, la serie Freaks è un fumettone giallo venato di elementi dark che copia deliberatamente l’affresco monumentale delle serie nordamericane e anglosassoni, è imperfetta, ed è in virtú di questa imperfezione che tutto si regge, tanto che Freaks risulta essere l’unica buona realizzazione che la fiction italiana abbia fornito negli ultimi quindici anni, a parte qualche rara eccezione si capisce.

Copiare deliberatamente è l’arte portata a compimento, è evitare il ridicolo scimmiottamento – ricordate qualche anno fa Via Zanardi con Cesare Cremonini? Goffo timbro della gloriosa serie Friends – è Sergio Leone che rifà Yojimbo di Kurosawa, Tarantino che assorbe Sergio Leone, Ennio Morricone e Fernando Di Leo. I cinque protagonisti, Giulia, Marco, Andrea, Viola e Silvio, sono i freaks, i ragazzi dei nostri anni che vivono la vita defilata dei giovani, lontano dagli show televisivi, i dibattiti noiosi, vivono e basta. Esce fuori che un giorno, per una serie di eventi concatenati, essi si incontrano (o scontrano) e come accade nelle logiche del fumetto, si ritrovano a dover fare i conti con la propria diversità, freaky appunto, quasi che il fatto di acquisire superpoteri sia una punizione divina da espiare.

Nelle sette puntate della serie, intitolata come lo straordinario film di Tod Browning del 1932, dovranno far fronte alle mille peripezie che i misteri, un vampiro e delle presenze sovrannaturali impongono. La peculiarità della serie è il canale distributivo, una serie che non passa per i canali soliti del digitale terrestre o del satellitare ma è disponibile esclusivamente sul web – il sito è facilmente rintracciabile sulla Rete – dove si possono vedere tutte le sette puntate che costituiscono la prima serie, e speriamo che ce ne sia in programma una seconda. Le riprese sono durate qualche mese, da ottobre del 2010, e la prima puntata è stata inserita sul web ad aprile di quest’anno.
Gli attori principali sono Claudio Di Biagio, Ilaria Giachi, Claudia Genolini, Andrea Poggioli, Guglielmo Scilla e Giampaolo Speziale mentre la regia, grintosa e coraggiosa, è affidata a Claudio Di Biagio e Matteo Bruno. Il soggetto e la sceneggiatura sono di Guglielmo Scilla, Claudio Di Biagio e Giampaolo Speziale.

Supportato da Showreel Branded Entertainment che ha pensato al piano di marketing e comunicazione del progetto, la serie è autoprodotta dai ragazzi citati in precedenza, incuranti con ogni probabilità dei possibili rifiuti che una serie del genere avrebbe (o ha) trovato se fosse stata proposta alle major del nostro paese in default di idee. Citare tutti gli attori? un gioco che spesso strizza l’occhio al compiacimento da marchetta ma non in questo caso, perchè la forza della serie sta proprio nell’applicazione degli attori principali che si rincorrono nel ritmo avvincente della storia, e riescono ad essere freschi senza alcuna pretesa shakespiriana.

Girato bene, mirando al sodo, concentrato verso la narrazione di una storia, buona fotografia, poche luci e usate con genialità, unito ad un certo impegno per ottenere un buon suono, non sempre  con eccellenti risultati. Un plauso speciale, però, allo sforzo di essere al passo coi tempi nella cura del suono e del missaggio, che spesso vengono considerati solo un supplemento dalla nostra televisione e dal nostro cinema. Pur essendoci alcuni buchi di sceneggiatura, e qualche linea narrativa abbandonata probabilmente per incoerenze della scrittura, il risultato è ottimo.

L’intreccio è un giallo che si avviluppa concentricamente a causa di un cortocircuito temporale, gli ingredienti sono semplici e ben condensati in una struttura che possiede una delicata complessità con la quale gli attori e gli sceneggiatori giocano, divertendosi e facendo divertire lo spettatore. Una serie che non ha paura di prendersi in giro ma allo stesso tempo non rinuncia al conflitto, al “plot” narrativo che è la cosa piú importante in una serie televisiva.

