1943 again: l’esautorazione del cavalier B.

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Il cavalier B. fu sfiduciato in una sera dai suoi ex-alleati. I nodi erano giunti al pettine, la situazione color marrone: dopo 20 anni il capo doveva cadere o si sarebbe caduti tutti. Gli italiani pensarono: il peggio è passato! Ma il peggio doveva ancora venire…

Personaggi

Il cavaliere B.
Al potere per vent’anni. Gran venditore di frottole, raccontate agli italiani con straordinaria abilità. Costruì un culto della propria personalità sul quale basò la sua forza politica. Giuocatore d’azzardo, rilanciava ogni volta che sembrava sul punto di cedere, prendendo in contropiede i suoi avversari che frequentemente peccarono di miopia e ingenuità politica.

Il Re
Personaggio debole ed opportunista, non si oppose all’avvento del cavalier B.; pur non amandolo, vide in lui uno strumento per tenere lontani i nemici (“il pericolo rosso” in primis) e per godere di onori e benefici. Nel momento di massima popolarità del cavalier B., quando tutto sembrava andare bene, arrivò a firmare leggi vergognose, di fatto avallando la sua politica che avrebbe condotto allo sfascio.

Pietro Badoglio
Militare e politico. Democristiano ante-litteram, trasformista e capace di rimanere a galla in ogni contesto politico; uno di quelli che non rimane mai senza poltrona (giunse ad essere anche presidente del CNR, succedendo a Marconi!!). Sottovalutò inizialmente il cavalier B. al quale fu ovviamente poi contiguo, ricoprendo incarichi di prestigio durante il suo regime.

Dino Grandi
Al lato del cavalier B. sin dalla prima ora, fu anche l’unico che ebbe concrete chances di metterne in discussione la leadership. Fu ministro degli Esteri, della Giustizia e infine presidente della Camera. Quando la situazione italiana (economica e militare) cominciò ad andare a puttane e la popolarità del cavaliere B. a diminuire, elaborò un piano per esautorarlo considerando ormai malata l’identificazione personale regime=cavaliere B. Conveniva sacrificare il capo per cercare nuove soluzioni. Più o meno concordi con lui erano diversi altri importanti esponenti del regime.

Le premesse
Nella primavera/estate del 1943, dopo 21 anni di governo del cavaliere B., durante i quali egli ha dipinto l’Italia come un grande paese degno di occupare un posto tra i grandi della storia, cominciano i cazzi amari per tutti, ormai non più mascherabili. La guerra sta andando a rotoli, i soldati italiani tornati dalla Russia raccontano la totale inadeguatezza dell’esercito italiano, gli anglo-americani sbarcano in Sicilia, nelle fabbriche del Nord si sciopera e il 19 luglio viene bombardata Roma. Il velo si è alzato e non riesce più a coprire tutta la merda di cui è fatta la realtà. Il Re, i vertici militari e diversi gerarchi fascisti cominciano a concepire il progetto di far fuori il cavaliere B. per salvare l’Italia, ma anche e soprattutto per salvare loro stessi, il loro potere e i loro privilegi.

I fatti

All’inizio dell’estate del ’43, Dino Grandi, di concerto con il Re, mette a punto un piano: far convocare il Gran Consiglio del Fascismo (un organo costituito da importanti gerarchi, di fatto però solo consultivo, che poteva essere convocato solo dal cavalier B.), presentando un Ordine del Giorno (OdG) che prevede di restituire al Re il comando militare dell’esercito (ceduto al cavalier B. dal Re qualche anno prima su proposta di Badoglio…). 
Non si tratta quindi di esautorare esplicitamente il cavalier B., ma comunque sfiduciarlo per far spazio a nuove soluzioni che – nella mente di Grandi e altri gerarchi – comprendono una certa continuità almeno nelle persone.

Qualche giorno prima del 25 luglio, Grandi si reca a colloquio dal cavalier B. – che aveva accettato la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo – informandolo del suo OdG. Il cavalier B. dunque, non solo acconsente alla convocazione di una riunione che avrebbe potuto non convocare (il Gran Consiglio non si riuniva da 4 anni), ma – dato anche il suo straordinario fiuto politico – ne conosce già il probabile esito e conseguenze.

