Memorie dal sottosuolo italiano

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Tuttavia credo che il potere sia inestirpabile, che il potere, concesso solo ai più darwinisti della società, sia qualcosa di assolutamente antireligioso, antibiblico, anti-Dio.

Tuttavia credo che solo la ragione per cui uno debba sentirsi infinitamente piccolo di fronte al potere, racchiude tutte le ragioni della Storia, quelle per le quali ci sarà sempre un re d’Egitto che riduce a schiavi un popolo di nomadi israeliti oppure che un commando USA invaderà le paludi acquitrinose della Corea del Nord per inculcare il famigerato benessere ad un’intera Nazione che ha sposato il credo, sbagliato o giusto che sia, dell’egualitarismo aggressivo e necessario.

Le vicende Bisignani – Struttura Delta si assomigliano ed hanno in comune una sorta di attaccamento cinico alla vita. Questi uomini, queste donne, gli esseri umani del potere, si credono eterni, e tuttavia credo che questo sia il loro peccato immenso. Credersi eterni è qualcosa di blasfemo e antidivinatorio e può costringere gli dei a fartelo scontare con una pena immensa del contrappasso. Nessun uomo può sostituirsi all’eternità delle cose, al fluire carsico della vita eppure, tuttavia, questi uomini e queste donne lo fanno.

Bisignani, giornalista Ansa, capo ufficio stampa del ministro DC Stammati alla fine degli anni Settanta, con la sua rete di conoscenze, apparentamenti, influenze, amicizie, cerca di raccomandare, pilotare, ammanettare a sé esseri umani ed interessi. Per inquadrare Bisignani prendo da quello che scrive Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano del 24 luglio 2010: ha attraversato la stagione di Mani pulite … Una condanna (3 anni e 4 mesi per aver smistato la maxitangente Enimont, ridotti in Cassazione a 2 anni e 8 mesi) che dimostra quanto il ragazzo, nel 1993, a 40 anni, potente responsabile delle relazioni esterne del gruppo Montedison, fosse cresciuto … Negli anni Novanta, infatti, zitto zitto Bisignani manovra una gran quantità di soldi parcheggiati in Vaticano. Con l’aiuto di monsignor Donato de Bonis, già segretario di Paul Marcinkus, cardinale e indimenticato compagno di scorrerie dei bancarottieri Michele Sindona e Roberto Calvi. L’11 ottobre 1990, dunque, Bisignani apre, con 600 milioni in contanti, un conto riservatissimo presso lo Ior. È il numero 001-3-16764-G intestato alla Louis Augustus Jonas Foundation (Usa). Finalità: “Aiuto bimbi poveri”.

Domande semplici da rivolgere agli uomini politici citati nell’inchiesta P4: perché più della metà del mio Governo italiano ha rapporti con quest’uomo, già piduista, e distributore della mazzetta (maxitangente Enimont: 150 miliardi di lire spalmati a fiumana su tutto l’arco costituzione per aggiudicarsi appalti, potere, traffici leciti e non) che ha azzerato un’intera classe dirigente italiana?.

Per quale motivo proprio alcuni degli uomini indicati dalla P2 come suoi interlocutori hanno usufruito della tangente (dal “manifesto” piduista alla voce PROCEDIMENTI 1a: selezionare gli uomini – anzitutto – ai quali può essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica, per il PSI, ad esempio …Craxi; per la DC: Andreotti …, Forlani e Bisaglia)?; non sarà che, esattamente in virtù di quella mazzetta smistata, egli non conservi qualche credito da incassare, e che se parla potrebbe minacciare anche l’assetto della nuova classe dirigente italiana?

Perché Massimo D’Alema, presidente del Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, non ha ritenuto opportuno allarmarsi, lui che deve vigilare sui servizi segreti, e appunto sulla sicurezza della Repubblica, quando ha visto arrivare nella sede della Fondazione ItalianiEuropei il generale Santini, appena nominato capo dell’AISE, il servizio segreto per l’estero, a braccetto con l’anguillesco Bisignani?

Giuliano Tavaroli, l’ex capo della security di Telecom, accusato di aver prodotto dossier ed intercettazioni illecite per conto di chissà chi, parlava così nel 2008: “Mi immagino una piramide. Al vertice superiore Berlusconi. Dentro la piramide, l’uno stretto all’altro, a diversi livelli d’influenza, Gianni Letta, Luigi Bisignani, Scaroni, Cossiga, Pollari. È il network che, per quel che so, accredita Berlusconi presso l’amministrazione americana. Io non esito a definire questa lobby un network eversivo che agisce senza alcuna trasparenza e controllo. Mi resi conto subito che quella lobby di dinosauri custodiva segreti (gli illeciti del passato e del presente) e li creava”.

