Da Verlaine a D’Alema

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“Je suis l’Engagement à la fin de la décadence!”.
Tempi duri per chi voglia con passione impegnarsi politicamente in un partito!

Sospetti ed ombre, sguardi pieni di malizia! La politica è marcia! I partiti finiti, l’Italia sull’orlo del default! Chiunque ora pensi di poter migliorare le condizioni di vita nel mondo che ha attorno e le comunità in cui vive militando in un partito ed impiega tempo, talvolta denaro personale, nell’opinio communis viene visto come un carrierista, un arrampicatore sociale, l’Erlebnis di un futuro  corrotto!

Estremizzo, ma purtroppo a una simile percezione sembrano averci condotto la crisi della politica, la crisi di identità del mondo occidentale, la crisi economica, la fine delle grandi ideologie, il pensiero debole e  le sofisticazioni nippo–americane….Eppoi la nostra Italia, il “bordello” di memoria dantesca, la nave senza guida che affonda come il Titanic con dolci melodie d’orchestra e raffinatezze petroniane ed amenità tipiche della decadenza, del narcisismo in limine mortis.

Nel trionfo del vuoto, dentro la caduta dell’Egoarca, nell’incubo dello spread con i Bund tedeschi facile e tragico gioco sarebbe rimuovere la speculazione, la competitività internazionale, deridere i riformismi e il linguaggio vetusto e grondante di retorica della politica, indirizzare i nostri sforzi ad un primavera arabo-italiana per cui ci sono né le condizioni, né la disperazione, né il coraggio. Certo, sarebbe giusto, preferibile e auspicabile pretendere che chi ricopre incarichi pubblici sia un onesto, accorto amministratore, competente e il meno ideologizzato possibile.

Purtroppo ora l’idea di partito sembra rimandare nella sensibilità comune a cortine fumogene, caste impenetrabili, squallidi lobbismi, sottobosco, bassa cucina, privilegi corporativi, banche da scalare, processi da evitare. Eppure continuo a militare, a chiamare “compagni” i miei compagni di viaggio, ad emozionarmi di fronte alle bandiere del mio partito, anche se non c’è più quella completamente rossa; eppure continuo a pensare che le mani pulite non servano per tenersele in tasca, che condividere un percorso di emozioni, conflitti, riappacificamenti, battaglie esterne ed interne dentro ad una organizzazione che si prefigge di governare la metamorfica complessità sociale, economica, culturale che ci circonda, non significhi appartenere ad una setta di assatanati di potere. Eppure continuo a fare politica perché la sento come un’esigenza ad ogni mio risveglio, nonostante non mi dia un’occupazione, nonostante non mi garantisca un salario.

È vero, non sempre sono circondato da esempi edificanti, non sempre penso e faccio cose di cui sono completamente fiero; ma si può fare politica senza infrangere leggi, si può….; si può fare politica pagando il prezzo dello stress di decisioni che non riguardano solo te stesso…e che non sono proprio quelle che avresti preso nel migliore dei mondi possibili; ci si può emozionare ancora quando si vince una elezione e si pensa che qualcosa, anche solo qualche cosa possa cambiare o migliorare a seguito di un evento che hai contribuito – anche se in piccola parte – a determinare.

La democrazia, il consenso, la rappresentanza sono marchingegni assai complessi, la classe politica purtroppo sempre più selezionata con criteri diversi dal merito; è proprio per questo che continuo a ritenere che i partiti siano strumento insostituibile di formazione e selezione della classe dirigente. È lodevole che cittadini che non appartengono a nessun partito politico in misura sempre maggiore cerchino di far sentire la propria voce attraverso la rete, l’organizzazione di manifestazioni di piazza a-partitiche, non a-politiche né antipolitiche. L’antipolitica è il qualunquismo strisciante, è la notte in cui le vacche sono nere, è il disprezzo per la possibilità di regolare gli istinti bassi della conflittualità economica ed egoistica ed i movimenti liberi e spontanei, per quanto aggregazione eterogenea di singoli individui, non possono essere classificati come esempi di antipolitica.

Altro è però il ritenere che le soluzioni ai problemi possano solo giungere dall’esterno, che i partiti non possano produrre che atti di disperata autoconservazione delle burocrazie e delle classi dirigenti. I referendum del 12 e 13 Giugno, alcuni risultati delle ultime elezioni amministrative ci hanno dimostrato come settori ampi della società italiana siano in una posizione di avanguardia rispetto ai partiti, non tanto nella qualità della elaborazione originaria e di una proposta complessiva di sistema, quanto nel percepire, proprio perché soggetti attivi dentro la stessa onda, quel “movimento invisibile” che tanto potrebbe far bene alla società italiana. Eppure continuo a pensare che, in questo dato momento storico, l’unica possibilità razionale e perseguibile per l’Italia di uscire dal pantano di una crisi economica, morale, politica senza precedenti dal secondo dopoguerra in poi, rimanga il Partito Democratico, per quanto non immune totalmente al suo interno da quei germi che questa grave crisi hanno provocato e che spesso hanno avuto come epifenomeno la sintomatologia del berlusconismo.

