Obesità, I give up

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“America represents the fat kitchen and Europe a very lean kitchen, indeed”.
(Heinrich Hauser, 1945).

Lo ammetto. Sono arrivata qui negli States con una visione del mondo eurocentrica, con un buon eccesso di ambizione e con delle idee molto naif. Poi arrivano loro, le nuove informazioni. Alcune le cerchi, alcune capitano inaspettamente. Tra queste ultime una mi è stata particolarmente utile: parlare con una casalinga americana.

Sull’autobus di ritorno da Washington si siede vicino a me una signora del classico paesino americano. Occhio e croce quarant’anni, decisamente in carne, due figli, un marito, i segni di una bellezza ormai passata. In mano una bevanda rosa sorseggiata con costanza lungo tutto il viaggio. Bevanda allungata con del gin, credo. Alla fine del viaggio era completamente ubriaca.

Onde non urtare la sensibilità della signora e azzerare il rischio di un’incazzatura violenta pompata dal crescente livello alcolico, con disinvoltura e discrezione ho fatto scivolare nella borsa la mia lettura dal titolo: The Obesity Epidemic in the United States—Gender, Age, Socioeconomic, Racial/Ethnic, and Geographic Characteristics: A Systematic Review and Meta-Regression Analysis.
Come molte donne che iniziano a perdere il ruolo di ape regina, mi racconta del tempo che dedica alla cura del suo blog di ricette, con tanto di consigli sul come decorare la casa per le feste: mother’s day, father’s day, Valentine’s day etc., il tutto nella speranza che un indefinito pubblico virtuale l’ascolti e prenda esempio da lei (visto che figli e marito hanno smesso).

Può un solo caso rappresentare la popolazione delle casalinghe americane? Questo non lo so, però ho potuto constatare che la signora non fosse proprio un outlier in termini di intelletto e portafoglio, e avesse un’idea del mondo sufficientemente influenzata dalla cultura dominante e dalle chiacchiere con i vicini di casa.
Anyway, dopo quattro ore di conversazione, ho imparato un sacco di cose tra cui qualche pillola di saggezza:
1. La frustrazione che deriva dallo spendere con ostinazione metà della giornata a cucinare chicken soup per i tuoi familiari, quando poi comunque optano per la scatoletta della chicken soup della Campbell disdegnando la tua, può generare un forte disagio psicologico (a tal punto che anziché seguire la ricetta della nonna, inizi a seguire quella degli ingredienti stampati sulla lattina).
2. Pur non capendo una cippa di arte, le casalinghe americane amano follemente l’Italia. Nel loro immaginario non c’è soddisfazione più grande che raccontare a familiari e amici che tuo marito ti ha  fatto la marriage proposal su una gondola, a Venezia.
3. Le giovani americane fanno l’inter-rail da Nord a Sud dell’Europa con un unico scopo in mente (forse due se in una botta sola includiamo mangiare e sfondarsi di alcohol). E’ stato particolarmente imbarazzante quando sul pullman ha rimembrato le prestazioni del serbo Goran ripetendo quel nome come se fosse in trance e cercando la mia complicità da “europea dell’area mediterranea”.
4. Gli americani ce l’hanno a morte con quei Brits (aka Jamie Oliver) che pretendono di insegnare loro la vera cucina e le sane abitudini alimentari. Del resto mi spiegava che, dei suoi due figli, la femminuccia è in grado di capire che una baby-carrot non viene al mondo in una busta di plastica, mentre purtroppo il maschietto no.

La resistenza stoica di questa donnona? Più che mai encomiabile. A differenza di molte sue simili, è infatti lungi da cadere nel tunnel della mageirocophobia ovvero la paura di cucinare che si manifesta in varie forme e nei casi più gravi anche in piu’ forme simultaneamente: paura di causare malattie agli altri, paura di servire cibi incommestibili, paura di fare brutta figura davanti ai tuoi ospiti. Di fronte a un tale terrore, quale psicofarmaco o psicoterapeuta potrebbe combattere contro la tranquillità di ordinare una cena per la famiglia da Pizza Hut? Un po’ come la sindrome di Tourette di Eric Cartman.
Tanto quanto avere l’opportunità di essere la confidente personale di una casalinga disperata per 4 ore di fila (sfogarsi con gli estranei ha i suoi benefici per entrambi gli interlocutori), grandi verità si manifestano anche trascorrendo un po’ di tempo davanti alla TV, optando per esempio per uno dei tanti canali del food network.

In questi ultimi mesi sono tutti molto preoccupati per il problema dello stigma. Gli obesi, specialmente i bambini un po’ più in carne, con tutte queste politiche e pubblicità progresso anti-ciccia, soffrono. Si sentono esclusi e sono ottimi bersagli per i bulli della classe. Nulla togliendo alla verità di questo fatto, il potere e la strumentalizzazione mediatica sono alquanto preoccupanti. Per esempio, uno dei tanti programmi a sostegno della tesi obesity = opportunity, ha costruito una candid camera ambientata in un supermercato dove un attore sgridava mamme obese (con pargoli altrettanto) per le scelte poco salutari e, dalla parola all’azione, infilava a caso mazzi di broccoli e cespi di insalata nei loro carrelli.  Addiruttura le tacciava di child abuse. Una parodia cattiva di una prepotenza in realtà inesistente che ovviamente aveva come unico scopo l’indignazione contro la violazione della libertà individuale. Mangio quello che voglio e lo faccio proprio perché qualcuno mi dice cosa non dovrei mangiare. Una specie di ripicca che giustifica il principio secondo ci l’unico giudice del cosa è bene e male per me sono io, giusto o sbagliato che sia, bene o male che mi faccia.

Non a caso le aziende che hanno acquistato gli spazi pubblicitari di questo programma non vendevano certo cerotti dimagranti o prodotti cosmetici. Susseguirsi di catene di hot-dog, macellai, pollerie, e così via. Del resto è la loro cultura. L’arte dell’hot-dog.

Il 4 Luglio a Coney Island c’è stata il tradizionale hot-dog contest: 64 in 12 minuti. Più di 5 hot dogs al minuto. E non è che sei considerato un pazzo, anzi un mito da guinness dei primati e intaschi un premio da 10.000 dollari. E questo è un po’ quello che conta: superare, sempre. Paure, record, tristezze e gioie. Possibilmente consumando. Alcol, chicken soup, hot-dogs. E come direbbero qui: that’s the way it is (per molti almeno, non per tutti per fortuna).

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Cosa ne è stato scritto

  1. Galateo

    Grazie per il resoconto, non ci si stupisce piú di niente. Middle-class americana: il punto piú basso dell’homo sapiens sapiens, capaci solo di lavorare e spendere.

    Rispondi

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