La struttura Delta, per intenderci quella composta da Deborah Bergamini, Fabrizio Del Noce (dirigente Rai), Alessio Gorla (cda Rai) e tanti altri è una cellula del nemico immessa nelle Istituzioni pronta a tutto per far trionfare la propria parte. Turiferari con il turibolo affogato fino all’orlo dallo sterco dell’avidità che arde. La Bergamini, ex giornalista della Nazione, già donna Mediaset, ex capo dell’ufficio marketing Rai, per i primi anni duemila guida la legione straniera all’interno della Rai per prendere accordi su quali palinsesti organizzare, quali notizie rendere rilevanti, tutto al fine di pilotare il consenso del suo datore di lavoro, Silvio Berlusconi. Assunta in Rai con importanti incarichi dirigenziali fino a gennaio del 2008 è una donna alle dipendenze del Cavaliere il quale, sebbene avesse detto nel lontano 1994 che non avrebbe mosso nemmeno una pianta in Rai, posizionò la sua fedele sentinella per avere un controllo su alcuni giornalisti, e soprattutto sul versante del marketing in modo che la Rai non esplorasse fino in fondo le risorse della raccolta pubblicitaria, così da consentire a Mediaset di proliferare nell’accaparramento dei fondi ottenuti dalla vendita degli spazi pubblicitari.

Straordinaria, per completezza, cinismo, ed arrivismo arrampicatore, la telefonata – che si può trovare agevolmente su Youtube – tra la di Mediaset lady e il gendarmino Pionati, all’epoca dei fatti notista politico ora Responsabile scilipotiano, che cerca affannosamente una rotonda raccomandazione per diventare corrispondente estero. Pionati parla del suo attaccamento al capo, del difenderlo contro tutto e tutti nei suoi servizi carichi di malafede e di magico giornalismo taroccato. Si lamenta perché la corrispondenza estera a Parigi è stata assegnata a Caprarica mentre quelle di Londra e Berlino potrebbero risultare un buon tornaconto per chi si è sempre dimostrato alfiere e menestrello della luminosa azione del Berlusca presidente del Consiglio.

Sono cronache di poveri amanti quelle a cui assistiamo, di gente che prova costantemente a lasciare un segno nella società, ben consapevoli di vivere in un Paese in cui le uniche vie per raggiungere uno scettro sono le relazioni altolocate, le conoscenze più che la conoscenza, l’ebbrezza dell’incoscienza sfacciata contro un ordine civile delle cose.
Non si dannano troppo i contendenti a dissimulare una loro supposta dirittura, quasi ammettono di essere dei lacché asserviti ad un Leviatano che tutto controlla e a cui aggrapparsi perché altrimenti la vita non scorre avanti e si viene relegati nell’alveo delle brave persone senza alcun tesserino o premio raggiunto, e riconosciuto al circolo canottieri o del tennis dove vantare la maestosa posizione avvinghiata nella scala sociale e lavorativa.

E tuttavia la cosa inquietante che hanno in comune Bisignani e la Delta è l’assoluta voglia di giocare al gioco democratico, è l’ardente attaccamento a quella struttura repubblicana che risale al nome di Stato. In entrambe le vicende che scuotono il castello delle Istituzioni non v’è traccia di alcun piano eversivo. Loro non vogliono un cambiamento, una rivoluzione a 180 gradi, sono i potenti più conservatori della storia dell’umanità. Desiderano abbeverarsi alla fonte dello Stato, intridersi come parassiti in un corpo debole, le nostre Istituzioni democratiche. Non tengono a modificarlo dal profondo ma esigono che il gioco ufficiale rimanga uguale a se stesso, che non si muova neanche di una virgola nelle stanze in cui intendono entrare per depistare, dirigere, collocare. E sia sempre questa tensione a comandare, quest’ansia di imbrigliare, di non lasciarsi sfuggire la benché minima occasione di lucro personale. E’ la politica per la politica, il potere per il potere, lo scopo per lo scopo.

E tuttavia già nel testo integrale del “piano di rinascita democratica”, della loggia P2 (nata nel 1969), sequestrato a Maria Grazia Gelli nel luglio del 1982  a villa Wanda fa capolino, come effige dell’intero papello, un intendimento che conferma come molte vicende italiane di usurpatori del potere ufficiale abbiano lo stesso inevitabile obiettivo: nella Premessa al comma 1 si legge “L’ aggettivo democratica sta a significare che sono esclusi dal presente piano ogni movente od intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema”. Come la P2, come Bisignani, come la Bergamini, ora parlamentare della Repubblica, tutte e tre le vicende, dissimili tra di loro, si affratellano in questo sostanziale conservatorismo.
Tina Anselmi, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, sosteneva che gli aderenti alla loggia possedessero alcune caratteristiche omogenee: la mediocrità e la piccineria, pur occupando posti di rilevanza istituzionale, economica, sociale, culturale.

Sono gattopardi conservatori che non vorrebbero mai imporre delle nuove idee, sempre a patto che ce l’abbiano, ma che considerano l’esistente come un fatto inequivocabile, senza dubbio alcuno, solo un misero imperativo: esistere nell’esistente ed estrarre un oro da esso.