Avversare il Partito Democratico in nome di una volontà palingenetica, con l’intento di ricostruire un modello perfetto dalle ceneri della partitocrazia morente, oggi, a mio avviso, sarebbe un errore fatale; significherebbe,anche se indirettamente ed involontariamente, rinvigorire e rilanciare l’idea che questo Paese possa essere governato ancora a lungo da forze che hanno dimostrato tutta lo loro incapacità ed irresponsabilità, che va anche oltre le colpe pur gravissime del premier.

Il consenso in democrazia ha dei tempi di maturazione che talvolta subiscono accelerazioni repentine, ma con lo stesso consenso, e con le forme spesso degeneri con il quale si forma, non si può non fare i conti, a meno che non si immagini un modello altro rispetto a quello democratico, o un modello astrattamente perfetto ma di certo non realizzabile in tempi brevi.  Non può avere cittadinanza, al momento, l’idea di un governo ideale di una èlite illuminata, tutto etica e competenza…o meglio potrebbe avere cittadinanza solo nel caso in cui il PD fosse il perno di una coalizione con  altri soggetti politici che concorressero a determinare un modello che a tale idea si avvicini, pur con le fisiologiche impurità. Inoltre, ad una analisi storica non dico obiettiva, ma sufficientemente razionale, degli ultimi venti anni, non credo si possa rimproverare la classe dirigente di centrosinistra di avere in assoluto mal governato, per quanto alcuni nodi strutturali siano rimasti irrisolti.

Le donne e gli uomini del PD, i dirigenti, gli amministratori, i segretari di federazione, dei circoli, anche quelli più piccoli, sono per lo più persone motivate da senso di appartenenza e dalla volontà di contribuire ad un processo di buon governo della società. Sarebbe ipocrita nascondere nelle pieghe del ragionamento, che il PD stesso presenta in una certa misura, al suo interno, le negatività del sistema politico, essendone parte integrante, e le gradazioni, le tonalità varie del campionario delle debolezze, delle ambizioni e delle meschinità umane. Credo, altresì, che il PD stia dimostrando di avere in sé gli anticorpi per combattere i virus che attecchiscono in un organismo politico così giovane, ma nello stessso tempo, ancorato a storie, abitudini, identità ed immaginari collettivi, modi di operare che affondano le radici nel passato, con i vantaggi e gli svantaggi che ciò comporta. Mi preoccupano maggiormente la difficoltà a plasmare una identità nuova ed una proposta, che per quanto sia molto articolata e dettagliata nei vari ambiti della vita economica e sociale, stenta ad essere percepita come una visione del mondo ancorata ad un progetto di lunga durata. È per questo che nell’orizzonte limitato delle mie possibilità chiedo a chi oggi ha energie, talento, idee, ma anche rabbia da spendere e convertire in spirito di servizio, non di iscriversi al PD (magari!), ma di considerare la complessità, di accettare la “contaminazione” con la politica dei partiti per riformare un sistema che, per quanto in liquidazione e liquefazione, potrebbe ancora resistere a lungo, con il battito fioco, gli occhi chiusi, la rinuncia al futuro ed al sogno per un’agonia che porterebbe vantaggi a ben pochi. Non penso che oggi questo possa realisticamente farsi senza il PD.

Nel luglio scorso Umberto Eco ha indubbiamente calcato un po’ la mano affermando che il discorso di Massimo D’Alema a Gargonza nel marzo del 1997 abbia rotto l’incantesimo instauratosi fra la società civile e i partiti della sinistra con l’esperienza dell’Ulivo del 1996. Considerazione che, con tutto il rispetto per l’esimio studioso, trovo semplicistica e avulsa da un ragionamento più complessivo sui grandi mutamenti che hanno sconvolto l’Europa e il mondo Occidentale negli ultimi anni e che hanno portato ad una regressione delle forze progressiste direttamente proporzionale al diffondersi dell’insicurezza economica, sociale, delle paure, degli istinti autoconservativi propri di un civilità che ha gli strumenti culturali per avvertire il suo declino ma che, forse, ha tardato con le sue classi dirigenti a cogliere il mutamento e predisporre parametri nuovi di azione e di interpretazione che favorissero una riconversioni delle direttrici dello sviluppo economico e del pensiero politico in generale.
Invece desidero in chiusura ricordare proprio alcuni passaggi di quel discorso di Massimo D’Alema, che ben analizza il rapporto fra la cosiddetta società civile e i partiti e che in fondo, a mio avviso, danno una direzione interpretativa rispetto al ruolo che il PD può svolgere a 15 anni di distanza dall’esperimento dell’Ulivo: Noi non siamo la società civile contro i partiti. Noi siamo i partiti. È una verità indiscutibile. Perlomeno se c’è qualcosa che somiglia di più ai partiti nella dialettica italiana siamo noi, non sono gli altri. Non possiamo raccontarci queste storie tardo-sessantottesche. Se c’è qualcosa che somiglia ai partiti in ciò che di nobile sono stati nella crisi attuale, siamo noi, non sono gli altri. Io non conosco questa cosa, questa politica che viene fatta dai cittadini e non dalla politica. La politica è un ramo specialistico delle professioni intellettuali. E fino a questo momento non si conoscono società democratiche che hanno potuto fare diversamente. L’idea che si possa eliminare la politica come ramo specialistico per restituirla tout-court ai cittadini è un mito estremista che ha prodotto o dittature sanguinarie o Berlusconi e il “comitato” è un sottoprodotto rispetto a queste due tragedie. La politica professionale è esattamente quella struttura che consente ai cittadini di accedere alla politica, perché se manca quella struttura non vi accedono. Si parte con l’idea che devono governare le cuoche e nel frattempo si governa con la polizia politica … e noi abbiamo una certa esperienza nel nostro campo. Poi magari questa transizione dura settant’anni perché nel frattempo ci si dimentica il programma originario.

