Come ti vinco il Tour: la prima volta australiana

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Barunga-Champs Elysée. 1977-2011. Da un villaggio aborigeno nel cuore dell’Australia alla strada simbolo del lusso e del potere parigino.

Per il primo australiano a finire in giallo il Tour de France il percorso non è stato davvero banale. E neppure scontato. Digita sul famoso motore di ricerca “Cadel Evans” e “doping” e non apparirà nulla. Per uno sport pieno di ombre come il ciclismo, dopo Armstrong e il chiacchierato Contador, vincere un Tour senza l’ombra dei medicinali, è un’impresa nell’impresa. Bisogna essere forti, tenaci e anche modesti. “Il 95% del tempo pensi di perdere il Tour” ha detto Evans alla radio australiana ABC.

Nome gallese, cognome anglosassone che più non si può, australiano bianco finito per caso nel deserto.
Non sappiamo come fosse Barunga nel 1977. Oggi le indicazioni su internet dicono di prendere da Darwin, capitale del Northern Territory, la Stuart Highway (la strada che arriva ad Adelaide attraversando il deserto australiano) e di girare a sinistra dopo 348 km. Poi, diritto per 30km. Barunga è sulla destra. 500 abitanti. In giugno si tiene un festival di cultura aborigena, musica e sport, pare molto popolare. Nel villaggio trovi semplici docce ma niente benzina. Gli Evans abitavano lì. Cadel ci ha passato i primi nove anni, per poi spostarsi nel sudest dell’Australia.

A sedici anni gli inizi con la mountain bike, a diciotto l’ingresso nell’Australian Institute of Sport (AIS) di Canberra, il Foro italico down under, una città dentro la città che serve a preparare in modo sistematico e scientifico i campioni australiani. Un posto che funziona ed è la principale ragione per cui un paese di appena 22 milioni di abitanti sia stato capace di arrivare al sesto posto nel medagliere di Pechino, prima di Giappone, Italia e Francia. Le doti di Evans erano evidenti già all’epoca. Secondo David Martin, scienziato dell’AIS, Cadel aveva uniche doti aerobiche, ovvero la capacità di consumare ossigeno. “Cadel mostrava un grande talento ma non sarebbe mai diventato qualcuno. Era solo un altro ciclista dell’AIS. Si è fatto un mazzo tanto per vincere. Doveva mettersi alla prova ogni giorno, mostrandosi incredibilmente perseverante.”

Dopo gli inizi con la mountain bike, dal 2001 passa al ciclismo su strada. Dieci anni di lenta faticosa ascesa ai vertici mondiali. Nel 2007 e 2008 Cadel manca la vittoria al Tour per pochi secondi, in entrambi i casi sconfitto dai mostri spagnoli, prima da Contador per 23”, poi da Sastre per 1’05”. Inezie per una gara che si allunga per 3500 chilometri di asfalto. Nel 2009 una bella vittoria al campionato mondiale su strada. Nel 2010 tiene la maglia gialla per una giornata, cade, si frattura un gomito e va avanti lo stesso. Finisce 26mo a quasi un’ora da Contador. Nel 2011 tocca finalmente all’australiano, dopo aver piazzato un colpo alla sfiga e uno alla paura dell’eterno secondo.

Era un Tour con molti contendenti quasi alla pari. Un Contador forse appagato dalla facile vittoria al Giro, più probabilmente distratto dalla vicenda del clenbuterol trovatogli nel sangue all’ultimo tour (il TAS di Losanna dovrà pronunciarsi definitivamente in novembre). Il fratello piccolo della coppia Schleck, Andy, fortissimo ma non ancora maturo a sufficienza. Non si vince il Tour lamentandosi del percorso!
C’era stato spazio anche per Thomas Voeckler di tenere a lungo la maglia gialla. Evans era lì, aiutato egregiamente dalla sua squadra del BMC Racing, sempre incredibilmente attento, soprattutto nelle difficili tappe iniziali, caratterizzate da molte cadute e brutto tempo.

La chiave del Tour è stata la diciottesima tappa. Giovedì 21 luglio. 200 chilometri con due montagne “fuori categoria” (Col Agnel e Col d’Izoard) e arrivo in salita al Galibier, 2645 metri. Andy Schleck lancia un attacco perfetto e a 10km dalla cima accumula un vantaggio di quasi 4’30”, sufficienti per prendersi la maglia gialla e creare un buon cuscinetto di secondi. “Dietro nel gruppo, a 15km dalla fine, nessuno voleva collaborare” dice Cadel suo blog. “Senza l’aiuto di Voeckler, ero in una situazione perdente. Senza contare il vento. Fuggire dal gruppo prometteva di essere difficilissimo…” In televisione si vede un Evans che da solo  trascina il plotone fino in cima. Una maglia in rosso su pendenze micidiali, uno scherpa australiano che tira l’intera cordata senza mollare un secondo. All’arrivo Cadel ha tolto due minuti ad Andy Schleck. I giochi sono ancora aperti per tutti.