In un certo senso epicurei, traggono piacere nel sapere le vite degli altri, nel manipolare a proprio piacimento il tutto. Che Dio ce ne scampi, ma è così. E se la P2 dichiara di non voler sovvertire l’ordine dello Stato, altro che golpe!, nel papello assevera e discetta di alcune modifiche alla Costituzione, all’ordinamento giudiziario, allo statuto dei lavoratori, all’annientamento della Rai-Tv, alla costruzione di un altro monopolio televisivo – inquietante la somiglianza di alcune norme con quelle proposte dalla riforma della giustizia alfanesca o quella bicameralesca di D’Alema  – e poi, da ultimo, uno straordinario epitaffio del nostro tempo, contenuto alla sezione Programmi del papello: l’involuzione subita dalla scuola negli ultimi 10 anni quale risultante di una giusta politica di ampliamento dell’area di istruzione pubblica, non accompagnata però dalla predisposizione di corpi docenti adeguati e preparati nonché dalla programmazione dei fabbisogni in tema di occupazione. Ne e’ conseguente una forte e pericolosa disoccupazione intellettuale – con gravi deficienze invece nei settori tecnici nonché la tendenza a individuare nel titolo di studio il diritto al posto di lavoro.

Discende ancora da tale stato di fatto la spinta all’egualitarismo assolto (contro la Costituzione che vuole tutelare il diritto allo studio superiore per i più meritevoli) e, con la delusione del non inserimento, il rifugio nella apatia della droga oppure nell’ideologia dell’eversione anche armata.

Il rimedio consiste: nel chiudere il rubinetto del preteso automatismo: titolo di studio – posto di lavoro; nel predisporre strutture docenti valide; nel programmare, insieme al fenomeno economico, anche il relativo fabbisogno umano … Riforma Gelmini? La susseguente umiliazione del corpo docente in nome di un fantomatico merito. Sacconi, Brunetta e Tremonti? Nessuno può pretendere un posto di lavoro se è molto preparato; ad una mamma che chiede per quale motivo il figlio non trova lavoro con due lauree ed un master, il nostro Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta risponde che se va alle cinque del mattino al mercato può certamente aiutare a scaricare le merci.

Mettiamo un po’ d’ordine a questo caos, perché si è proceduto per accumulazione di dati senza fornire alcun filo logico. La chiarezza è l’anticamera della libertà e la nostra libertà sta, almeno in questa sede, nel fare il punto della situazione. Non esistono P2 golpisti, P4 o P3 (la vicenda che vide coinvolti l’anno scorso Flavio Carboni e compagnia cantando con l’accusa di influenzare la Corte costituzionale e altri organi della magistratura), non esiste soprattutto una struttura Delta. E non esistono perché questi soggetti non sono mafiosi, non hanno bisogno di vincoli, di punciute per stipulare patti di sangue. Essi si muovono e lo fanno insieme, compatti e agguerriti, per il potere. E se ci sono dei rimandi tenebrosi tra l’azione di questo governo e il testo della P2, che consiglio vivamente di leggere, non è perché ci sia un filo conduttore fra queste vicende storiche ma solo perché il potere conduce specificatamente lì. Lì. Il potere conduce all’arbitrarietà di chi lo esercita, all’annientamento di qualsiasi confronto dialettico – ecco perché punto dirimente del papello piduista era lo scioglimento dei sindacati confederati – con le parti sociali, con le associazioni di categoria, con gli individui a patto che non vestano lo stesso asservimento. La dialettica è libertà, il monologo è il potere. E questi potenti sono colpevoli di un lungo e unilaterale ed arbitrario monologo interiore che si riflette sull’esteriorità delle nostre miserrime vite, di pendolari, frequentatori di tram, dignitosi esseri umani che cercano di campare con lavori poco decenti e spesso umilianti.

Contro un potere così ben incastonato mi viene da opporre un’immagine che mi si è parata di fronte un paio di giorni fa. Un vecchio milanese, sudato e infiacchito dalla temperatura meneghina di inizio luglio, porgeva, davanti ai miei occhi di eterno invelenito, il proprio posto a due bambini presumibimente maghrebini, e dopo aver incassato il ringraziamento della madre dei due piccoli, una madre forte e che si faceva carico della condizione degli umili, offriva loro una caramella, con gli occhi rigati dalle lacrime per assaporare, in un giorno inaridito e monotono della sua vecchiaia povera, la gioia di due giovani speranze.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Jeremy Bentham

    Grazie Robin. Eppure larga parte delle nuove generazioni (sopratutto al Sud e al Centro-Sud) non considera dirimente la questione, anzi cerca di partecipare a questo gioco al massacro.

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  2. Robin

    Bravissimo Jeremy. “l’assoluta voglia di giocare al gioco democratico, è l’ardente attaccamento a quella struttura repubblicana”. Questo è il dramma di bananalandia. Una democrazia teorica, con mezze calzette che rappresentano un popolo di individualisti.

    Rispondi

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