Quindi non inseguiamo qualcosa che, secondo me, non siamo in grado di inseguire e non è  neanche un grande obiettivo di modernità. Proprio la complessità sociale che si accompagna alla grande mutazione, alla globalizzazione, alla fine del fordismo consiglia che ci sia più politica; proprio perché la complessità sociale riduce il tasso di politica, cioè di sintesi che promana spontaneamente dalla società civile. Più politica nel senso di più cultura, con più capacità di progetto, di unificazione degli interessi intorno ad un progetto. E il nostro sforzo è produrre più politica, fuori dalle semplificazioni di un manicheismo vecchio. Io sono convinto che l’etica è essenziale, ma l’etica può essere una guida per l’innovazione, o può essere invece, diciamo così, la bandiera di una resistenza. C’è una passione per l’essere minoranza morale in un mondo cattivo, nelle culture da cui proveniamo, che è una cattiva passione. Cattiva e corruttrice perché il narcisismo delle minoranze che pretendono di avere la moralità è un sentimento corruttore, una classe dirigente è quella che sa farsi maggioranza e governare. Quindi, da questo punto di vista io credo che il problema dal quale noi dobbiamo partire è che noi siamo riusciti, grazie a quello che avevamo in più rispetto agli altri, cioè la politica, ad organizzare una coalizione ed un progetto che ha offerto alle forze democratiche la possibilità di governare la trasformazione di questo Paese.

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Tano

    …ma uno che bestemmia a tavola, mangia con le mani e non ha mai letto un libro (sintetica descrizione di colui che da 30 anni governa in prima persona e da dietro le quinte il paesello di gramsci) è un professionista intellettuale specializzato nel ramo della politica???
    …ma uno onesto cittadino avrebbe oggi la possibilita di fare carirere nel partito senza ricorrere all’imprenditore di turno pronto a favorirgli una buona canasta di voti necessari per il salto di qualità???

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  2. Romano

    Gramsci? Ma per favore! A me questo pare Forlani, potrebbe parlare (scrivere) ore senza dire niente. Ottimo esempio di burosauro del PD. Ve lo meritate D’Alema.

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  3. giampi

    Caro Gramsci, fino a meno di un anno fa, avrei condiviso quasi completamente la tua analisi. Sono stato anche iscritto al PD
    Ma dopo 15 anni di “avversare il Partito Democratico in nome di una volontà palingenetica, con l’intento di ricostruire un modello perfetto dalle ceneri della partitocrazia morente, oggi, a mio avviso, sarebbe un errore fatale”, questa posizione non sono più riuscito a reggerla.

    Io non sono contro i partiti, né contro il PD, ma contro questo PD. O meglio: contro la maggior parte della classe dirigente di questo PD (semplificando: D’Alema).

    Innanzitutto perché è tragicamente e cronicamente perdente (e i fatti lo dimostrano; anche alle ultime amministrative il PD *non* ha vinto, vedi Pisapia, De Magistris e i tronfi dei grillini in terre tradizionalmente rosse dove si presentavano sindaci PD: Torino, Bologna o Rimini ad esempio).

    Inoltre perché si tratta di persone nate e cresciute “nel mondo della politica”, dove alcuni comportamenti (piccoli e grandi privilegi, l’appalto all’impresa “amica”, la carriera tra mille incarichi in CdA, commissioni, ecc.) sono la prassi, la regola, il normale procedere delle cose.

    Nel PD ci sono persone in gamba, ma non hanno potere e raramente possibilità di conquistarlo. Sembra di parlare della Chiesa: quando la contesti, c’è sempre qualcuno che cita “il prete di periferia” o il missionario. Sì, benissimo. Ma poi chi comanda sono altre persone e altre logiche.

    Quindi io la vedo così: è come quando vuoi far crescere il gelsomino in giardino, ma nel vaso c’è un’altrapianta, magari fiorita, che si prende tutto il sole, l’acqua e il nutrimento. Occorre *eliminare* quella pianta per farne crescere una più bella che abbia un futuro più brillante (e vincente!)

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