Nella tappa successiva (109 km ma con il Galibier in mezzo e l’arrivo all’Alpe d’Huez), mentre Contador e Schleck se ne vanno, Evans riusce quasi nell’impresa di perdere il tour per improbabili problemi alla bicicletta. “Non mi sentivo un granché sulla ruota, forse perché la ruota aveva deciso di spostarsi un pò sul telaio. Energicamente molto inefficiente se struscia sui freni. E un momento davvero inopportuno per cambiare bici.” Il tecnico della BMC avrà passato una brutta serata dopo la tappa. Evans riesce comunque a rimediare al disastro incombente, mettendosi di nuovo sotto coi pedali. Recupera nella lunghissima discesa del Galibier 2′ su Contador in fuga e controlla il più pericoloso Andy Schleck nei micidiali tornanti dell’Alpe d’Huez. Prima della decisiva cronometro di sabato solo 57” separano i due contendenti principali. Il piano di Evans è semplice: “correre il più veloce possibile dal punto a al punto b.” Alla partenza il volto di Evans inquadrato dalle telecamere esprime solo determinazione. A 34 anni, è questa l’occasione della vita per passare alla storia, per iscrivere per la prima volta la bandiera con la croce del sud negli annali del Tour. Energie nervose e un grido o la va o la spacca. Alla fine sono 55’40” in 42,5 km. Una media pazzesca. Solo 7” separano Evans dal vincitore Tony Martin, specialista delle cronometro. Andy ha le gambe imballate, tradito dall’emozione. E’ dietro di oltre 2′. Avrà tempo, il lussemburghese, per rifarsi.

Tre mosse decisive per lo scacco matto. Una di rabbiosa e solitaria difesa. Una di recupero e paziente attesa. Una di attacco. Un piccolo capolavoro di intelligenza tattica e di accorto uso delle proprie doti. Anche così si vince il Tour.

Dicono che Evans sia un campione estremamente meticoloso nella preparazione. Quando pochi secondi possono fare la differenza, un salto di catena (Andy Schleck nel 2010), uscire fuori di strada (Voeckler nella discesa a Pinerolo) o una ruota tarata male (lui quest’anno) possono essere decisivi. Secondo il Sydney Morning Herald, Evans è dovuto diventare “uno scienziato completo, un matematico, un tattico e un meccanico”. L’inglese Phil Liggett, commentatore di ciclismo, racconta che “Cadel è qualcosa di più di un ottimo ciclista. Controlla tutti i dati su computer, cosicché la squadra conosca la cadenza delle pedalate, il ritmo cardiaco, le variazioni di velocità, l’equilibrio della catena, la distribuzione del peso, l’altezza raggiunta e altre informazioni sul percorso. E’ un po’ come fare il pilota.” Lo stesso Cadel nel suo blog racconta in dettaglio l’importanza di trovare la posizione perfetta della sella per ragioni aerodinamiche. Nella seconda tappa i giudici controllano che le selle siano tutte orizzontali e Cadel si lamenta che tutto il lavoro fatto possa essere gettato via. Alla fine “abbiamo dovuto alzare la punta della sella di due millimentri, giusto un po’ più insalubre e scomodo.”

Ma non si vince il Tour solo con la geometria delle selle. In tutto questo, si inquadra il ruolo di Aldo Sassi, morto di cancro lo scorso dicembre, che giustamente Cadel ha ricordato proprio nel giorno della vittoria. Sassi credeva in Cadel.

Al di là della preparazione tecnica e dei dati computerizzati, resta il fatto che sul podio di sabato Evans era commosso fino alle lacrime. Con il leoncino in mano e le miss attorno, vestito in maglia gialla, sembrava un bambino. Molto aussie la sua semplicità di stile e la modestia. Dopo la vittoria, una voce tranquilla, senza un’ombra di arroganza. “Tutto ciò che volevo era una corsa senza sfortuna” ha detto alla ABC. “Ho avuto gente davvero in gamba intorno a me. Ero in un ottimo ambiente, sia come team che come compagni in strada. Ognuno ha fatto del suo meglio e questo è ciò che conta per il successo.”

Le celebrazioni sono state tranquille con compagni, familiari e amici. Niente serata in discoteca con la escort di turno. Del resto, Evans non è diventato ricco con il Tour. Sono 450.000 euro per 86h 12’22” sui pedali. Una bella cifra. Quella che guadagna una qualsiasi stella analfabeta del calcio mondiale in un mese, solo per esistere. I premi sono a parte.

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici.

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