La riunione ha inizio il pomeriggio di sabato 24 luglio. Sono presentati diversi OdG. Al termine della discussione, dopo la mezzanotte, al contrario di quanto avveniva solitamente, il cavalier B. non fa alcun commento e decide di passare subito alla votazione degli OdG, cominciando proprio da quello di Grandi che viene votato da 19 presenti su 28. Formalmente non è accaduto quasi nulla (si tratta di un parere affinché il cavalier B. restituisca il comando dell’esercito al Re); nei fatti si tratta di evento storico: alcuni amichetti del cavalier B. si sono messi contro di lui. A quel punto, il cavalier B toglie la seduta senza porre in votazione gli altri OdG. Sono le 2.40 del 25 luglio 1943.

Conseguenze
Alle 17 il cavalier B. va a parlare con il Re per metterlo al corrente dell’accaduto e il Re lo fa addirittura arrestare, senza che esista in realtà alcun motivo formale per una decisione del genere. E’ caduto il regime. Nel giro di poche ore, dopo vent’anni. Anche in questo frangente, l’atteggiamento del cavalier B. è quasi passivo, come volesse “far accadere” la sua fine politica. Probabilmente stanco e conscio di essere giunto al capolinea, non dovette dispiacergli questo tipo di uscita di scena che presentò infatti come “tradimento” e che gli evitò dimissioni forzate che non appartenevano alla sua persona.

Al posto del cavalier B., il Re nomina primo ministro Pietro Badoglio, l’uomo per tutte le stagioni. Si tratta di una tipica soluzione debole, che non accontenta né i gerarchi che hanno sfiduciato il cavalier B. (e che vengono messi da parte), né gli oppositori del regime, che si sarebbero augurati un cambio ben più deciso. Badoglio è appoggiato dai militari e ovviamente dalla monarchia, ma non saprà in grado di garantire neanche loro.

La reazione del Paese è l’archetipo del trasformismo: dalla sera alla mattina milioni di italiani si trasformano da fanatici seguaci del cavalier B. in suoi acerrimi detrattori. L’annuncio viene dato alla radio alle ore 22.47 del 25 luglio e la leggenda racconta che lo stesso annunciatore – Giovanni Battista Arista – mentre con una mano regge il foglio con quella sconvolgente comunicazione, con l’altra si toglie dalla giacca il distintivo del partito…La mattina dopo, in un’incontrollata ed infantile esplosione di gioia, vengono abbattute le statue del cavalier B., i tombini delle città vengono intasati da spilline e ritratti dell’ormai ex-salvatore della patria, e tutti sono certi che guerra e sofferenze siano ormai alle spalle. Come se bastasse eliminare il cavalier B. per risolvere ogni problema…Come se il cavalier B. fosse l’unico problema….

Ma “la guerra continua” e cambia ben poco. Il Re e Badoglio si muovono però subito per chiudere le ostilità con americani e inglesi, come viene infatti sancito dall’armistizio dell’8 settembre. Peccato che “si dimentichino” di avvisare e preparare l’esercito e di impartire ordini chiari e tempestivi riguardo al comportamento da tenere con i tedeschi che – all’improvviso e senza preavviso – sono passati dall’essere alleati a nemici e che in un batter d’occhio occupano quasi l’intera Italia. Tutto va a rotoli alla velocità della luce: il Re e Badoglio scappano, lasciando il Paese senza guida, con i tedeschi padroni delle città. Seguirà un anno e mezzo di crudele occupazione nazista, di devastanti bombardamenti anglo-americani, distruzioni ovunque, case crollate, la fame, i rastrellamenti e macelli vari. Insomma, dopo la deposizione del cavalier B. il peggio doveva ancora venire…Anche perché chi lo esautorò furono gli stessi pavidi poteri, la stessa marcia e debole classe politica che non lo aveva fermato quando avrebbe potuto, che aveva colluso con lui, godendo di benefici e consolidando privilegi, salvo poi mollarlo – in maniera goffa, debole, inefficace – quando stava portando tutti nella merda. Non fu il popolo italiano, né l’opposizione (praticamente inesistente) ad esautorare il cavaliere B., bensì alcuni dei suoi ex-alleati che – anche nel “ribaltone” – si dimostrarono incapaci, deboli e meschini.

 

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