I personaggi sono caratterizzati in modo compiuto e si incastrano tra di loro con sorprendente coralità. E si può dire senza paura di esagerare che, insieme a Boris, Freaks è la sola serie italiana che non ha paura di giocare, di confondere con spasso i piani della vicenda, e di avere una visione diversa che non derivi desolatamente dal melodramma italiano. Il “melodrammatismo” certo, la vera matrice e cancro della fiction italiana che – a parte Romanzo Criminale e poche altre minute eccezioni – ha saputo produrre solo romanzi d’appendice scritti male e interpretati peggio, con l’obbiettivo merceologico di intercettare un pubblico over 70. Ed in effetti è proprio cosí, la fiction italiana prodotta da Rai e Mediaset spesso sembra prendere spunto dall’Ottocento dei feulliton o da Lial, la scrittrice di drammoni borghesi. Tornando a Freaks gli assi portanti sono il fumetto, il vampirismo, vera tara distintiva dei nostri anni, il disadattamento sociale, l’asperità di vivere in una metropoli, una Roma finalmente ritratta depotenziandola della sua presenza ingombrante, segno che girare un film nella Capitale non comporta necessariamente citare Fellini, Via Veneto o i bucatini alla matriciana.

Roma sta cambiando e anche i ragazzi che vi vivono hanno nuove esperienze da raccontare, i ragazzi di Freaks, ventenni di belle speranze, lo testimoniano, senza mai, proprio mai, cadere nel bozzettismo mutuato dalla stagione della commedia all’italiana, che, dopo aver folgorato tante anime, ormai non ha piú ragione di esistere. Freaks agguanta da Heroes e Misfits, lo fa dichiarandolo – è il personaggio Silvio, di vivacità cristallina, che sveglia i propri amici e lo spettatore menzionando le due serie come se fossero imprescindibili per chi vuole cimentarsi con una serie televisiva nel 2011.

Per lo piú la storia è figlia dell’universo interrotto di Donnie Darko e family , è l’evidente angoscia e il fascino del tempo che scorre, che si rincorre, e che si srotola. Il Tempo è sempre stato argomento delle arti, motore e riflessione di numerose opere letterarie, teatrali, pittoriche, cinematografiche, ma mai come nei nostri primi anni del secolo le riflessioni su di esso si sono fatte piú serrate, merito o colpa, a seconda dei punti di vista, del superameno ancora non compiuto del postmoderno.  Al centro della storia di questa serie è proprio il tempo, declinato in varie forme, come un trucco, come un’occasione di catarsi, come una parallela opportunità che l’uomo vorrebbe, come  un confronto con se stessi e con gli altri.

I maggiori meriti di questa narrazione sono il dialogo con i problemi di tutti giorni, senza moralismo o ansie pedagogiche ma appunti, e il senso sta nel titolo, sulla diversità di ognuno, che spinge a crescere, a scoprire, ad allearsi e a combattere contro un destino che sembra essere scontato. La forza à qui, nel parlare dei giovani, di Roma, del rapporto metropolitano, delle stramberie a cui la vita ti mette di fronte, senza il bollino del ministero e delle pubblicità progresso. Non si può parlare di droga in una storia dicendo che la droga fa male, ma si deve mostrare la droga senza assumere alcun giudizio. Le serie televisive sono diventate il crocevia della narrazione contemporanea e popolare, il difetto delle nostre serie che Freaks evita, è l’asfissiante ansia di predicare attraverso sceneggiature costruite seguendo il filo del politicamente corretto senza rischiare manco per sbaglio un filo di originalità.
Freaks se ne frega, va avanti raccontando e nel farlo riflette sui nostri tempi, ottemperando al ruolo che le grandi narrazioni popolari, i telefilm, devono fare. Dal punto di vista produttivo e distributivo Freaks è la prova vivente che l’intelligenza batte le porte chiuse della nostra produzione e distribuzione nazionale che preferisce Padre Pio e Don Matteo per far piacere a qualche imbolsito direttore di Rete. La verità catastrofica è che una serie come Freaks o Boris o Romanzo Criminale non potrebbe mai essere prodotta dalla nostra Tv generalista perchè i temi e le forme che trattano vengono valutati fuori target, fuori indice di gradimento, fuori pubblicità. La voglia e l’abnegazione di questi ragazzi che si sono autoprodotti è la storia del tempo che si ripete ciclicamente. Negli anni 60 i giovani turchi della nouvelle vague si producevano da soli i propri film, cosí come la New Hollywood di F.F.Coppola e compagnia bella, o il Rossellini del dopoguerra che si adoperava con pizze di pellicola in mano per le vie di Roma. Freaks è il sigillo dell’autarchia che sfida il sistema, senza scontrarsi con esso ma circumnavigandolo, eludendo le pareti di rigetto alle idee dei produttori nostrani. Non a caso, in una scena in cui Silvio si trova a tavola coi genitori, egli, di solito loquace e sbruffone, non parla, come se l’incomunicabilità generazionale sia diventata non solo uno scoglio pietrificato, ma un modo per difendersi.

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